INDOVINA CHI VIENE A CENA? / ORGOGLIO E POVERTA’

di Emanuela Boccassini _________________
Ci sono mancanze che non fanno rumore immediatamente. Entrano nelle case poco alla volta, si infilano nelle abitudini quotidiane, cambiano il modo e ciò che le persone desiderano. A volte hanno il volto delle rinunce silenziose: un libro non comprato, uno sport lasciato perdere, una gita evitata, sogni ridimensionati molto prima di essere pronunciati. E quando tutto questo si ripete per anni, il rischio è che non resti una difficoltà temporanea, ma diventi una condizione che passa da una generazione all’altra.
È anche così che nasce quella che oggi chiamiamo povertà ereditaria. Quando una famiglia non riesce ad assicurare ai figli i beni necessari – non solo il cibo, ma anche cultura, attività extrascolastiche, possibilità di sognare – che adulti diventeranno quei bambini? Il rischio è che la fame di oggi diventi la rabbia o l’apatia di domani?

Per parlare di un argomento così delicato che ha la dignità come parola d’ordine, ho invitato Alessandro Valenti, sceneggiatore e regista salentino, attivo nel cinema e nell’ambito della cultura e dell’impegno sociale. Nel suo percorso professionale ha collaborato alla scrittura di opere cinematografiche e televisive, lavorando anche con il regista Edoardo Winspeare. È autore e regista del cortometraggio Babbo Natale, vincitore del Premio MigrArti 2016 e presentato alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Da diversi anni è, inoltre, presidente dell’Accademia della Carità di Lecce, realtà impegnata nella promozione di iniziative culturali e sociali e nel sostegno delle persone che vivono situazioni di difficoltà. Attraverso l’Accademia, Alessandro ha sviluppato progetti che intrecciano cinema, cultura, inclusione e attenzione alle fragilità sociali. Con il suo curriculum ricco di umanità, ho ritenuto fosse la persona più adatta alla serata.
Sono sulla terrazza, al tramonto che lentamente si spegne. Le temperature si sono abbassate eppure, per ora, la terrazza continua a essere il palcoscenico delle mie cene.
La struttura in legno sopra la testa disegna una specie di cornice naturale; una tenda leggera filtra ancora gli ultimi residui di luce del giorno.
Stasera non ci sono merletti o porcellane che gridano sfarzo. Semplicità e sobrietà saranno le portate principali, anche della conversazione. Sulla tavola ho disteso una tovaglia di lino grezzo, che cade morbida. Una di quelle che sanno di bucato steso al sole e di mani che l’hanno accarezzata, piegata, apparecchiata tante volte. L’ho allestita per parlare di un ospite che in città tutti conoscono ma che nessuno invita volentieri a cena: la povertà. Ma non quella urlata dei talk show, bensì quella che si nasconde tra le pieghe della dignità.
Mentre i dati ISTAT scorrono freddi sul mio taccuino, parlandomi di migliaia di famiglie nel Salento che faticano ad assicurare ai figli anche il necessario, capisco che stasera il vero protagonista non è ciò che manca, ma ciò che riusciamo a mettere in tavola.
I piatti sono tutti uguali, bianchi, conservati per le occasioni speciali, ma non formali. Quelli semplici, collezionati nel tempo con i punti di una vecchia raccolta, eppure non dozzinali. Le posate sono di acciaio semplice, senza ornamenti. I bicchieri di vetro non spesso.
Al centro della tavola non c’è un’unica decorazione, ma un piccolo equilibrio naturale: due composizioni laterali di fiori di campo, alla stessa altezza, come due presenze silenziose. Al centro, più alto, un mazzo di margherite con qualche filo d’erba spontaneo che spunta ribelle.
Tra i fiori, un elemento semplice ma centrale: una brocca di vetro con acqua fresca. Nessuna decorazione. Accanto, un cestino di pane rustico, offerto allo sguardo prima ancora che alle mani. Tutto sulla mia tavola deve parlare.
Questa sera vorrei che dicesse che la povertà e la semplicità non sono mancanza di gusto, ma capacità di trasformare poco in molto.
Come sottofondo musicale ho scelto Ludovico Einaudi. I suoi brani mi hanno sempre trasmesso emozioni intense. Mi hanno fatto desiderare, sperare, sognare. Sembra che lascino spazio anche alle parole non dette.
Do il mio solito ultimo sguardo per accertarmi di non aver dimenticato nulla, quando con un tempismo strepitoso sento il citofono.
Il mio ospite è arrivato. Lo conduco sulla terrazza e lo faccio accomodare. Iniziamo a chiacchierare per rompere il ghiaccio, perché è la prima volta che incontro Alessandro.
Mentre porto a tavola l’antipasto, semplice e povero, bruschette con cipolla caramellatalentamente con un filo d’aceto e un pizzico di zucchero, penso al tema della cena e mi rendo conto che la povertà non coincide più soltanto con la mancanza di lavoro o con l’assenza di un reddito. Negli ultimi anni in Italia è diventata una condizione che può attraversare anche la vita di chi un lavoro ce l’ha, ma non riesce comunque a far fronte con continuità alle spese essenziali. Una delle trasformazioni più rilevanti è proprio questa: oggi anche chi lavora può essere povero. A incidere sono soprattutto l’aumento del costo della vita, in particolare di alimentari ed energia, e salari che non crescono allo stesso ritmo.
Nel Salento il quadro non è diverso, ma spesso appare ancora più fragile: redditi più bassi, lavori stagionali o precari, minori tutele economiche.
Ma il dato statistico non basta. Il punto riguarda la quotidianità: spese sempre più calcolate, rinunce che non toccano più il superfluo ma l’essenziale e la difficoltà crescente nel garantire ai figli ciò che fino a poco tempo fa era normale. È qui che entra in gioco un tema più profondo: la dignità.
Quando il bilancio familiare si stringe fino a soffocare, la vita diventa un esercizio di potatura. Quali sono le prime cose – non solo materiali, ma anche simboliche – che una persona è costretta a tagliare e quanto pesa la consapevolezza di dover rinunciare a quel “superfluo” che però ci rende umani?
Per rispondere alla tua domanda, partirei da un’esperienza che ho vissuto attraverso l’Accademia della Carità, dove organizziamo laboratori di lettura con donne senza fissa dimora. Al termine di uno di questi percorsi abbiamo costruito insieme un elenco dei diritti e ciò che più mi ha colpito è stato scoprire quale fosse, per loro, il primo diritto da rivendicare: non il diritto al lavoro, né quello a una casa, ma il diritto di essere ascoltate.
È un aspetto che mi ha fatto molto riflettere, perché nelle situazioni di difficoltà non si rischia di perdere soltanto i beni materiali. La tensione provocata dalla mancanza di denaro, dall’impossibilità di pagare le bollette o, nei casi più estremi, dalla perdita della casa, può portare anche alla morte delle relazioni, del dialogo, del sentirsi parte di una comunità. Quando si vive in una situazione che sembra non lasciare spazio a nessuna possibilità di cambiamento, diventa difficile costruire rapporti e relazioni capaci di far crescere la persona.
Per questo, quando parlo di povertà, penso anche alla difficoltà di continuare a sentirsi pienamente umani. È uno degli aspetti su cui lavoro quando accolgo le persone in Accademia: la prima cosa che faccio è chiedere il loro nome e cognome, perché credo sia importante ripartire dalla persona, dalla sua identità, prima ancora che dal suo bisogno.
E proprio per questo faccio fatica a considerare davvero “superfluo” tutto ciò che va oltre la semplice sopravvivenza. Certo, avere una casa, poter pagare il riscaldamento e avere da mangiare sono bisogni fondamentali. Ma essere una persona significa anche poter andare dal parrucchiere, dal dentista, comprarsi una maglietta che ci faccia sentire bene con noi stessi, avere occasioni per stare con gli altri, costruire relazioni e vivere la propria dimensione emotiva.
Quello che chiamiamo superfluo, quindi, spesso è tutt’altro che superfluo: sono proprio quelle piccole possibilità che ci permettono di prenderci cura di noi stessi, di sentirci parte del mondo e, semplicemente, di continuare a essere persone.
Molte famiglie si trovano oggi a compiere scelte difficili, a volte dolorose. E accanto alla privazione materiale si aggiunge, soprattutto per bambini e ragazzi, una forma più sottile di esclusione: non poter partecipare a una gita, rinunciare a un’uscita, restare ai margini di esperienze condivise.
E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa accade alla dignità delle persone quando la vita è fatta di rinunce continue? È una domanda che rimane sospesa e che mi accompagna mentre porto in tavola il primo piatto.
La zuppa di legumi e cereali, accompagnata da crostini di pane fatto in casa, mi sembra perfettamente coerente con il tema della serata. I legumi sono stati a lungo considerati la “carne dei poveri”: nutrienti, semplici, accessibili, rappresentano la forza e la sostanza. Sono alla base di una cucina capace di far bastare ciò che si ha, di trasformare ingredienti poveri in un pasto completo e, allo stesso tempo, sono un vero tesoro dal punto di vista nutrizionale.
Alessandro, abbiamo trasformato la “cucina povera” in un lusso. Se oggi un chilo di ciliegie costa quanto l’ora di lavoro di un bracciante o di un precario, possiamo ancora parlare della dieta mediterranea come di un patrimonio comune, o il mangiar bene è diventato l’ultimo e più odioso privilegio di classe?
Quando parliamo di cibo, forse dovremmo partire dalla filiera e dalle persone che rendono possibile ciò che arriva sulle nostre tavole. Oggi molti braccianti vivono ancora in condizioni di forte degrado abitativo, fisico ed economico e, nonostante il loro lavoro sia indispensabile, ricevono spesso paghe molto basse e sono esposti a forme di sfruttamento. Sono loro, però, a contribuire a portare sulle nostre tavole pomodori, frutta… i prodotti della terra.
È qualcosa che dovremmo tenere presente anche quando facciamo la spesa: dietro ciò che acquistiamo ci sono persone, storie e condizioni di lavoro che non sempre vediamo. È una realtà presente in molti territori e che conosciamo anche da vicino, per esempio nel Salento e in particolare nell’area di Nardò.
Per questo credo che mangiare bene non debba essere un privilegio di classe. Dovrebbe essere un diritto: tutti dovrebbero avere la possibilità non soltanto di nutrirsi, ma di avere accesso a un cibo di qualità, sano e preparato con cura.
È un principio che cerchiamo di applicare concretamente anche all’Accademia della Carità, dove ogni giorno la nostra mensa distribuisce circa duecento pasti. Uno degli aspetti su cui lavoriamo maggiormente è proprio la qualità del cibo. Non vogliamo limitarci a dare qualcosa che permetta semplicemente di placare la fame; vogliamo che le persone possano anche scoprire il piacere di mangiare bene, di assaporare una cucina curata e di ritrovare, quando possibile, sapori legati alla dieta mediterranea.
È anche per questo che organizziamo momenti come quello della cena che abbiamo realizzato ieri sera, coinvolgendo persone capaci di cucinare e mettendo al centro non soltanto il bisogno di nutrirsi, ma anche il piacere, la cura e la dignità che ci sono nel condividere un buon pasto.
Il cibo, come ci ha ricordato Alessandro, non è soltanto qualcosa che riempie lo stomaco. È anche convivialità, piacere, cura, possibilità di assaporare un piatto preparato con attenzione e di ritrovare, attraverso il cibo, una parte del proprio decoro. Perché il cibo non è mai soltanto cibo: è relazione, memoria, condivisione. E, soprattutto nel nostro territorio, lo sappiamo bene.
Per secondo porto in tavola un polpettone di patate, con pisellini e fagiolini. Anche qui la materia è semplice, essenziale. Le patate prendono il posto della carne, mentre gli ortaggi completano il piatto. È un secondo che non punta all’abbondanza, ma alla sostanza: ciò che basta, senza eccessi. Ma proprio questa semplicità ci ricorda che non è necessario avere molto per mangiare bene: occorrono ingredienti, cura e la capacità di trasformare ciò che abbiamo in qualcosa da condividere.
Spesso pretendiamo che chi è povero sia anche “esemplare”, sobrio e perfetto risparmiatore del proprio nulla. Ma è davvero possibile mantenere la dignità in una vita fatta solo di sottrazioni? O la vera soglia della povertà estrema si raggiunge quando viene negata anche la possibilità di sognare qualcosa di inutile ma bello?
C’è un altro aspetto su cui, attraverso il lavoro con le persone che vengono in Accademia, vorrei insistere: la povertà non è una colpa. Non possiamo pensare che chi si trova in una situazione di difficoltà sia necessariamente una persona sobria, buona o, al contrario, colpevole della propria condizione. Secondo me, molto spesso la povertà è anche il risultato di un sistema economico e sociale che può produrre esclusione e far ricadere sulla persona la responsabilità della propria situazione. E proprio da qui che bisogna partire: dal riconoscere che chi vive una condizione di povertà non ha perso il diritto a ricostruire la propria vita.
Per questo, uno degli aspetti più importanti del lavoro dell’Accademia è aiutare le persone a tornare a desiderare, a immaginare, persino a sognare qualcosa di apparentemente inutile, ma bello. Non ci si limita a offrire cibo o un tetto, si organizzano laboratori di poesia, di musica, si va al cinema, a teatro, nei musei, si affrontano temi legati alla Costituzione e ai diritti. Sono occasioni che permettono alle persone di confrontarsi, di esprimersi, di scoprire o riscoprire una dimensione di sé che la povertà rischia di cancellare.
La poesia, in questo senso, diventa qualcosa di tutt’altro che inutile. Restituisce alla persona la possibilità di essere ascoltata nella sua dimensione più profonda e impedisce che venga ridotta semplicemente al suo bisogno. Non è soltanto un corpo da nutrire o una persona a cui offrire un letto: è un essere umano con un’anima, dei desideri, una storia, dei diritti.
Ed è proprio da questo riconoscimento che, secondo me, può nascere un autentico percorso di cittadinanza attiva. Prima ancora di chiedersi che cosa possiamo dare a una persona, bisogna ascoltarla e riconoscerne la dignità. Il cibo e l’accoglienza sono fondamentali, ma non possono essere il punto d’arrivo: devono diventare l’inizio di un percorso attraverso il quale una persona possa tornare a sentirsi parte della comunità.
È arrivato il momento del sorbetto. La mia firma culinaria, il momento della riflessione, della sedimentazione. Per qualche secondo non aggiungo altro. Il rumore delle posate sembra più forte del solito. Il sorbetto arriva come un piccolo intervallo: rinfresca, pulisce il gusto e ci concede qualche istante di silenzio prima di continuare. Perché alcune parole, come alcuni sapori, hanno bisogno di tempo per essere assaporate e per arrivare fino in fondo.
Quelle di Alessandro, soprattutto. Ci ha ricordato che nutrire una persona non significa soltanto darle qualcosa da mangiare, ma riconoscerla, ascoltarla, restituirle la possibilità di sognare, di partecipare, di sentirsi parte di una comunità.
E allora lasciamo che questo sorbetto faccia proprio questo: ci conceda una breve pausa, prima del dolce, per far depositare ciò che abbiamo ascoltato.
Anche perché anche questa serata non vuole offrire risposte definitive. Vuole provare a osservare un aspetto della realtà senza semplificarla, senza giudicarla, senza distogliere lo sguardo. Perché la povertà vera non è mai soltanto un numero: è una condizione vissuta, spesso in silenzio.
Mentre servo ildolce, mele cotte con cannella e un po’ di zucchero a velo, rivolgo la mia ultima domanda.
Nelle nostre città del Sud, l’orgoglio spesso nasconde la fame. Quanto incide, nel tessuto sociale, il silenzio di chi preferisce saltare un pasto pur di non ammettere il proprio fallimento economico? La povertà che non urla è forse quella che dovrebbe farci più paura?
Durante il Covid abbiamo realizzato una campagna che si chiamava “Non uno di meno”, con l’obiettivo di distribuire tablet e creare collegamenti alla rete per permettere a tutti gli studenti di continuare a seguire le lezioni. Ma anche in quella situazione ci siamo trovati davanti a qualcosa che va oltre il bisogno materiale: la vergogna.
Molte famiglie, infatti, non chiedevano un tablet o un collegamento perché si vergognavano della propria condizione. E ancora una volta siamo tornati al punto da cui eravamo partiti: la povertà vissuta come una colpa. Per questo, prima ancora di offrire un aiuto concreto, è necessario costruire una relazione, avvicinarsi alle persone e aiutarle a comprendere che trovarsi in quella condizione non diminuisce il loro valore né la loro dignità.
C’è poi un’altra forma di sofferenza che mi ha fatto riflettere molto. Ricordo una bambina africana di nove anni che viveva per strada con la madre. Un pomeriggio cadde e rimasi colpito dal fatto che non gridò, non reagì, come se avesse paura persino di esprimere il proprio dolore. Mi è rimasta dentro questa immagine, perché credo che, quando si arriva al culmine della disperazione, possa accadere qualcosa di simile: non si riesce più nemmeno a gridare. La paura e la sofferenza diventano così profonde da anestetizzare le emozioni.
Per questo, in alcuni casi, anche permettere a una persona di esprimere la propria rabbia, il proprio dolore, persino il proprio desiderio di gridare, diventa parte del percorso. Non bisogna chiedere a chi soffre di essere sempre composto, riconoscente o silenzioso. Bisogna restituirgli la possibilità di sentire e di esprimere ciò che ha dentro.
Ascoltarlo mentre parla con una clama mista a trasporto, interesse, umanità, mi fa capire di aver scelto davvero la persona giusta per una cena così delicata.
Lavorare con persone che vivono situazioni di estrema vulnerabilità è complesso anche perché non si può pensare di arrivare con una soluzione già pronta. Io non mi metto davanti a una persona dicendole che cosa deve o non deve fare: cerco piuttosto di costruire insieme a lei un percorso. Per questo torno sempre all’ascolto della storia del singolo. Quando conosco qualcuno, quando ascolto la sua storia, non ho più davanti un “problema sociale”: ho davanti una persona con cui posso costruire qualcosa.
Abbiamo visto persone che sono arrivate da noi senza nulla e che, nel tempo, hanno conquistato una casa, un lavoro, una maggiore autonomia e la capacità di ricostruire relazioni. A volte questo significa intervenire su problemi molto concreti. Penso, per esempio, a una donna che aveva subito violenza e viveva per strada. Dopo un percorso di riappropriazione di sé, aveva trovato un lavoro, ma si trovava di fronte a un altro ostacolo: non riusciva ad affittare una casa perché non aveva una busta paga che offrisse sufficienti protezioni al proprietario.
In questi casi cerchiamo di intervenire creando strumenti concreti, come un fondo di garanzia attraverso il quale l’Accademia si fa carico di tutelare il padrone di casa nel caso di difficoltà nel pagamento. È un piccolo intervento, ma può fare una differenza enorme: permette a una persona di superare un ostacolo che da sola non riuscirebbe a risolvere e di compiere un altro passo verso l’autonomia.
È questo, in fondo, l’approccio che vorrei proporre quando parliamo di sofferenza sociale: smettere di considerarla soltanto come una grande e indistinta “emergenza” e cominciare a raccontare le storie di chi le vive. Perché quando una persona ha un nome e un cognome, quando la guardiamo e ascoltiamo la sua vicenda, non è più un nodo da sciogliere: è una persona con cui costruire un percorso.
E quel percorso può partire da cose molto concrete – una casa, un letto, un lavoro – ma deve restituire anche la possibilità di riappropriarsi di sé, del proprio immaginario, dei propri desideri. Nutrire una persona significa anche restituirle la possibilità di vedere il proprio futuro.
Per questo mi piace parlare di una sorta di “agopuntura sociale”: non sempre serve una grande soluzione calata dall’alto. A volte bisogna individuare il punto preciso in cui una persona è bloccata e intervenire lì, con lo strumento giusto. Un piccolo intervento può aprire un percorso molto più grande.
E forse è proprio questo che dovremmo ricordare: la sofferenza sociale non riguarda “gli altri”. Una difficoltà può attraversare la vita di chiunque, indipendentemente dalla sua cultura, dalla sua storia o dalla sua posizione. Sapere che tutti possiamo trovarci, in momenti diversi, dall’altra parte del bisogno dovrebbe renderci non soltanto più solidali, ma anche più consapevoli del fatto che siamo, davvero, tutti sulla stessa barca.
A volte bastano pochi minuti di conversazione perché una persona si mostri nella sua complessità, oltre l’immagine che ci siamo fatti di lei. È quello che è successo incontrando Alessandro Valenti: dietro le prime parole ho scoperto un uomo attento, disponibile all’ascolto e profondamente interessato alle vite e alle difficoltà degli altri.
Più che nello sguardo, forse, questa attenzione si riconosce nel modo in cui sceglie le parole: delicate, mai giudicanti, capaci di avvicinarsi alle persone e alle loro fragilità con rispetto e solidarietà. Parole che raccontano un impegno nato nel tempo e che ha trovato nel cinema e nel lavoro sociale due strumenti per osservare la realtà, raccontarla e, quando possibile, provare a cambiarne almeno un piccolo pezzo.
Ed è forse proprio questa delicatezza, più di qualsiasi conclusione, che mi rimane alla fine della cena.
La serata sta lentamente scivolando verso la sua fine naturale. Non sempre ciò che abbiamo attraversato trova una risposta immediata, a volte serve tempo perché le parole si depositino e assumano il loro vero peso.
Mi accorgo che, più delle conclusioni, è il modo in cui si resta dentro le cose a fare la differenza. Dentro ciò che manca, dentro ciò che resiste, dentro ciò che si trasforma. E, secondo me, è proprio lì che si nasconde il senso più profondo di tutto questo: nel tentativo di non voltarsi altrove.
Mi allontano senza dire molto e rientro un momento in casa. Quando torno, ho tra le mani un piccolo boccale di vetro recuperato – era un semplice barattolo di ceci. L’ho lavato, tenuto da parte e trasformato in un porta candela fatto in casa. La cera non è perfetta, la superficie è leggermente irregolare. Proprio per questo mi piace. Lo porgo al mio ospite con naturalezza per lasciargli un piccolo ricordo della cena. Lui osserva il vetro trasparente, ancora riconoscibile nella sua semplicità originaria. È un dono che vuol ricordare come la povertà a volte, costringa lo sguardo a cambiare direzione: a riconoscere valore dove altri vedono soltanto scarti.
Per qualche secondo restiamo in silenzio.
Le parole di Alessandro continuano a tornarmi in mente. Mi fanno pensare a Leopardi e alla sua Ginestra, a quell’idea così lucida e, insieme, così umana che, davanti alla nostra fragilità e a un destino che nessuno può evitare, l’unica risposta possibile sia riconoscersi parte della stessa sorte e imparare a sostenerci.
Forse è questo il senso più profondo della solidarietà: non sentirsi diversi da chi ha bisogno, ma riconoscere che la vulnerabilità appartiene alla condizione umana e che, in momenti diversi della vita, possiamo trovarci tutti ad aver bisogno di una mano. Tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri per attraversare il buio, per non lasciare indietro nessuno e, soprattutto, per ricordarci di essere umani.
Lentamente la serata finisce.
__________________
( 22 – continua )
Category: Costume e società, Cultura


























