QUEL 12 NOVEMBRE

| 12 Novembre 2021 | 2 Comments

 

di Giuseppe Puppo______

Ripensare il passato, specie quello prossimo, è sempre un esercizio meritorio: per quanto possa scendere un velo di tristezza sui bilanci che non quadrano mai, consente di aguzzare l’ingegno, storicizzare le esperienze, sperimentare la maturità che nel frattempo dovrebbe essere sopravvenuta.
Nella fattispecie, poi, mi sembra che gli avvenimenti leccesi rispecchino alla perfezione il senso di quelli nazionali e permettano dunque una chiave di lettura emblematica di un intero fenomeno generazionale.

I sogni – di alternativa, come si diceva allora – erano quelli dei ragazzi di vent’anni, che credevano di poter cambiare il mondo, sia pur da opposti schieramenti e più o meno direttamente, o indirettamente, coinvolti in un clima di violenza parcellizzata sul territorio, comunque di tensione continua – il destino in comune condiviso dalla mia generazione – perché portati, direi costretti quasi a scannarsi, dal “sistema”, che ne sfruttava così l’entusiasmo, per sopravvivere a sé stesso, rafforzarsi, rigenerarsi e perpetuarsi.

TRA I ‘FASCISTI’ a Lecce c’erano“Avanguardia nazionale” e “Ordine nuovo”, “Europa Occidente”, per esempio, si chiamava il gruppuscolo di Amedeo Calogiuri. Fas, “Fronte anticomunista studentesco”, i ragazzi (come Gianfranco Morciano, trasferito al Sud dai genitori, dopo essere stato gravemente ferito a Monza) che aveva raccolto intorno a sé Antonio Cremonesini, i quali poi fondarono il Mas, “Movimento Autonomia Sociale”; fra di essi si trovarono e si misero in luce per le capacità organizzative Valerio Melcore e per l’attivismo esasperato Angelo Scardia.
Poi, coltivato dagli universitari reduci dalle esperienze fatte a Perugia, coi gruppi “Ezra Pound” e a Chieti e Pescara, col professor Giacinto Auriti e le sue teorie economiche, in primo luogo da Gianni Rizzo, c’era “Impegno studentesco”, che seppe conquistarsi un buon seguito nei due licei classici e nei due licei scientifici.
Ricordo Alfredo Mantovano – ebbene sì: c’è un’organizzazione extraparlamentare anche nel suo passato! E sorrido… – lamentarsi perché “i compagni” ogni mattina gli strappavano i manifesti che metteva davanti alla sua scuola e tentavano di picchiarlo.
Ricordo Antonello Gustapane – in seguito attivissimo pubblico ministero della procura di Bologna, e sorrido di nuovo – sfrecciare, rey-ban d’ordinanza, col suo motorino da questa a quella scuola, da una riunione all’altra.

La città, manco fosse la Berlino di allora, pur senza muri era divisa a zone e gli uni non potevano andare in quella degli altri, se non a costo dell’incolumità fisica. Quella ‘fascista’, era piazza Sant’Oronzo, davanti e di fronte all’Alvino, dove c’era sempre qualcuno, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a cominciare dai più adulti e vaccinati Giandomenico Casalino, Enrico Gabellone, Franco D’Amore, Ernesto Ciminiello, Massimo Stefani, Claudio Danisi, Elio Taurino, Giancarlo Magari, Fabio Campobasso, Gino Ratano e tanti altri, dei quali adesso mi sfugge il nome.

 

Anche TRA I ‘COMUNISTI’ a Lecce c’erano tante sigle, gruppi e gruppuscoli. La loro zona, piazza Mazzini e Palazzo Casto.

Molti ex liceali, prima extraparlamentari, erano entrati nel Pci, ma non per questo si erano calmati, anzi, erano quelli che aizzavano il fuoco, che tiravano il sasso e poi nascondevano la mano: mentre gli extraparlamentari non solo metaforicamente tiravano pietre, biglie d’acciaio e poi bottiglie molotov, spalleggiati da certi settori di originaria provenienza cattolica, che per farsi accettare, vai a capire, alla faccia del Vangelo, sparavano più degli altri.

 

Nei giorni seguenti ai gravi incidenti del 3 giugno 1977, durante il comizio di Pino Rauti in piazza Sant’Oronzo, con scontri e sparatorie in tutta la città, anche per effetto del mutato e favorevole clima nazionale, a Lecce si decise di serrare le fila: tutti dentro al partito, grandi e piccoli, giovani, meno giovani e vecchi, chi ne era uscito e chi stava un po’ dentro e un po’ fuori, ora tutti dentro il Msi. Su disposizione di Giorgio Almirante, Mario De Cristofaro decise di ricostituire il “Fronte della gioventù” e ne affidò la guida a Valerio Melcore.
In pochi mesi diventò il Fronte della gioventù più bello d’Italia.
Gianfranco Fini lo additava ad esempio a quelli delle altre province italiane e venne personalmente almeno tre volte, la prima appena nominato segretario nazionale giovanile, a condividerne le iniziative.
Fu un’esperienza breve, un paio di anni trepidi, ma intensa, per qualità, quantità, entusiasmo, intelligenza e spirito di comunità umana e militanza politica. Aperto ai più grandi, che ci frequentavano portando la loro esperienza.
Aperto alle donne – beh, allora una novità per i nostri ambienti maschilisti – belle quanto brave e ricordo la mitica Ronzina De Leo; ma pure la Magda, la Fiorella, Valeria Falco, Annamaria e Cristina Calvi, la mascotte.

 

Aperto a tutti. Al gruppo stanziale all’Alvino, si univa spesso, allora ancora in abiti maschili, ma già dichiaratamente decisa nei suoi orientamenti sessuali, quella che da là a pochi anni sarebbe diventata la mitica Carlotta Paiano, accolta, anzi affettuosamente coccolata, da tutti quanti.

Oh quanti nomi! Solo alcuni di quelli di Lecce: “Poppi” Massimo Ruggio, Rudi Russo, Donato Danisi, Maurizio Ancora, Toti Calò, Giuseppe Ripa, che veniva in compagnia di Gianfranco Papadia. E ometto in pieno quelli che arrivavano della provincia, come Graziano De Tuglie di Nardò, ché  l’elenco sarebbe lunghissimo.
Ma soprattutto aperto alle sfide dell’attualità.

La realtà era fatta di iniziative politiche d’avanguardia (il già conquistato voto ai diciottenni; l’ abolizione della leva militare; la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese; la lotta alla corruzione e alle inefficienze; la giustizia sociale) che facevano breccia e attiravano consenso.

Poi, beh, è chiaro, il personale era politico.
C’erano le feste, le letture collettive di libri (già, meglio riempirsi le teste, che spaccarsele, pensava Valerio), le audizioni di musica, pure le sedute spiritiche, a opera di un artista, del quale non so se posso fare il nome, che era pure medium straordinario.
Una vecchia, scassatissima “124” gialla, comprata con una colletta, serviva quale mezzo di trasporto operativo quando, dal partito, da qualche iscritto, arrivavano i soldi della benzina; con un ciclostile difettoso e un megafono gracchiante, erano i potenti mezzi messici a disposizione.

Questi ragazzi di vent’anni, che facevano le discoteche e i cineforum, leggevano i libri, diffondevano le riviste impegnate, attaccavano i manifesti sui muri e distribuivano i volantini e non ne potevano più di un regime bloccato da trent’anni sulla corruzione politica, erano “i fascisti”.

In particolare, per impedire una mostra editoriale e grafica, fissata per il 12 novembre 1977, che fra l’altro aveva per argomento il dissenso nell’allora Urss, per effetto di quei meccanismi prima evocati,  la sinistra parlamentare ed extraparlamentare si mobilitò tutta quanta.

Il meccanismo era rodato, a colpi di comunicati e dichiarazioni: “I fascisti non devono parlare”, “un pericolo per la democrazia” e robe simili; seguivano le minacce: bisogna impedire con la forza il raduno fascista; e quindi il questore e il prefetto prendevano atto della tensione montata ad arte e vietavano la manifestazione “per motivi di ordine pubblico”.
Andò su per giù allo stesso modo anche nell’imminenza di “quel 12 novembre”. 1977, il punto più alto toccato a Lecce dalla violenza politica negli anni di piombo.

“Quel 12 novembre” è pure il titolo di un saggio che  uscì mesi dopo, per i tipi della “Tribuna del Salento e per la penna di Lino De Matteis: a parte la tesi politica di fondo, sfacciatamente di parte (ma tutto era di parte allora, anche le scarpe che mettevi ai piedi) e completamente sballata, era però – me lo ricordo – un bell’esempio di giornalismo, un “instant book”, come si chiamerebbe adesso nel gergo editoriale.

Pochi mesi prima, dal Fronte della Gioventù era stato ciclostilato – nemmeno stampato, ciclostilato – un dossier di contro informazione, che si intitolava  “Chi vuole la violenza a Lecce?e che ebbe una diffusione straordinaria.

 

Comunque i fatti, al netto di propaganda e retorica, quel 12 novembre a Lecce andarono così.

Nel corso di un’affollatissima e tesissima assemblea del nostro “Fronte della gioventù, su al partito, il pomeriggio prima, fu deciso che, a differenza delle altre volte, quella volta non si doveva subire passivamente e che avremmo dunque tenuto la nostra manifestazione lo stesso, anche contro i divieti della Polizia e le minacce dei comunisti; pure, si badi bene, nonostante gli inviti alla calma del Partito stesso: ma il “Fronte” aveva per statuto la propria autonomia e ne andava orgoglioso.

Decisione quasi unanime: unico parere contrario, il mio, del tutto inutile e buono solamente ad attirarmi le solite accuse, che già sapevo, di moderatismo.
Ma era facile prevedere che all’indomani sarebbero successi casini di proporzioni bibliche, e così fu.

Faceva caldo, sì, un sole ancora estivo, pieno, arzillo, prepotente, quel 12 novembre del 1977.

In piazza Sant’Oronzo fallirono tutti i tentativi di mediazione e i poliziotti impedirono con la forza l’esposizione dei cartelloni della mostra. Sollevarono di peso quelli che si erano seduti per terra e che reggevano per protesta il giornale del Fronte di allora, che si chiamava “Dissenso”. Cercarono di disperdere in maniera tutto sommato accettabile i numerosissimi presenti.

Ad un certo punto, senza un vero motivo concreto, tanto per fare qualcosa, quasi come una valvola di sfogo della tensione, ci mettemmo in corteo su viale Cavallotti. Prima che arrivassimo in piazza Mazzini, anche per evitare che fossimo assaliti in blocco come eravamo dai comunisti, la Polizia caricò il nostro corteo, naturalmente non autorizzato, disperdendolo alla meglio.

Da altre parti della città, infatti, la Celere si scontrò a più riprese con gli autonomi e brigatisti di sinistra, che nel frattempo erano usciti in forze da palazzo Casto e cercavano di raggiungerci, con le loro bottiglie molotov e le loro P38. Ci furono scene di inaudita e, almeno per Lecce, inedita violenza. La sede del sindacato Cisnal in piazzetta Castromediano fu data alle fiamme a colpi di molotov, alcune auto furono incendiate e vi fu uno scontro a fuoco tra comunisti e Polizia.

Fra i fascisti, arrestarono, senza ragione – almeno per quella volta, non c’entrava proprio nulla, visto che era lì in tutta tranquillità, da dirigente del partito che sorvegliava i ragazzi del Fronte – Mario De Cristofaro, e Manolo Russo, che era accanto a lui, perché cercò di difenderlo.

Valerio Melcore – e non solo lui…e sorrido, sorrido…– passò qualche notte da latitante, in attesa di un mandato di cattura che invece poi non arrivò: fu denunciato a piede libero e li usò tutti e due per nascondersi.

Non mi ricordo altro, se non due immagini, che sono poi le immagini emblematiche, la icastica rappresentazione del mio ‘77.

Valerio Melcore paonazzo che discute con un terreo in volto commissario Pasquale Lacquaniti: un dialogo surreale quanto concitato, un teatro dell’assurdo di Jonesco, ora nella mia mente comico, mentre fu in quel momento drammaticissimo.

Poi, la corsa dalle parti di piazza Mazzini, a piccoli gruppi, verso la Federazione, cioè la salvezza, sia dai poliziotti con i lacrimogeni e i manganelli, sia dai comunisti, con le molotov e le P38: dopo il mercato coperto, Angelo Scardia dritto in mezzo al viale, che, all’arrivo di corsa di questo o quell’altro gruppetto, interrompeva il traffico, ad ampi gesti, faceva passare i fuggiaschi che si mettevano così in salvo, poi faceva ripartire le macchine, e così via, manco fosse un vigile urbano, calmo, serafico, tranquillo e se qualche automobilista osava chiedere informazioni su che stesse accadendo, o pure timidamente protestare, gli bastavano uno sguardo per zittirlo e poche parole: “…L’ira te Diu osce… Hannu zeccatu lu Mariu”.

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L’APPROFONDIMENTO nel nostro articolo del giorno dopo

LA VIOLENZA COMUNISTA QUANDO ERA DI MODA – QUEL 12 NOVEMBRE DEL 1977. Lettera al Direttore

 

Category: Cultura, Politica

Comments (2)

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  1. Graziano Tuglie ha detto:

    Annamaria e Cristina CALVI, Giuseppe non “Salvi”

  2. redazione ha detto:

    grazie, corretto

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