EPSTEIN – L’ORGIA DEL POTERE

di Emanuela Boccassini _____________
Ho iniziato il mio percorso come giornalista raccontando le donne escluse dalla storia.
Oggi mi trovo davanti a una vicenda in cui l’esclusione non è stata una semplice conseguenza, ma il presupposto stesso su cui il potere ha agito. La vicenda di Jeffrey Epstein racconta come chi occupa una posizione dominante sappia riconoscere la fragilità e trasformarla in strumento di controllo.
Jeffrey Epstein, finanziere statunitense con una rete di relazioni che includeva politici, accademici e membri di famiglie reali (Bill Clinton, Donald Trump, Prince Andrew, ecc.), è stato arrestato nel 2019 con l’accusa di traffico sessuale di minori. Era già stato coinvolto in un procedimento nel 2008, conclusosi con un accordo giudiziario particolarmente favorevole. È morto in carcere prima di affrontare un processo federale completo. Dopo la sua scomparsa è stato istituito un fondo di compensazione finanziato con il suo patrimonio. Più di 130 richieste sono state ritenute idonee, un riconoscimento formale del danno subito.
Alcune delle donne coinvolte hanno testimoniato pubblicamente nel processo contro Ghislaine Maxwell, collaboratrice di Epstein, condannata nel 2022. Alcune hanno raccontato la difficoltà di riconoscersi vittime, il senso di vergogna iniziale, la lunga strada per recuperare la propria storia.
La morte di Epstein in carcere lascia molte domande senza risposta. Era davvero un suicidio? Chi altro, oltre a Maxwell, potrebbe essere stato coinvolto? Come ha potuto sfuggire alla giustizia già nel 2008? Nessuna risposta completa è arrivata, e questo silenzio pesa sulle vite di chi aveva già subito il danno. Quando il potere manca di giudizio e di controllo, il divario tra chi domina e chi è vulnerabile si misura sulla pelle di chi ha meno strumenti per difendersi.
Per anni Epstein si è mosso nei circuiti dell’élite internazionale, costruendo relazioni, accumulando prestigio, offrendo opportunità. Ma il cuore del suo sistema non era il denaro. Era il divario. Da una parte un uomo potente, ricco, capace di presentarsi come mentore e mecenate; dall’altra ragazze fragili, spesso provenienti da contesti difficili, che in quell’uomo vedevano accesso a un mondo altrimenti irraggiungibile. Tutto presentato come “l’opportunità della vita”.
Questo caso colpisce su due piani. Dimostra che il potere non è invincibile: anche un uomo circondato da relazioni influenti può essere arrestato. Ma dimostra anche quanto possa essere resistente: la giustizia, quando arriva tardi, non cancella il tempo in cui il sistema ha funzionato indisturbato. L’accordo giudiziario del 2008 è la crepa da cui misurare il costo della giustizia tardiva. Quando l’intervento è insufficiente, il divario non si riduce. Si consolida. Quando il controllo arriva dopo anni, non ripara, limita i danni residui. Il ritardo della giustizia non può assolutamente essere considerato come qualcosa di astratto. Esso, in verità, si traduce in anni di manipolazione, fiducia tradita, opportunità rubate: ogni giorno che il sistema restava silenzioso era un giorno in più in cui le vite fragili venivano modellate dal potere invece di essere protette.
Molte delle ragazze coinvolte erano adolescenti, in un’età delicata in cui si costruisce l’identità e si comincia a leggere il mondo e capirne le dinamiche. Hanno incontrato un potere che ha confuso promessa e abuso, hanno scoperto troppo presto, nel modo più brutale, quanto fallace e crudele possa essere il mondo e quanto il divario deformi la libertà. Alcune hanno trovato la forza di raccontare la propria storia; altre hanno scelto di restare nell’anonimato, proteggendo ciò che restava della loro intimità.
Chi occupa posizioni di potere non sfugge sempre alla legge, ma spesso il sistema stesso offre strumenti per proteggersi: reti di relazioni, prestigio, cavilli legali e tempi dilatati. Forse, non è che non temano le conseguenze, è che possono contare su un apparato che rallenta, attenua o cancella l’impatto delle proprie azioni.
Il caso Epstein insegna che il potere può prosperare nell’ombra e che la lentezza della giustizia non cancella il danno. Resta, però, la possibilità di ricostruire, di rendere visibile ciò che il divario nasconde e di restituire voce a chi è escluso e ricordare che la protezione dei fragili è responsabilità di tutti, oggi e sempre.
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