MORTO MARADONA / LA ‘MANO DI DIO’ SIA LIEVE CON LUI

| 25 novembre 2020 | 1 Comment

di Raffaele Polo______

Siamo qui a chiederci, come fa il Manzoni nel ‘5 maggio’, se fu vera gloria.  E, attoniti, ripercorriamo una lunga storia che lo ha visto protagonista, indirettamente, anche della nostra esistenza. Dove, negli anni Ottanta, impegnati a Napoli per lavoro, abbiamo assistito all’effetto che la sua notorietà, la sua fama e, insomma, il suo carisma, esercitavano su una popolazione che aspettava, ancora, la possibilità di una sonora rivincita verso i ‘Piemontesi’ che, grazie all’oriundo Garibaldi e alle trame di un Conte di Cavour, erano riusciti a rovesciare  la storica casata dei Borbone e a realizzare qualcosa che, ancora oggi, noi Meridionali non ci capacitiamo di come sia potuto avvenire.

Sia ben chiaro, l’Unità d’Italia è stata una vittoria di Tutti gli italiani, ce lo dice anche Goffredo Mameli nel suo ‘Canto degli italiani’. Ma l’amarezza per questi del Nord che sono venuti a prendersi tutto, ci è rimasta sempre dentro.   Fino a quando, grazie a lui, novello Garibaldi, anche il Sud, anche Napoli ha avuto la sua gloria, dopo un secolo abbondante.  E lo strapotere delle squadre del Nord (anche qui piemontesi e del Lombardo-Veneto) è stato tacitato, semel in anno, portando la squadra partenopea alla conquista dello scudetto. E la squadra, che ha come simbolo la ‘N’ di Napoleone, somiglia veramente a quello che fu l’esercito invincibile del francese.

 

Lui, invece, è argentino e si chiama Diego Armando. È piccoletto e tende alla pinguedine, a vederlo non gli dai nessun credito, soprattutto in uno sport dove dominano i longagnoni e gli ‘abatini’. Ma Maradona ha l’innato spirito di chi tratta con tanta naturalezza il pallone, da incantare per le traiettorie che riesce ad ideare.

A Napoli, impazziscono per lui. Ricordo di aver visto addirittura i vasi da fiore che rappresentavano il volto e la chioma del calciatore prediletto, di aver notato come tutto, ma veramente tutto, respirasse l’aria della sua dirompente presenza. Anche quando, ormai in declino, la sua squadra non raggiungeva più traguardi di grande prestigio. Ma, se pure ai Mondiali tifammo contro di lui, che con la sua nazionale ci tolse il gusto della finalissima con la Germania e finimmo per fischiare l’inno argentino, appoggiando i teutonici nella loro vittoriosa conquista del titolo, il suo visibile labiale (ci apostrofò figli di puttana, detto in spagnolo…) non fece altro che consolidare un legame continuo, pressante, corroborato anche dalle vicende giudiziarie e dal faraonico matrimonio con la bella moglie.

Per sublimarsi in alcuni flash che, di fatto, hanno fatto la storia del calcio. Come il gol segnato con la mano agli inglesi, non visto dall’arbitro e anche da quasi tutto il pubblico, il fotogramma lo ritrae così, sospeso a mezz’aria, con la mano attaccata alla testa, a deviare la palla in rete.

 

Che volete, Garibaldi lo vediamo che dice a Teano ‘Ecco il re d’ Italia’ o qualcosa del genere. E la storia poi ci dice che non era Teano, che non si sono stretti la mano e che chissà cosa ha detto Garibaldi. Ma per noi, lui è così, col mantello rosso e il cavallo bianco.  E Maradona è lì, fermo a mezz’aria, ad accarezzare il pallone con la mano nascosta, che volete la Storia non è fatta forse da un’immagine che riassume tutto un evento, come i Marines che piantano la bandiera o il piede del primo uomo sulla luna o il sorriso di Marilyn Monroe e il presidente Kennedy che viene colpito nell’auto…

Sì, lo so che sono tutte immagini che vengono dagli States, ma di fatto sono entrate prepotentemente nella nostra esistenza, hanno caratterizzato anche le assolate spiagge del Salento e gli ulivi che non conoscevano ancora la xylella.

 

Mi accorgo che ho lasciato pochissimo spazio al Campione che fu Maradona: antipatico, irritante, irridente, pieno di prosopopea e di albagia. Ma, come anche accennato in uno dei film capolavoro di Luciano De Crescenzo  ‘…Ma na finta ‘e Maradona scioglie ‘o sanghe dind’e vene’.

Ora, non ci resta che chiederci se fu vera gloria…

Nel mondo del calcio, un mondo parallelo con una storia che è sempre piacevole percorrere, mescolando amari ricordi ad esaltazioni sempiterne, Maradona è un pilastro. Assieme a pochi altri e assieme ai beniamini della squadra per cui facciamo il tifo. Ma pure noi, che lo abbiamo fischiato quando affrontò con la sua nazionale la Germania per il titolo mondiale, non resta che il rammarico, perché se n’è andato un personaggio unico ed irripetibile.______

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Category: Cronaca, Cultura, Sport

Comments (1)

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  1. Elena ha detto:

    Come molti, a Torino, sono sangue misto: metà piemontese, metà partenopea. La cara Napoli, mi ricorda l’infanzia, passata con l’allegria, spensieratezza e generosità, della sua gente. I napoletani sono, e lo sottolineo, un Popolo, di cui mi sento parte, nel profondo.

    Oggi, piango, anch’io, la scomparsa del nostro Maradona, simbolo (in quegli anni e nel loro modo di sentire) di un popolare riscatto, nei confronti degli abituali e consueti, luoghi comuni, modi di dire, sui napoletani

    Ero a Napoli, quando la squadra di calcio, vinse il suo primo scudetto (campionato 1986/87). Un delirio. La città tappezzata di cartelli e ritratti del ” Pibe de Oro” ed i famosi striscioni con la frase “Anche i ricchi piangono!” (foto), titolo di una famosa telenovelas messicana, trasmessa, in quell’anno, in Italia e che, nella fantasia dei napoletani, faceva riferimento alle, facoltose e blasonate, squadre del nord: Juventus, Inter, Milan, ecc. battute, nonostante, i fuoriclasse da miliardi.

    La città di Napoli, la domenica, durante le partite disputate al San Paolo, era deserta. Un lockdown anni ottanta. Non m’ intendo, abbastanza, di calcio, da poter commentare, giocatori, allenatori, presidenti, ma il folklore della tifoseria, SI, ve lo posso raccontare, perché in nessun’altro stadio italiano, ho mai visto, uno spettacolo simile a quello, cui ho assistito, al San Paolo, ai tempi di Maradona.

    Posso paragonarlo, forse, al tifo Sudamericano, avendo vissuto e lavorato, in Brasile, dove, spesso, mi recavo allo stadio, per seguire l’Atletico Mineiro. Era un ” Mini-Carnaval”.

    Sono sole, mare, caldo, con pizza e pummarola, mescolati all’arte d’arrangiarsi con intelligenza o astuzia, è il “campare”, piuttosto che vivere, che fa, del popolo partenopeo, qualcosa di speciale, nel bene e nel male.
    Ed è, solo qui, a Napoli, che poteva stare, vivere, giocare, Diego Armando Maradona, e in nessuna altra città, o società sportiva italiana.
    Genio e sregolatezza. Coraggio ed insicurezza.

    Parlava coi piedi, recitava col dribbling, poetava col gol. Restituiva ai fan, l’affetto ricevuto, regalando emozioni da brivido.
    È il Dante del pallone, ha vissuto e fatto vivere, dentro e fuori dal campo di gioco: Inferno, Purgatorio e Paradiso, sublimi. Dicono, sia, il più grande calciatore esistito. (Maradona è megl ‘e Pelé!)
    Adorato, nonostante tutto.

    Da profana, lo definisco: un funambolo, un giocoliere, un circense allo stadio, che, con un solo attrezzo, il pallone, faceva qualsiasi meraviglia, prodezza, magia e stupiva, incantava, il pubblico. Tifosi e non.
    Faceva “Miracoli” come San Gennaro e cosi sarà commemorato, come l’ultimo Santo di Napoli, cui è stato eretto un altarino e sarà dedicato lo stadio.
    Prima, San Paolo, da domani, San Diego Armando Maradona.

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