“Le parole non dette”, IL FILM DI GABRIELE MUCCINO CHE LASCIA SENZA FIATO. E SENZA RISPOSTE A INQUIETANTI DOMANDE

| 17 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _____________

Ieri sera, dopo essere uscita dalla sala del cinema Massimo, mi sono trovata senza parole (e per chi mi conosce sa che non è semplice, dato che sono una gran chiacchierona). Ho assistito alla proiezione del film di Gabriele Muccino, Le parole non dette.

L’aggettivo che mi è venuto subito in mente è stato “inquietante”, non “bellissimo”, come avevo sentito dire in giro.

Il film non è leggero. Non sono uscita dal cinema con un sorriso. Ho provato, invece, una sensazione di disagio, perché ciò che ho visto mi è sembrato un riflesso scomodo delle nostre fragilità. La violenza psicologica, emotiva e morale non è spettacolarizzata. Sono i comportamenti “normali” che fanno più male. Genitori distanti o assillanti, figli che bruciano le tappe, adulti incapaci di assumersi le proprie responsabilità. La morte della studentessa diventa quasi la punta di un iceberg. Il culmine di frustrazione, mancanza di guida e vuoto affettivo.

Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), sposati da vent’anni, affrontano un matrimonio in crisi aggravato dalla mancata genitorialità. Carlo ha una relazione segreta con Blu, una sua studentessa e cameriera del ristorante dove si reca spesso con Elica e gli amici Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini). Per cercare di risollevare il matrimonio, Elisa organizza una vacanza a Tangeri insieme a Paolo e Anna, anch’essi in crisi, e alla figlia tredicenne, Vittoria (Margherita Pantaleo). Durante il soggiorno, la relazione extraconiugale di Carlo viene scoperta, e Vittoria, simpatizzando con Carlo, lo aiuta a “risolvere” la situazione senza che gli adulti se ne accorgano (a eccezione di Elisa).

Il viaggio a Tangeri rappresenta la linea di confine tra il prima e il dopo. Da un lato l’illusione di Elisa di un matrimonio non perfetto, ma ancora recuperabile; dall’altro lo scontro brutale con la realtà.

Gli attori sono bravissimi e rendono tutto credibile, persino l’angoscia di Vittoria nell’avere a che fare con sua madre. Claudio Santamaria, in modo particolare, ha il ruolo più simpatico, ma non fa comicità fine a se stessa: le scene di leggerezza servono quasi da lente deformante, rendendo ancora più reali le tensioni familiari e il dramma interiore dei personaggi.

Ciò che colpisce davvero è l’assenza di soluzioni facili. Le coppie protagoniste si allontanano, i tradimenti e i conflitti si intrecciano, e la morte di Blu (Beatrice Savignani) resta sospeso nella mente dello spettatore, mentre Vittoria mente spudoratamente in commissariato e sembra non provare alcun rimorso e, alla fine della pellicola, cambiare esteticamente, crescere improvvisamente. In lei ritrovo l’aspetto più inquietante del film.

Qui, secondo me, Muccino mette il suo pubblico davanti alla domanda: cosa succede quando la società e la famiglia non preparano i giovani a gestire la vita e la morale? La risposta del film è brutale: trovano strade proprie, spesso pericolose, spesso impunite e, a volte, rimangono senza conseguenze. Ma quanto pesa tutto questo sull’anima di chi cresce così?

Il film mi ha lasciato ansia (“dove stiamo andando a finire?”) e riflessione (“vogliamo continuare su questa strada?”). Non è un film che insegna a “comportarsi bene” o “male”. Mostra un mondo dove le conseguenze non sono lineari e le colpe spesso vengono negate. In questo senso i giovani potrebbero trarre un messaggio sbagliato se non c’è una guida adulta: “posso fare quello che voglio e nessuno mi punirà”. Tuttavia credo che Muccino punti più a scuotere gli adulti che a dare lezioni alle nuove generazioni. Con la sua pellicola mette in luce ciò che si sbaglia nella società, nella famiglia, nel rapporto tra generazioni.

Muccino espone una comunità in cui le regole morali non sempre si applicano in modo chiaro e ci pone domande che non hanno risposta: fino a che punto siamo responsabili? Fino a che punto possiamo proteggere chi amiamo, anche quando sbaglia?

Le parole non dette non offre consolazione né percorsi morali facili. Ti lascia attaccato alla poltrona, con il desiderio di sapere come finirà e con la consapevolezza che, forse, nella realtà le risposte semplici non esistono. Forse il film serve proprio a questo: impressionare lo spettatore, costringerlo a riflettere sulle responsabilità degli adulti e sul percorso dei giovani, sulle conseguenze delle nostre scelte e sui vuoti lasciati da chi non sa fare da guida.

In fondo, il film ci ricorda che “le parole non dette” hanno un peso, che a volte il silenzio o l’indifferenza fanno più male di qualsiasi gesto violento. E alla fine, siamo noi a doverci chiedere: cosa avremmo fatto al posto dei protagonisti?

Category: Costume e società, Cultura

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