“Mia madre mi svegliava alle 3 di notte, mi diceva – devi andare!”

| 9 Giugno 2022 | 0 Comments

LA PROTESTA NO TAP ANCORATA AI VALORI DELLA FAMIGLIA, DEL TERRITORIO, DELLA COMUNITA’ STUDIATA IN UN SAGGIO ACCADEMICO DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA

 

di Vito Giannini ______

 (g.p.) ______ “Come sociologo mi piace prima di tutto analizzare i fatti (in questo caso, processi socio-culturali e socio-psicologici), per poi arrivare (eventualmente) a dei risultati, che possono giustificare (o meno) una certa presa di posizione politica o ideologica. Questo solo per chiarire il mio posizionamento, come ricercatore, ma anche come attivista e simpatizzante di movimenti sociali e culturali”.
Mi ha risposto con questa premessa Vito Giannini, 34 anni, di Noci, ricercatore universitario, con un prossimo incarico all’università di Salerno, alla mia richiesta di poter vedere il suo studio con cui l’ anno scorso ha conseguito il dottorato in Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università di Bologna, Emozioni e difesa del territorio: la protesta contro il gasdotto TAP in Salento.
E me l’ha mandato.

Mi ha anche autorizzato a pubblicarne su leccecronaca.it uno stralcio: “Spero anche che la mia presenza sul vostro giornale non venga strumentalizzata in diatribe elettorali locali, ma piuttosto che inviti ad approfondire aspetti spesso poco conosciuti, ma proprio per questo fondamentali per capire come funzionano le cose. E poi magari riuscire anche a prendere una posizione politica libera e indipendente da condizionamenti culturali ed economici. Ma so che queste cose lei sa già”.

La ricerca nonostante sia corposa e condotta in rigoroso metodo scientifico, si legge tutto  d’un fiato e con piacere costante.
E’ giusto limitarci in questa sede ad un breve stralcio, anche perché sarà lo stesso autore a pubblicizzarla ulteriormente, come merita, traendone nell’immediato futuro una serie di articoli per pubblicazioni scientifiche.
Ho scelto tre pagine – delle quattrocento in cui si articola lo studio – relative all’analisi della protesta popolare, e le riporto qui di seguito stralciandone alcuni passaggi, spero, pur nella necessaria sintesi, in maniera tale da dare un quadro unitario.
E’ chiaro che si tratta solo di una parte della ricerca, e che in altre parti vengono evidenziate diverse ma altrettanto forti motivazioni alla base della protesta.
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Anche legami affettivi preesistenti all’esperienza di protesta possono favorire la partecipazione iniziale e incoraggiare il successivo coinvolgimento, soprattutto da parte di quelle persone che non hanno mai avuto esperienze di attivismo e non sono mosse da una particolare ideologia politica.

Nel caso della protesta No TAP, la quasi totalità degli intervistati non ha iniziato a partecipare solo perché aveva una conoscenza tra le persone già attive, sebbene i legami già esistenti abbiano influito nella decisione soprattutto per coloro che non avevano mai partecipato. Le informazioni sulla campagna di protesta circolano tra le reti di familiari e amici (principalmente sui social media) e un mix di curiosità e preoccupazione possono spingere alcune persone ad interessarsi alla questione. Soprattutto quando non si conosce nessuno tra gli attivisti, il contatto con i luoghi della protesta avviene in compagnia di amici e conoscenti per il senso di sicurezza che deriva dal condividere questa esperienza.

La presenza di parenti o di amici nel gruppo di protesta può essere un incentivo a superare il timore e la timidezza. In certi casi, la riattivazione di vecchi legami di amicizia permette la circolazione di emozioni reciproche che possono rafforzare la decisione di partecipare. Questa scelta può essere sostenuta anche da una percezione positiva dei luoghi e del contesto della protesta. Come racconta questa intervistata:

 

“c’erano anche tanti bambini, avevano allestito una tenda, con i giochi, e si stava creando questa comunità, […] i primi giorni ho iniziato a rincontrare persone che non vedevo da tempo, amici, con cui ci conosciamo da quando io avevo 15 anni, per cui sapendo che loro stavano lì mi sentivo più tranquilla ad andare, sempre con un po’ di timore […] però ho iniziato a frequentare le assemblee, mi piaceva, cioè, non sono riuscita più ad allontanarmi, da quel giorno sono andata sempre” .

 

Altri dichiarano di non essere stati coinvolti da nessun conoscente, ma di aver invece tentato, spesso con successo, di far avvicinare i propri contatti alla protesta: “è stata una scelta mia, anzi sono stato io che poi ho coinvolto amici, parenti e familiari nella lotta” .

 

Oltre ad essere un mezzo per superare la solitudine e la timidezza, la partecipazione è un valore che vogliamo condividere con le persone a cui teniamo e di cui ci fidiamo. Quando un individuo ritiene importante partecipare ad una protesta perché è seriamente preoccupato vorrebbe che le persone vicine sentissero le stesse emozioni, e quando questo non avviene si possono creare fratture.

 

Alcuni intervistati affermano di non essere stati in grado di coinvolgere amici e conoscenti, spesso provando dispiacere per il fatto di non riuscire a condividere le stesse idee e sentimenti. In certi casi, la paura di esporsi e la difficoltà ad identificarsi con il gruppo di attivisti, soprattutto quando è stigmatizzato, può arrivare a compromettere legami affettivi anche di lunga durata.

I vincoli affettivi verso le persone e i luoghi, insieme ad emozioni morali come l’orgoglio e l’indignazione, non solo spingono le persone a protestare per la prima volta, ma sostengono la partecipazione nel lungo periodo perché forniscono l’energia e la soddisfazione che sono fondamentali per affrontare lo stress e la fatica della protesta (Jasper 1997).

La paura e il senso di pericolo per la minaccia percepita possono spingere ad agire quando sono condivisi con le persone a cui teniamo, le quali spesso tendono ad appoggiare le nostre scelte rafforzando così la volontà di partecipare:

 

“[mia madre] mi svegliava alle 2, alle 3 di notte, e mi suonava il campanello, mi diceva ‘devi andare!’, […] per cui sì, siamo toccate, mia madre, mio fratello, ma anche mia sorella che vive al nord, anche lei supporta la lotta, non fisicamente ma con altri sistemi” .

 

L’orgoglio che deriva dal trasmettere i propri valori morali a familiari e amici è un sentimento molto importante per l’emergenza e la continuità della mobilitazione (Poma 2017).

Ad esempio, una nonna No TAP che ha deciso di dedicare gran parte del proprio tempo alla protesta racconta di essere orgogliosa per aver coinvolto i figli e i nipoti, e questo rafforza il suo senso di identificazione con il gruppo di attivisti:

“la mia famiglia, tutti attivisti, sono tutti attivisti, tranne mio marito, sì, ci crede, però lui non partecipa, però ho portato anche le mie nipotine, con il consenso di mio figlio, di mia nuora, siamo tutti attivisti!” .

 

Inoltre, la gratitudine nei confronti dei membri della famiglia per il supporto emotivo e materiale è un altro elemento importante per sostenere l’impegno della partecipazione, come conferma questo intervistato:

 

c’è mia moglie, devo ringraziare anche lei se riesco a fare l’attivista, a conciliare tutte le cose, grazie anche al suo supporto, che magari fa più di quello che dovrebbe, sopperisce laddove io manco […] il fatto che sia venuta poche volte al presidio è perché non potevamo chiudere il bar, devo dire che sono stato affiancato da mio figlio, adesso ha 19 anni, si è affacciato pure lui, pur non avendo avuto mai esperienze, è venuto al presidio un sacco di volte, alle manifestazioni, è stato sempre presente”.

 

Anche in questo caso, è la condivisione di visioni morali nel contesto familiare o di coppia a favorire la scelta di impegnarsi in maniera continuativa nelle attività di protesta.

Comunque, il processo di negoziazione di obiettivi e priorità può risultare a volte lungo e faticoso, a seconda della personalità e della biografia degli individui coinvolti. Spesso i tempi di vita e attivismo possono coincidere per alcuni periodi favorendo un impegno intenso e costante, ma quando ciò non accade ci può essere una differente valutazione dei costi e benefici dell’azione che può determinare un calo della partecipazione. Come osserva questa attivista, riferendosi al suo partner:

 

il discorso ambiente e di visione politica ci avevano subito unito, e nel momento della lotta No TAP lui c’è stato all’inizio, tanto quanto me, poi diciamo che lui ha allentato un pochino prima di me […], a volte dormivamo insieme al presidio, poi lui rimaneva e io andavo al lavoro, poi tornavo io e ci davamo il cambio, insomma, alcune cose le condividevamo, altri momenti invece non necessariamente perché uno o l’altra aveva degli impegni”.

 

Se le reti sociali e i legami affettivi preesistenti hanno un ruolo nel favorire e sostenere la partecipazione, i vincoli e le emozioni reciproche che si creano e si diffondono nel corso dell’esperienza di protesta sono centrali per comprendere cosa spinge una persona a proseguire nonostante i rischi e i costi che l’attivismo comporta (Jasper 1997).

Soprattutto nelle fasi di maggiore visibilità della mobilitazione, le persone più coinvolte possono sentire frustrazione e senso di colpa se non riescono ad essere sempre presenti, ma anche stanchezza e fatica quando partecipano in maniera molto intensa (Pecorelli 2015).

Queste emozioni negative vengono però bilanciate dalle emozioni reciproche positive (solidarietà, fiducia, rispetto) che permettono la costruzione di nuovi legami affettivi tra i membri del gruppo:

 

“è stato un periodo molto vivace e anche faticoso, perché bisognava conciliare la quotidianità della gestione di una casa e tutto quello che concerne piccole attività lavorative che entrambi abbiamo mantenuto anche se fuori da orari di lavoro […] ce l’abbiamo fatta, forse anche con l’aiuto di altre persone che abbiamo sentite vicine e solidali rispetto a questa cosa e quindi non ci è pesato più di tanto anche per questo motivo” .

 

I sentimenti di felicità e soddisfazione sono legati al senso di sicurezza che deriva dal condividere l’esperienza di attivismo con altre persone. Consentendo la creazione di un senso di comunità, i legami affettivi tra i membri del gruppo permettono di superare il senso di solitudine e impotenza, alimentando la speranza che la lotta in difesa del territorio possa favorire un cambiamento più generale a livello sociale e culturale:

 

“sono felice di aver conosciuto tutta questa gente, nel bene e nel male, quelli con cui ho litigato e quelli con cui mi son trovata bene, anche se non hanno tutti le stesse idee, ma ti rendi conto che non sei sola e questa è una bella cosa, ti dà la speranza che comunque qualcosa possa rimanere” .

Category: Cultura, Libri, Politica, reportage

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