LA RIFLESSIONE / DAL PETTEGOLEZZO ALLA GOGNA E’ UN ATTIMO

| 16 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ______________

In Italia basta poco perché una voce diventi “caso”. Scandali, voci e allusioni rimbalzano tra talk show, social e titoli urlati e ammiccanti, e restano lì, sospesi, anche quando i fatti non reggono. È un clima in cui la chiacchiera diventa sistema. E il pettegolezzo, da vizio privato, si trasforma in strumento pubblico di pressione, sebbene spesso venga considerato un passatempo leggero, roba da cortile o da corridoio, qualcosa che fa sorridere e poco altro. La realtà è ben diversa.

È uno degli strumenti di potere più antichi e sottovalutati che l’umanità abbia mai inventato. Non lascia lividi, ma segni profondi sì.

Nasce quasi sempre in modo innocuo: una frase detta a mezza voce, un “pare che…”, un dettaglio aggiunto per rendere la storia più interessante. Poi cresce, si deforma, si arricchisce di particolari mai esistiti e, a un certo punto, smette di essere una voce. Diventa verità condivisa. Una verità senza prove, ma con effetti reali.

Il pettegolezzo non deve essere vero per funzionare. Basta che sia credibile. E quando trova terreno fertile – una comunità piccola, un ambiente chiuso, un contesto carico di pregiudizi – diventa micidiale. Colpisce reputazioni, isola persone, condiziona sguardi e comportamenti. Il tutto con un’arma apparentemente inoffensiva: la parola.

Non è un’invenzione dei social network, anche se oggi viaggia in prima classe. I rumores esistevano già nel Foro romano e orientavano opinioni, screditavano avversari, costruivano – o distruggevano – l’immagine pubblica delle persone. Livio e Tacito ne facevano ampio uso nelle loro opere storiche. Cambiano gli strumenti, non il meccanismo: ieri il passaparola, oggi il “condividi”. Il danno, invece, resta sorprendentemente simile.

Quando una voce prende piede, la verità smette di essere importante. Conta quello che la gente crede di sapere. È in quel momento che il pettegolezzo diventa una condanna sociale, spesso senza processo e senza possibilità di difesa.

Il pettegolezzo colpisce chiunque, ma non tutti allo stesso modo. I personaggi pubblici possono provare a contenere il danno con comunicati, interviste, avvocati, uffici stampa. Le persone comuni, invece, giocano senza difese: nessun megafono, nessuna smentita che faccia notizia. La voce corre più veloce delle spiegazioni e, una volta appiccicata l’etichetta, non viene più via.

Il danno non è solo d’immagine. Il pettegolezzo isola, cambia gli sguardi, raffredda i rapporti, chiude le porte. Chi ne è colpito si ritrova spesso a giustificarsi per cose che non ha mai fatto o, peggio, a tacere. Se parli, ti giustifichi; se stai zitto, allora è vero. È una trappola.

La storia dimostra da secoli che non sempre le maldicenze erano false al cento per cento, ma spesso parziali, deformate, interessate. Per esempio, figure come Maria Antonietta o Cleopatra; Caterina la Grande e Anna Bolena sono giunte sino a noi filtrate da voci e narrazioni ostili che hanno deformato la loro immagine pubblica.

Oggi il pettegolezzo ha cambiato pelle, non natura. La gogna mediatica è diventata cronaca quotidiana: accuse sui social, notizie incomplete rilanciate come verità, smentite che arrivano tardi e fanno meno rumore della prima voce.

Il modo in cui una società reagisce ai pettegolezzi e agli scandali dice molto su come concepisce responsabilità, reputazione e fiducia pubblica.
In molti paesi europei e anglosassoni, anche voci iniziali o accuse non ancora chiarite possono portare a dimissioni rapide: meglio farsi da parte che trascinare le istituzioni nella sfiducia. In Italia, invece, voci e scandali restano spesso rumore di fondo: il dibattito si accende, si polarizza, ma l’impatto reale sulle carriere politiche è spesso limitato.


Nel mondo dell’intrattenimento coreano la reazione è ancora più drastica: gli idol sono sottoposti a standard di comportamento rigidissimi e uno scandalo, anche solo sospetto, può costare sospensioni lunghe o l’uscita definitiva di scena.
Non è questione di chi “ha ragione” e chi “ha torto”. È la prova che le voci non pesano ovunque allo stesso modo. Cambiano i contesti, ma il meccanismo è lo stesso: il pettegolezzo diventa una forza che decide chi resta credibile e chi viene espulso dalla scena pubblica.

Il pettegolezzo, inoltre, non vive da solo. Vive finché qualcuno lo ascolta, lo ripete, lo condivide. Nell’era dei social, il confine tra informazione e chiacchiera è sottile come un clic. Condividere “perché tanto lo dicono tutti” è una scelta precisa. Anche il silenzio, quando sappiamo che una voce è infondata, è una presa di posizione.

Forse la vera domanda non è perché la gente spettegola – quello succede da sempre – ma perché continuiamo a essere megafoni. Finché non tocca a noi. Perché allora il pettegolezzo smette di essere un gioco sociale e diventa, all’improvviso, una questione personale.

La prossima volta che una voce arriva alle nostre orecchie, vale la pena fermarsi un secondo prima di passarla avanti. Non per fare i moralisti, ma per semplice igiene umana. Le parole non sono leggere. E i pettegolezzi, per quanto sussurrati, pesano sempre sulle spalle di qualcuno e, a volte, sono proprio gli innocenti che gli stanno accanto – come figli o familiari – a pagarne il prezzo più alto.

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura

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