Verità processuali e verità storiche. L’ILVA, L’INFERNO VICINO A NOI

| 31 Ottobre 2013 | 0 Comments

Coinvolti anche i vertici politici della Regione Puglia: CHE FARE?

( RdL) Da poche ore è stato reso noto che il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, sono indagati dalla Procura di Taranto nell’inchiesta sul disastro ambientale dell’Ilva. A Vendola è contestata la concussione verso il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, a Stefàno, invece, l’omissione di atti d’ufficio. In sostanza, secondo i pm, Vendola avrebbe fatto pressioni sull’Agenzia regionale per l’ambiente affinchè cambiasse il tiro sull’Ilva.

Fra gli altri indagati con imputazioni differenti, figurano l’attuale assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, l’ex assessore regionale e oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni, e diversi dirigenti regionali, tra cui l’ex capo di gabinetto di Vendola, Francesco Manna, dell’attuale capo di gabinetto, Davide Pellegrino, e del dirigente del settore Ambiente della Regione Puglia, Antonello Antonicelli.

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Dopo quelle clamorose dei mesi scorsi, che hanno, in un modo o nell’altro, sopperito all’incapacità e alle inadempienze dolose decennali dei politici, dalla sinistra alla destra, tanto per usare categorie di riferimento, artefici e primi responsabili dello scandalo immane, di una città ridotta allo stremo e dei morti e dei malati, nelle ultime ore nuove iniziative dei magistrati, i quali hanno notificato ipotesi di reati direttamente ai vertici istituzionali, dalla Regione Puglia al Comune di Taranto, da Vendola a Stefano.

Ora, al di là delle vicende giudiziarie, di quelle che sono stati e saranno gli esiti processuali, a noi interessa l’evidenza delle cose, “rerum cognoscere causas” e da buoni intellettuali, da semplici e bravi cittadini, non dobbiamo aspettare le verità processuali: abbiamo già un quadro abbastanza chiaro, siamo abbastanza vicini, alla verità, di come stanno le cose.

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Dice: tanto si sapeva. Sapevano tutti a Taranto in qualche modo, e hanno taciuto, i più in cambio del posto fisso, stipendio sicuro, liquidazione e pensione assicura, come se già quel lavoro non fosse una vera e propria rappresentazione della condanna biblica e dovesse diventare pure un’alternativa alla salute; gli altri, tutti gli altri, dai servitori dello Stato ai servitori di Dio, giornalisti compresi ed è una vergogna nella vergogna, in cambio di mazzette, vantaggi mafiosi, carriere, favori .

 

Dice: ma tanto era già inquinata, dai tempi dell’ arsenale militare all’amianto, dell’Italsider, dell’ospedale per la cura dei tumori appositamente previsto e saggiamente sistemato a 20 km e pure in tutt’altra direzione anti – correnti aeree: come se al peggio non debba per forza esserci mai fine e qualcosa che è pericolosa non possa essere risanata, ma debba essere fatta diventare letale, la rappresentazione dell’altra condanna divina, della morte sicura anticipata, a credito e a saldo di una vita appena elevata a quelle soglie minimo di benessere, da ceto medio vecchio stampo, quel ceto medio che prima era emergente e ora è immerso e anzi affondato, pagato a caro prezzo.

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Dice: ma a Lecce che ce ne frega, fino a Taranto sono 78 km e poi quelli hanno un altro passato, un presente diverso e niente futuro. Come se i fumi e gli scarichi velenosi della E321, l’altissima ciminiera di ben 210 metri, non arrivassero anche nel Salento, magari unendosi a quelli della centrale di Cerano dall’altro lato.

Per non dire dell’ultimo sfregio ipotizzato alla nostra terra, da quel gasdotto transoceanico con approdo previsto a San Foca che in un modo o nell’altro bisognerà bloccare, nonostante siano soltanto i comitati spontanei e il M5S a lottare contro, gli stessi – e non è un caso – comitati spontanei di cittadini e M5S unici estranei allo scempio operato dall’Ilva a Taranto e che si battono per la chiusura, il risanamento, la nazionalizzazione e la riconversione in sicurezza.

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Come se la vicenda non fosse una vera e propria rappresentazione emblematica della fine della nostra Seconda Repubblica: riteniamo infatti, pur senza voler fare i profeti da strapazzo, che come Tangentopoli distrusse la prima, così Ilvopoli ha già minata le fondamenta su cui si reggeva.

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E così ora ne sappiamo abbastanza. Avevamo fatto cattivi pensieri, ma la realtà si è rivelata peggiore.

C’è un’azienda di importanza strategica che invece di essere risanata, resa compatibile con l’ambiente e valorizzata, viene ceduta dallo Stato, che si accolla i debiti, a un privato, che si accolla gli utili: ok, il prezzo è giusto. Correva l’anno 1995: lo Stato era, agli inizi già abortiti della seconda Repubblica, il presidente del consiglio Lamberto Dini, il privato che acquista a credito e in comode rate un suo parente acquisito, l’industriale di lungo corso Emilio Riva, con la benedizione dei politici di ogni schieramento, un sistema che poi si consoliderà ulteriormente, a tutti i livelli, con il futuro ministro dell’Industria Bersani, per esempio, finanziato con tanto di dichiarazione pubblica dallo stesso Riva.

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L’inferno, invece che essere regolato, si surriscalda. Nel mondo impianti simili vengono messi a norma, perché l’acciaio è strategico per tutti, anche se così il costo di produzione aumenta; a Taranto non si investe né in sicurezza né in bonifica, in maniera da rendere il prezzo del prodotto finito competitivo sul mercato internazionale, nella logica dell’aziendalizzazione che tanti danni e anzi sconquassi ha prodotto nell’epoca nostra.

 

Gli altri altoforni chiudono, quelli di Taranto aumentano, come i profitti del gruppo, che vanno a occultarsi chissà dove, ma che stime attendibili, le ultime disponibili, quantificano in un’entità in euro compresa fra un miliardo e un miliardo e mezzo negli ultimi tre anni, una cifra, scusatemi, che non solo non riesco a scrivere, ma non riesco nemmeno a concepire. Concepisco però quello che sta emergendo adesso, in questi giorni, di ore in ore: soldi pagati a tutti, in primis i politici della casta, di tutti e due gli schieramenti, e tutti coinvolti, tutti asserviti, in un modo o nell’altro, dai vertici aziendali, di cui come l’ex prefetto Ferrante alcuni provengono: da quella sinistra per giunta considerata nuova e bella, che nella migliore delle ipotesi ha assecondato in buona e cattiva fede, ai vertici istituzionali, dai ministeri interessati, dall’industria, all’ambiente, a quelli regionali, agli enti locali: come ha scritto un magistrato in uno dei provvedimenti principali “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

 

Tutti sapevano, tutti coinvolti.

 

Mentre a Taranto si muore e ci si ammala molto di più che in ogni altra parte, non vogliamo metterci a giocare con le cifre e con la medicina: fosse soltanto una vita in più, rispetto alle cause chiamiamole naturali, non varrebbe un miliardo e mezzo di euro di profitto di Emilio Riva, e purtroppo non è una sola, sono decine, centinaia nel corso degli anni, migliaia oramai fra trascorsi e prospettive, come le malattie degenerative chiaramente e direttamente indotte dalla fabbrica dei veleni. Mentre a Taranto la fabbrica dei veleni continua a riversare nell’atmosfera sostanze altamente nocive, tossiche , letali e le correnti aeree le spargono ai quattro venti, compresi quelli che le portano qui nel Salento.

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Ma poi ora, soprattutto, a Taranto: che fare? Che fare della fabbrica – mostro, vera e propria città nella città, anzi doppiamente città smisurata, di binari, macchinari, altoforni, ciminiere e depositi, a ridosso dell’abitato e dei due mari?

Mentre in tutto il mondo le produzioni di acciaio venivano messe in sicurezza, dalle protezioni coreane, alle ricostruzioni americane, o tedesche, e venivano adottati controlli attenti e precauzioni estreme, a Taranto e nel Salento intero l’Ilva continuava a inquinare, scaricando ogni giorni le sostanze mortali evidenziate, con altre emissioni nocive: come se ogni cittadino fumasse dalle decine, alle centinaia, alle migliaia di sigarette al giorno, a seconda dell’esposizione alle ciminiere, bambini compresi.

Inoltre nella zona è estremamente elevata, fuori da ogni norma, la concentrazione di altre sostanze letali, come mercurio, arsenico, piombo 210 e plutonio radioattivo.

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Quella che era un’oasi bucolica, cantata infatti pure da Virgilio, fra l’altro ricchissima di acque, è stata depredata e continua ad esserlo, con tutto il territorio circostante, dove sono inquinati oramai in maniera pressoché irreversibile le bestie da allevamento, i prodotti caseari, la frutta e la verdura, oltre naturalmente ai pesci e ai molluschi, dal momento che, oltre a quella dei fiumi viciniori, finanche l’acqua meno salata del Mar Piccolo viene aspirata e restituita inquinata, con grave danno per l’ecosistema, l’intera natura, insomma.

Soprattutto perché nella zona ci si ammala con una frequenza dal 20 al 40% in più della normale incidenza di malattie tumorali e degenerative: sono centinaia di morti all’anno direttamente collegate alle emissioni dell’Ilva, oltre alle terribili malattie che insorgono attaccando direttamente il dna delle persone con la stessa frequenza impazzita.

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Che fare, allora?

Più che pensare a provvedimenti – tampone, bisogna invece necessariamente partire dal ripensare l’attuale modello di sviluppo e orientarsi verso un nuovo modello di società, passando dall’individuazione delle risorse da adibire al risanamento ambientale fra le spese militari, opere pubbliche inutili, pensioni d’oro, privilegi della casta dei politici, fino a una vera e propria ridiscussione dell’Europa Unita, del sistema dell’euro, del debito pubblico internazionale.

Occorrono soluzioni radicali, ma efficaci, fino ad adesso classificate come utopiche, o aleatorie, sostenute soltanto da pochi considerati nella migliore delle ipotesi eretici improponibili, ma che sono diventate nel frattempo vere e proprie idee – forza e protagoniste del reale dibattito politico e sociale di massa.

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Category: Costume e società

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