“Lasciato indietro”: SE IL CARNEVALE E’ UNA FUNZIONE PERENNE, L’AMICIZIA STORICA È L’UNICO VOLTO SENZA MASCHERA

| 4 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ______________

“Nonostante le difficoltà, ho imparato molto in quegli anni. Ho imparato ad essere forte ed a lottare per ciò in cui credo, a non arrendermi di fronte alle difficoltà e a cercare sempre di migliorare. Ho imparato anche l’importanza della famiglia e degli amici, che mi hanno sostenuto e mi hanno dato la forza di andare avanti.”

Si apre come uno squarcio, questo libro di Dino Tropea. Una ferita inferta proprio mentre fuori, nelle strade, sfila l’osceno Carnevale di un’umanità che ha scelto di vivere dietro una maschera.

Perché oggi siamo tutti in maschera, sapete?

Abbiamo trasformato persino il passaggio all’età adulta in una messinscena spietata, in una sfilata di vanità dove l’apparire ha divorato l’essere. Una volta — e parlo di un’epoca che sembra preistoria ma era solo decenza — la felicità era una cosa contenuta, quasi pudica. Ci si ritrovava nel salotto di una zia, si spostavano i mobili per far spazio a un giradischi e ci si sentiva giganti con una macchinetta fotografica vintage tra le mani. Non c’era bisogno di simulare. Eravamo vivi, e ci bastava.

Oggi no. Oggi il diciottesimo compleanno è una competizione feroce, un finto matrimonio celebrato sull’altare del vuoto. È l’ipocrisia di un sistema che ci bombarda di immagini per nascondere la paura, per coprire le assenze.

Dino Tropea lo scrive con una rabbia che riconosco: mette a nudo lo scippo dell’anima operato da chi dovrebbe proteggerci e invece fugge. Parlo di quei padri che abbandonano, che seminano tradimenti e poi hanno il coraggio di presentare fratellastri come “semplici amici di famiglia”. Un’infamia consumata nel silenzio delle mura domestiche, protetta da un velo di inganno che rende la vita quotidiana una farsa perenne.

A questo schifo si contrappone la figura monumentale di nonna Moira. Classe 1915. Una che ha guardato in faccia due guerre mondiali e non ha mai abbassato lo sguardo. Lei non aveva l’alfabeto, ma sapeva leggere il cuore meglio di tanti intellettuali da salotto. La sua verità stava nel candore di un grembiule e nella forza brutale di uno zabaione fatto con le uova del contadino. Lei è l’antitesi di questa modernità fluida e vigliacca. Persino quando subisce uno scippo, quello schiaffo fisico diventa il pretesto per guardare altrove, verso quella Norrenia mitica dove il benessere non è un’illusione ottica ma una realtà che azzera le disuguaglianze.

Tropea non si arrende. Cerca la sua rotta, studia la navigazione isobarica per non sprecare fiato e vita, per essere “green” in un mondo che sta marcendo. Denuncia il bullismo per quello che è: un ricatto. E al ricatto emotivo, alla manipolazione di chi vuole mangiarti l’anima, bisogna rispondere con un “no” che spacchi il silenzio. Restano solo gli amici storici, quelli dell’infanzia, a ricordarci chi eravamo prima che imparassimo a mentire. Il resto è nebbia.

Il racconto di Dino è come il vino della nonna: brucia, è amaro, ma ti ricorda che sei ancora vivo. E che per restare tali, bisogna avere il coraggio di camminare a volto scoperto, tra la folla che ride protetta dal proprio costume di scena.

Category: Cultura, Libri

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