CON “Onde” MARIA MAZZOTTA HA FATTO UN CAPOLAVORO. RESOCONTO DEL MIO ASCOLTO TORMENTATO, MA FELICE
di Roberto Molle ___________
Ci sono dischi che tardano a incrociarti per le più varie ragioni ma quando succede riescono a lasciarti qualcosa che ti segnerà per sempre. Nello specifico, per quanto cerchi di tenermi alla larga da popular, ethno e world, inevitabilmente qualcosa mi risucchia nelle loro orbite. È successo recentemente con “Talassa” di Dario Muci e di nuovo con l’album “Onde” di Maria Mazzotta (entrambi usciti per la giovane e dinamica etichetta ZeroNoveNove).
“Onde”, pubblicato poco più di un anno fa, è restato anonimo oggetto nel vano “possibili ascolti futuri” della mia libreria. Per i soliti preconcetti: è musica popolare, è anche Pizzica, Maria Mazzotta (la ex vocalist del Canzoniere Grecanico Salentino, che ascoltai la prima volta una ventina di anni fa a Parabita nell’ambito della manifestazione “Che canta”) che insieme a Enza Pagliara, Cinzia Villani, Alessandra Caiulo, potrebbero essere la reincarnazione di certe cantrici a cui sembra abbiano rubato arie e parole… ma dai!
Stamattina la pioggia, un video fortuito, il volto di Maria che mi guarda da una foto in un post, la mia atavica curiosità che salta fuori nei momenti più alti di noia.
Così è un attimo.
Prendo il cd lo inserisco nel lettore e ascolto tutto d’un fiato un disco che mi sfinisce da subito con colpi bassi ai fianchi. Mi pervade con una musica che si nutre della tradizione ma va oltre, s’intinge di rock, si palesa tra venature dark e una voce che si rivolge direttamente al cuore, stordendo e regalando emozioni estreme. Maria Mazotta è cresciuta (da quella volta del ‘Che canta’, tanto), la sua è una personalità avvolgente, con una voce calda e graffiante, capace di scivolarti in gola come un whisky del Tennessee, infuocata come la controra di ogni sud, scura come certe strade del blues e mistica come certe religioni alla ricerca di un Dio.
Ora capisco.
“Onde” è un capolavoro.
Il merito oltre che a Maria va riconosciuto ai due musicisti che hanno collaborato ai suoni e alla produzione dell’album: Cristiano Della Monica (tamburi, percussioni, elettronica varia) e Ernesto Nobili (chitarre).
Chiedo venia all’artista e do conto di un ascolto tormentato.
“La Furtuna”
Impigliato tra le alghe dell’oscurità si fa spazio tra sincopi di tamburi tribali un canto potente e liberatorio. La furtuna è un traditional affrancato dalle imbrigliature del tempo, trascinato da leggeri respiri noise e chitarre camaleontiche impantanate nelle pozze di una voce calda che si gonfia di bellezza a ogni tornante. Popular music, world music, alt-music: il tutto e il niente per qualcosa che deve ancora essere ricompresa in tutta la sua straordinaria essenza musicale.
“Libro d’amore”
Scritto a quattro mani da Maria e il violoncellista Redi Hasa, il brano si snoda lungo un canovaccio sonoro tipico del folk salentino, pur tuttavia brillando di luce propria. Il canto deciso e graffiante, gli arrangiamenti sofisticati, lo sguardo profondo da storyteller immerso dentro storie vissute anche sul filo della propria pelle, e il rientrare, nel finale, sull’aria di una pizzica velata, cela un filo ombelicale che riesce a tenere tutto insieme dentro un sentimento eterno.
“Sula nu puei stare” (featuring Bombino)
Si allarga il range di emozioni liberate dalle canzoni di Maria Mazzotta. Dentro un brano che di salentino ha solo l’idioma. All’incrocio di un crocicchio idealizzato si guardano negli occhi una ragazza del sud (Italia) e un musicista del nord (Africa). Due lingue diverse, stesso sentire. Hanno in circolo l’umidità dello stesso delirante scirocco il meridione d’Italia e il Sahara, la stessa energia che si libera da una canzone che sa farsi inno e danza sotto un cielo rosso-fuoco con i suoni portati dal vento oltre ogni confine. Connubio perfetto tra la voce di Maria e il mood tuareg della chitarra stregata di Goumar Almoctar (meglio conosciuto come Bombino); il rock ha quasi il sopravvento sulle sabbie arroventate di arie popolari, poi il tutto trova una propria sintesi dentro radici che si fanno giocoforza comuni.
“Damme la manu”
Infinite versioni di un brano il cui autore resta sconosciuto, interpreti che hanno introiettato l’essenza delle parole per liberarle con l’afflato che loro spetterebbe. La musica viaggia su una barca alle deriva, lasciandosi trasportare dalle onde emotive. Questa versione di “Damme la manu” ha qualcosa in più rispetto a quelle che personalmente ho ascoltato nel corso degli anni. Si è liberata dall’ingombrante e carismatica pienezza della voce di Antonio Amato (per dire) e si è delicatamente permeata del pathos e del lirismo del canto di Maria Mazzotta.
“Navigar non posso… senza te”
La tradizione è un “luogo” dove poter cercare risposte a mille tormenti. Spesso può indicare la via, dare soluzioni, svelare le nostre più segrete ispirazioni. “Navigar non posso” è un brano attribuito a Niceta Petrachi (detta “la simpatichina”), una figura importante della scena folk “spontanea” salentina. Nella versione di Maria il brano si sublima in ballata scura, cucita sulla sua voce (fattasi) indolente e sullo scarno tappeto sonoro imbastito dal rullio di tamburi occulti e accordi di chitarre sgranate.
“Terra ca nun senti”
Poesia, tormento, bellezza: Alberto Piazza, Sicilia, Rosa Balistreri. Confrontarsi con una canzone cucita sulla pelle di Rosa Balistreri e uscirne indenne, non è cosa da poco. Il brano trascina dentro scenari fatti di inferni sublimi e dolorose risalite che infliggono ferite destinate a non rimarginarsi mai. Il dolore che ha segnato la vita della grande Rosa Balistreri rivive nella reinterpretazione di Maria Mazzotta in tutta il suo tragico effetto, con un afflato che trascina dentro uno spleen capace di rendere una canzone elegia di un tempo sospeso.
“Viestesana”
I toni si accendono, cambiano gli scenari, dal Salento al Gargano, il tamburello e la Tarantella.
La particolarità di questo album è il valore aggiunto degli arrangiamenti e le invenzioni di chi ha messo mano alla scrittura (o riscrittura che si voglia intendere). Niente è banale, tutto suona moderno anche se è “maledettamente” antico. Il folklore è bandito, il popolare si fa ancora più misterioso e affascinante, la musica indispensabile.
“Canto e sogno” (featuring Volker Goetze)
Una ballata introspettiva che libera il respiro e sgrava da atmosfere pesanti. Melodia e canto più in linea con atmosfere vicine alla tradizione della canzone italiana anni Settanta-Ottanta. A impreziosire il tutto la tromba magica del musicista tedesco Volker Goetze.
“Marinaresca”
Un omaggio al “maestro” napoletano Roberto De Simone (musicista, compositore, regista e tanto altro). Puglia, Sicilia, Campania, templi della musica popolare d’autore, triangolo magico di suoni e tradizione. Tesori sommersi a cui attingere, culture su cui innestare nuovi intenti di umanità.
“Nanna core”
Ancora rimembranze dalla stagione bianca. Una ninna nanna antica le cui origini si perdono tra gli anfratti del tempo. Chi nato a queste latitudini non se l’è mai sentita cantare almeno una volta nella vita, da una mamma dolce e inquieta, da una zia impertinente o da una nonna dalla voce calda e tremolante? La vera bellezza di questo scampolo di filastrocca è il suo chiudersi con un loop improvviso che strappa davvero un sorriso… ah la tecnologia!
“Pizzica de core (malencunia)”
Tenuta a bada per tutto il tempo fino alla traccia dieci, la Pizzica esplode. Impietosa, lacerante, coinvolgente. Destrutturata sul nascere da una chitarra leggermente acida, irrompe su un basso distorto e si magnifica attraverso la voce ipnotica di Maria. Amata e odiata, dilagante come una marea che si ritrae solo alla luce accecante del sole, la Pizzica deborda, ci esce da dentro come elemento extracorporeo maturato al complotto di un folk-revival che da circa una quarantina d’anni (e più) tiene sotto scacco generazioni di indigeni (ma certamente non solo) con sonorità che definire rhetorical-glam è il minimo. Il Salento vive continui stati di trance e si è convinto di essere Terra di pizzicati (chissà cosa ne penserebbe un certo De Martino?).
“Matonna te lu mare”
La voce abbacinante di Maria Mazzotta per una preghiera sul limine del destino. Una barca piccola e leggera in balia del maltempo dentro un mare scuro e minaccioso. Arpeggi aperti e e canto a distesa per l’epilogo di un album che parte dalle onde del suo titolo e si chiude su un mare metafora di potenza e speranza.
p.s. Maria Mazzotta è spesso in giro per il mondo in tour (nell’ultimo periodo: Francia, Spagna, Colombia, Ecuador, Belgio, Indonesia, Olanda, Austria, Germania, Portogallo, Svizzera, ogni parte d’Italia e soprattutto Salento).
Category: Cultura
Bravissima Maria Mazzotta.
Bravo Roberto,sei riuscito a tirarne fuori l’anima.
Lavoro maturo.
Complimenti cara Maria.