SOLO LA MEMORIA CI SALVERA’ DALL’IGNAVIA: IL TESTAMENTO DI VIERA NEL RICORDO DI PAOLA MATTIOLI

di Cristina Pipoli ______________
Scrivo queste righe con la nausea di chi non ne può più. C’è un’ignavia imperdonabile nel modo in cui svendiamo il passato per un pugno di like. Viviamo in un’epoca di coscienze anestetizzate, dove la memoria ha la durata di un post e la dignità è un concetto barattato con il consenso. Poi, per fortuna, arriva un libro che non cerca carezze, ma spara a zero sulla nostra ipocrisia. Arriva “Viera. Un’italiana del ’23” di Paola Mattioli. Quel quaderno verde non è un cimelio da bacheca: è un atto di accusa che ci sputa in faccia la nostra piccolezza.
Nascere donna nel ferro del ’23
Viera Bruni è venuta al mondo nel 1923. Un secolo fa. Un’epoca in cui la vita era una trincea da difendere coi denti. Essere donna allora significava scontrarsi con un patriarcato di ghisa che non conosceva pietà. Eppure, mentre noi oggi ci perdiamo in sterili battaglie di facciata o in vittimismi da salotto, Viera scriveva sotto i bombardamenti. Trasformava la paura in inchiostro nei rifugi delle colline romagnole, mentre il metallo della guerra fischiava sopra la testa. Noi tremiamo se il Wi-Fi ci abbandona; lei restava ferma mentre crollavano i soffitti. Come cronista e come donna, mi rifiuto di essere complice di questo silenzio: questo libro ci sbatte in faccia la nostra fragilità di cristallo davanti alla roccia di chi ha saputo essere Donna senza chiedere il permesso a nessuno.
La Romagna del dovere contro l’Italia del lamento
Paola Mattioli non ci regala una favola rassicurante. Ci restituisce l’odore di una Romagna di fatica estrema e scelte feroci, lontana anni luce dalle spiagge dorate del consumo di massa. Viera ha attraversato il secolo con passo fermo, portando il peso di un’Italia che conosceva il sacrificio, non il capriccio. Non osate chiamarla “solo” la storia di una madre. È il manifesto di una resistenza identitaria che non aspetta elemosine sociali. È la prova che l’autorità femminile era incisa nei fatti, non nelle quote garantite.
L’esercizio del disprezzo per il vuoto
Leggere “Viera” non è un passatempo: è un esercizio di umiltà che molti di voi non avranno il fegato di fare. Paola Mattioli ci consegna una bussola per non affogare nel vuoto cosmico di questo presente senza spina dorsale. È il testamento di chi ha difeso la propria voce come l’ultimo avamposto di civiltà.
Io sto con Viera. Sto con chi non si arrende all’oblio e preferisce la verità che scotta al silenzio che rassicura. E voi, avete ancora il coraggio di guardarvi allo specchio o preferite continuare a naufragare nel vostro nulla? Siete ancora capaci di una scelta che non sia un clic? O siete già diventati l’ombra sbiadita di chi, cent’anni fa, scriveva per restare vivo?
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