COME ERAVAMO / LA SALAME CHE MANGIAVO IO

| 5 Ottobre 2022 | 1 Comment

di Raffaele Polo ______

Sono in salumeria, ci sono due persone prima di me, osservo le loro richieste, mi chiedo come siano cambiati i gusti di uomini e donne, in questo scorcio del 21° secolo (Caspita, mi viene subito di pensare, non è più Twenty Century Fox, debbono aggiornarla a Twenty one…) perché è proprio da queste minute osservazioni che, come ci insegnano i sociologi, si costruisce poi un esatto resoconto di come siamo. E questo serve, non capisco bene a cosa serva nella mia vita di tutti i giorni, ma mi assicurano che serve, eccome.

Allora, la signora che sta davanti a me, ha chiesto lo speck e la mortadella. Anche un po’ di stracciatella, ha aggiunto.

Quando ero bambino, ragazzo e adolescente io, lo speck non lo conoscevo. Almeno, nel Salento, non era ancora arrivato. E la mortadella, nessuno la chiamava così: per tutti era la ‘porchetta’, ci faceva sorridere chi veniva dal Nord e chiedeva ‘un etto di Bologna’, neanche il salumiere sapeva raccapezzarsi. Solo dopo molto tempo, siamo stati colonizzati definitivamente e abbiamo scoperto che la porchetta era quella di Ariccia e la ‘mortatella’ invece, era quella che volevamo noi.

Coi pistacchi o senza? Ecco un altro problema di non poco conto: noi amiamo i pistacchi, eravamo convinti che ci fossero sempre. E invece ci spiega il paziente salumiere che, sempre al Nord, preferiscono e pretendono quella senza pistacchi. Vabbene, i tempi cambiano…

E come la vogliamo, in vaschetta o nella carta? Ecco, anche questo è un dubbio non da poco: mi viene spiegato che, nella vaschetta di plastica, il prodotto si conserva più a lungo…

Perfetto, ci stiamo facendo una cultura; la seconda signora, vuole anche lei la stracciatella, anzi no, la giuncata. E questa, eccome se la ricordo: passava la sera con la bicicletta il venditore, gridando ‘Giuncata fresca, giuncata!’ e aveva dietro di sé, in tanti involucri di paglia, il prodotto già pronto da mangiare. La stracciatella no, non esisteva: cioè, ce la faceva la mamma con il brodo caldo e l’uovo, quando eravamo convalescenti. Quella era la stracciatella, per noi. E, oltre ai latticini, la signora vuole il prosciutto crudo. Sorride, il salumiere. “Nazionale o Parma?” chiede, mellifluo. La signora dice ‘Parma’ e non sa a cosa va incontro: deve specificare la stagionatura, ognuna con un prezzo diverso…

Questo problema noi non l’avevamo: il prosciutto crudo non entrava, non poteva entrare nelle parche abitudini dei salentini. Costava troppo e molti salumieri non lo acquistavano neppure. Solo il cotto, in seguito con la ben specificata disposizione ‘senza polifosfati’, poteva approdare nei nostri panini. Cosa fossero i ‘polifosfati’ non era ben chiaro, ma ripetevamo orgogliosi quella che ci sembrava una formula chimica…

Arriva il mio turno: “ Un etto di ungherese” dico lentamente. E penso che neanche questo salume era conosciuto ai nostri tempi, o almeno non lo conoscevamo noi. Quante cose non sapevamo: del resto, era papà che la sera portava un’incartata con i tre tipi di salume conosciuti: porchetta, ‘milano’ e cotto. Il ‘milano’ poteva essere sostituito dal ‘napoli’, ma la cosa finiva lì. Eravamo a Lecce, nel 20° secolo. E avevamo la fame degli adolescenti: un filone intero costava 45 lire, a noi ne toccava mezzo

Category: Costume e società, Cultura

Comments (1)

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  1. Elena ha detto:

    Luganega da: lucanica (della Lucania). Grazie Raffaele

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