ARLECCHINO SERVITOR DI DUE PADRONI? NELLA VEDOVA SCALTRA DI GOLDONI, ENRICO BONAVERA HA DAVVERO ESAGERATO: NE HA SERVITI BEN CINQUE!
A LECCECRONACA.IT L’INTERVISTA IN ESCLUSIVA ALL’ARLECCHINO PIÙ SCANZONATO DEL TEATRO ITALIANO.

di Carmen Leo______ “Arlecchino per me è stata una vera scoperta! Quando avevo cinque anni non mi è mai interessato indossare la sua maschera, poi è stato Lui che mi ha preso. Ho indossato la prima maschera anni fa, grazie a un attore, a un amico, che mi ha detto: tu DEVI fare Arlecchino! E io a ripetere che non mi interessava.
E, invece, come spesso accade con ciò che non avremmo mai desiderato o pensato di poter fare, quella maschera di Arlecchino l’ho indossata e mi ha proprio preso, mi ha fatto provare delle emozioni così intense, un’energia che non conoscevo ancora, che sicuramente era in me, ma che non si era ancora rivelata.
Da quel momento lì ho sentito il bisogno di studiarlo a fondo quel personaggio, di farlo totalmente mio, per poi rappresentarlo al meglio sul palcoscenico. E per far diventare quella maschera parte integrante di Enrico, sono andato a disturbare il più grande Arlecchino che avevamo in Italia, Ferruccio Soleri, di cui sono diventato in qualche modo discepolo, anzi l’ho obbligato a farmi da Maestro, a divenire il mio Mentore per farmi scendere nei meandri della psiche di quella che è forse la maschera più nota della nostra tradizione carnevalesca e teatrale.
È stato proprio Soleri a farmi entrare, per la prima volta, ne ‘Il servitore di due padroni’, e da lì sono approdato al Piccolo Teatro di Milano, con il grande Strehler, e poi sono arrivati il Teatro Stabile del Veneto, il Teatro di Genova, il Teatro Carcano di Milano, il Teatro della Tosse e il Teatro dell’Archivolto di Genova.
Importante è stata per me l’esperienza veneta, dove a stretto contatto con gli attori veneti ho potuto perfezionare la mia conoscenza linguistica, che mi ha consentito di dare una connotazione più incisiva e realistica al mio personaggio Arlecchino.
E così che inizia la nostra intervista ad Enrico Bonavera, genovese d’origine, da ormai più di tre decenni attore di prosa e insegnante di teatro, che abbiamo incontrato al Teatro Cavallino Bianco di Galatina (Le), dove stava per andare in scena nella pièce La vedova scaltra di Carlo Goldoni, con protagonista Caterina Murino, e con i colleghi Giorgio Borghetti, Patrizio Cigliano Mino Manni, Serena Marinelli, Lorenzo Volpe, per la regia di Giancarlo Marinelli.
Con un sorriso accogliente e il garbo di un gentiluomo d’altri tempi, Bonavera si concede a Leccecronaca.it in una chiacchierata informale, più che in una intervista ufficiale, mostrandosi disponibile anche a farsi fotografare.

E allora noi approfittiamo per cercare di carpirgli le sue impressioni più intime derivate dall’interpretazione della maschera più nota d’Italia.
Alla nostra domanda: “Cosa c’è di Arlecchino in Bonavera e viceversa?” – così gentilmente Lui risponde.
“Arlecchino mi ha, indubbiamente insegnato a essere più ottimista, a vivermi il presente con maggiore gioia, con meno ansia per il futuro. Arlecchino vive, infatti, nel presente, non sappiamo che passato ha, non si porta dietro grande esperienza, apparentemente, se non le primarie, e non pensa tanto al futuro. L’unica cosa che sa di certo del futuro riguarda le bastonate che prenderà sicuramente, perché è un po’ ignorante e un molto pasticcione. Ecco, in quest’ultimo aspetto mi riconosco particolarmente!
Paradossalmente invecchiando, forse, si diventa un po’ più sciocchi, più ingenui, si ha un occhio più compassionevole, più empatico rispetto alle vicende del mondo, si vivono le ansie, le paure, le preoccupazioni della gioventù con maggiore leggerezza, quella data dall’esperienza.
Alla fine capisci che prima o dopo passa tutto.
Ma nella tradizione dell’arte gli attori che interpretavano Arlecchino erano attori relativamente anziani, non erano giovani, perché per interpretare Arlecchino ci vuole molta esperienza, molto tranquillità emotiva quando si è in scena.
Occorre acquisire un controllo, che è propriamente l’arte, la capacità di dare la sensazione al pubblico di essere molto agili, molto acrobatici quando magari fai piccole cose, no?
Perché quelle cose le fai con le azioni, le fai con leggerezza, giustamente come diceva lei“.

E visto cotanta disponibilità da parte di quest’uomo di straordinaria cortesia, noi sfacciatamente, ma sempre con l’educazione che ci contraddistingue, proseguiamo nel chiedere: “Non teme che questa maschera di Arlecchino, a lungo andare possa rimanerle troppo appiccicata addosso?”
E Lui, con un sorriso sornione, che tanto ci ricorda quel personaggio di cui da tanto tempo veste i panni: “Il tempo è passato, sono in pensione, ho 70 anni, mi diverte anche. Non ho affatto questo timore! No, ma io poi gioco molto a casa con le mie bambine, che spesso mi rimproverano dicendo: dai papà smettila adesso!
Questo spirito giocherellone, la goliardia della maschera da me interpretata, alla fine fa parte di me, l’ho sempre avuta, altrimenti non avrei mai potuto vestire questo ruolo per così tanto tempo.
Questo aspetto di me mi ha, certamente, aiutato ad interpretare al meglio questa parte“.

La nostra conversazione dai toni piacevoli e dai modi garbati prosegue con la scoperta che Bonavera nel nel nostro meraviglioso Salento c’è già stato, a Galatina per ben quattro volte!
E qui, ci dice, è stato letteralmente sedotto dalla bellezza del patrimonio artistico della Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria e del Barocco salentino in toto.
E come dargli torto!
Anche Lecce lo ha molto affascinato, e il cristallino mare della Marina di Alliste, dove è stato in vacanza, lo ha rapito d’incanto.
Difficile, anzi diremmo impossibile, non restare affascinati da una personalità poliedrica e multi sfaccettata come quella di Enrico Bonavera, da quel suo modo straordinariamente empatico di sintonizzarsi perfettamente con chi gli sta di fronte, anche se fino a pochi minuti fa un perfetto sconosciuto, tipico di un attore consumato, oltre che di un uomo di grande esperienza umana e professionale.
Leccecronaca.it ringrazia di cuore Enrico Bonavera, non solo per l’intervista gentilmente concessa, ma anche per la sensazionale interpretazione del suo Arlecchino, servitore di ben cinque padroni in questa commedia, a tratti ingenuo, a tratti scaltro, profittatore, ma di buon cuore, che vive di espedienti e cerca di non perire di bastonate.
Abbiamo trascorso in sua compagnia, e con la bravura e maestria di tutti gli attori e attrici de La vedova scaltra goldoniana, cento minuti di allegria, spensieratezza, ma anche di opportune riflessioni su quanto sia mutato il ruolo e la considerazione sociale della donna negli ultimi tre secoli, nonché di quanto sia stata emancipata, considerati quei tempi, la visione che lo stesso Goldoni ha saputo trasfondere nel personaggio della vedova e di altre successive protagoniste dei suoi capolavori letterari e poi teatrali.

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LA RICERCA nel nostro articolo del 30 gennaio scorso
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