IL CONVEGNO DEI SINDACATI DI CATEGORIA CGIL CISL E UIL SULLO SVILUPPO ECONOMICO DEL SALENTO: “Occorre re – industrializzare il territorio”

| 9 maggio 2015 | 0 Comments

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO______SVILUPPO, serve l’Industria! Questa la richiesta dei sindacati di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil Lecce, le cui proposte sono state illustrate oggi in un convegno all’ Hotel Hilton di Lecce, cui hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti della politica, delle istituzioni e delle imprese del Salento, i segretari generali nazionali Emilio Miceli (Filctem) – nella foto, ndr – e Paolo Pirani (Uiltec), il segretario generale regionale Danilo Lozito (Femca) e il sottosegretario al Ministero del Lavoro Teresa Bellanova.

Qui di seguito una sintesi della relazione introduttiva______

Alle analisi non sono seguite proposte

In questi ultimi quindici anni abbiamo assistito alla progressiva de-industrializzazione del Salento. Le cause sono state oggetto di numerose disamine, ma alle analisi, seppure corrette, non sono seguite proposte dai soggetti interessati.

Crisi del TAC

L’accordo del 2004, tra Regione Puglia e i Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro, che ha avuto come oggetto la crisi del TAC (tessile, abbigliamento, calzaturiero) con il quale furono stanziati 11 milioni di euro per gli ammortizzatori in deroga che, purtroppo, non hanno prodotto il risultato sperato. Il successivo Accordo di programma, sottoscritto ad aprile del 2008 con il Ministero dello Sviluppo Economico, assegnava a questa provincia un finanziamento di 40 milioni di euro (20 dal Ministero e 20 dalla Regione Puglia). Ancora una volta la grande crisi, che stiamo vivendo da circa dieci anni, non ha consentito alle imprese di utilizzare le risorse messe a disposizione e questo anche a causa del protrarsi, fino ai giorni nostri, della crisi insorta alla fine degli anni Novanta. Delle due più grandi aziende del basso Salento che tra Casarano e Tricase (Filanto e Adelchi), tra gli anni Sessanta e Ottanta, hanno dato lavoro a circa 5.000 lavoratori del settore Calzaturiero, rappresentando un forte motore di sviluppo e occupazione per quei territori, oggi sono rimaste solo macerie e desolazione.

Pensare diversamente l’impresa

Il sistema del “piccolo e bello” va bene all’interno dei confini provinciali ma non funziona se si vuole sfidare i mercati nazionali e internazionali perché non è competitivo. È necessario, dunque, iniziare a pensare in maniera diversa, una trasformazione, soprattutto culturale, che porti la classe imprenditoriale a un nuovo modus operandi, senza il quale il nostro sistema produttivo sarà condannato a vivere ai margini della ripresa.

Le zavorre che impediscono la ripresa

Ci sono in Italia problemi strutturali, legati alla nostra economia e soprattutto, alla nostra macchina burocratica, che, come una zavorra, appesantiscono il cammino allontanando la ripresa.

Sono temi sui quali deve incidere la politica tagliando lacci e laccioli che tengono inchiodate le forze produttive, riducendo l’area delle attività protette, come le società erogatrici di beni e servizi, come i pezzi inerenti l’energia elettrica, i carburanti, i trasporti sui quali grava, nel nostro paese, un differenziale rispetto ai paesi concorrenti che costringe le imprese italiane a portare sulle spalle un fardello che le altre non hanno.

Sud: trasporti e tecnologie

La infrastrutturazione trasportistica e tecnologica è elemento decisivo per il Mezzogiorno, affinché le aziende meridionali possano nascere, crescere e competere nel mercato globale. Sarebbe quindi importante riposizionare il Salento all’interno del panorama nazionale mitigando, se non annullando, le difficoltà di accesso al resto del Paese e dell’Europa (ferrovie e voli), oltretutto la tanto sbandierata velocizzazione della tratta ferroviaria Bari-Napoli non potrà dare risposte in tempi brevi. Né l’ultima scelta di avviare l’alta velocità passeggeri (non merci) Bari-Milano ci potrà dare un aiuto. È necessario puntare sulle iniziative imprenditoriali di quanti hanno idee, capacità e voglia di operare nell’industria e nell’artigianato, rivendicando un sistema di trasporti che abbatta tempi e costi per le aziende.

Accesso al credito

Nel Sud l’accesso al credito, nel Sud della Puglia in particolare, è da sempre una ferita che sanguina, ancor più da qualche anno con la quasi totale estinzione delle “banche locali” e la preponderante (se non asfissiante) presenza degli Istituti Bancari a “trazione Nordista”. L’avvento dei grandi Istituti del Nord, avulsi dal territorio e dalla crescita/sviluppo locale, ha fatto sì che l’attenzione si sia concentrata sulla rischiosità della clientela meridionale. È innegabile che il nostro sistema produttivo si possa definire“fragile”, sia per cause proprie che per condanne esterne, caratterizzato da elevati rischi di insolvenza. Ciò ha portato inevitabilmente a una crescita dei tassi praticati alla clientela. Senza credito, buono e veritiero, non ci può essere sviluppo. Da questo semplice ragionamento intravediamo gravi e copiose responsabilità del sistema bancario/creditizio.

Cassa integrazione nel Salento

Il panorama nel nostro territorio è desolante, con aziende storiche che hanno attivato procedure di concordato o addirittura di fallimento. Nel Salento, nel primo bimestre 2015, c’è stata un’impennata della cassa integrazione (Cig): +42,6% rispetto allo stesso periodo del 2014; complessivamente, sono 941.824 le ore autorizzate dall’INPS contro le 660.621 di gennaio-febbraio 2014. L’aumento si manifesta solo per la Cig straordinaria che segna un +1102% (da 56.186 a 675.396 ore) mentre registra un calo sia la gestione ordinaria (-56,2% da 571.707 a 250.188), sia la cassa in deroga (-50,4% da 32728 a 16240).

Secondo l’Osservatorio Politiche del Lavoro della UIL, Lecce è tra le prime dieci province che registrano gli aumenti più alti nel primo bimestre 2015. Prima di noi ci sono: L’Aquila, Messina, Rimini, Livorno, Caltanissetta, Asti e Genova. Non solo, Lecce è anche maglia nera in Puglia: a livello regionale, infatti, si registra un calo del 24,3%, tant’è che in quasi tutte le altre province si manifestano forti contrazioni delle ore di CIG (Bari -22,5; Foggia -61,6; Taranto -50,7; fa eccezione solo Brindisi con un aumento del 28,2%). Sono numeri che riguardano maestranze altamente qualificate provenienti da industrie manifatturiere dei nostri settori il cui allontanamento dal mondo del lavoro ha portato alla desertificazione delle zone industriali e artigianali con decine di capannoni oramai in stato di abbandono.

Intercettare la ripresa

L’industria nel Salento alla fine degli anni Novanta era un’industria indotta e assistita, non autosufficiente e, quindi, non in grado di camminare sulle proprie gambe. Aveva la produzione ma non aveva il mercato e quelle poche aziende come Filanto, Adelchi, Meltinpot, che erano riuscite a esportare all’estero, in paesi come la Russia, la Germania e gli Stati Uniti, non si sono mai posti il problema di come fare il salto di qualità, ma hanno puntato su una competitività che si basava essenzialmente sui bassi costi di produzione dovuti a minori ammortamenti grazie ai contributi della Cassa del Mezzogiorno prima e del Ministero dell’Industria (legge 64, legge 488) dopo, coniugato al minor costo della manodopera se non al lavoro sommerso. Venuti meno tali presupposti, i committenti del Nord Italia, hanno delocalizzato all’estero quanto producevano al Sud, decretando la fine dell’industria nel Salento. Oggi però quelle aziende del Nord Italia hanno constatato che la competitività sui mercati internazionali si gioca sulla qualità e non sul semplice contenimento dei costi. Qualità che è il vero brand del Made in Italy. Come far tornare quelle aziende al Sud?

Reindustrializzare valorizzando le vocazioni e chi ce l’ha fatta

Il Salento deve riuscire a mettere insieme tutte le sue anime e le sue forze per un obiettivo ambizioso: reindustrializzare un intero territorio. Ciò è possibile partendo dalle proprie vocazioni e valorizzando quel tessuto produttivo che ha retto rispetto alla crisi.

CGIL, CISL, UIL sono riusciti a mettere insieme, sul “Lavoro minimo di cittadinanza”, 64 Comuni del Salento; anche noi dobbiamo costituire una cabina di regia con le associazioni datoriali e i sindaci dei Comuni delle aree industriali più significative per partire dai bisogni reali delle imprese, mettendo a sistema le varie zone industriali e fare interagire fra di loro le imprese nell’ambito di filiere corte per renderle competitive sui mercati nazionali e internazionali, dotandole di infrastrutture digitali e logistiche. I fondi comunitari 2014/2020 possono aiutare la piccola impresa a dotarsi degli strumenti necessari per fare ricerca di innovazione tecnologica e di prodotto.

Carta di indentità dei prodotti

In questi anni le Organizzazioni Sindacali con il Sistema delle Imprese hanno condiviso l’esigenza di avere una carta d’identità dei prodotti, la tracciabilità e il made in Italy e questo affinché la trasparenza dei processi produttivi, commerciali e la tutela dei consumatori, fosse il segno distintivo della governance internazionale.

La trasparenza dei processi è anche rispetto dei lavoratori e dei loro diritti, degli imprenditori onesti che, nel fare impresa, mettono insieme profitto e responsabilità sociale e dei consumatori che possono conoscere ed acquistare dando il giusto valore/prezzo al prodotto, realizzato rispettando diritti sociali e ambientali.

Reciprocità delle regole commerciali, parità sostanziale e non formale, etichettatura obbligatoria, lotta alle frodi e alle contraffazioni, tutela della proprietà intellettuale e dei marchi, sono gli assi di una politica di innovazione non protezionista.

Energia

I costi dell’energia incidono molto sui bilanci delle aziende. Anche in conseguenza di questo è in atto in molti paesi una vera rivoluzione energetica, che va verso la riduzione delle emissioni. La strada maestra, quindi, è segnata: fonti rinnovabili, efficienza energetica e decarbonizzazione; è la strada maestra non solo per ridurre i gas serra e contrastare i cambiamenti climatici, ma anche per creare occupazione.

La vicenda Tap, sul versante del rifornimento energetico di gas, è un’opportunità per il Paese e per la Puglia, anche se questo non significa sottovalutarne la portata eco-ambientale. Il nostro compito non è quello di drammatizzare su tutto, ma di governare i processi e per fare questo sono necessari programmi che spieghino come i progetti, con le dovute garanzie per le popolazioni, siano finalizzati allo sviluppo. Per questa operazione non basta solo il dialogo, ci vuole il coinvolgimento preventivo delle popolazioni.

L’inasprimento della crisi ha determinato una riduzione degli investimenti sulle rinnovabili in Europa dell’11%, mentre in Italia il calo è stato drastico, del 50%. Troppo. La Puglia è andata controtendenza per cui deve replicare e accrescere i risultati conseguiti in questi ultimi anni con il modello di sviluppo sostenuto dalle fonti rinnovabili, che l’ha proiettata ai primi posti in campo nazionale per la produzione da Fonti Energie Rinnovabili (FER). Gli ultimi dati forniti da Enel Infrastrutture e Reti di Puglia e Basilicata sono emblematici del trend di crescita dell’impiego di tali fonti: circa 33mila impianti connessi in regione tra il 2006 e lo scorso anno (quasi 11mila solo nel 2012) per una potenza complessiva salita a 3.250 MegaWatt (impianti per il 99% fotovoltaici).

In questa provincia si stimano circa 4mila impianti e una capacità di produzione di circa 120 MegaWatt. A Melpignano il fotovoltaico si fa “dal basso”. Il Comune, infatti, è stato il primo in Italia a sperimentare il modello della Cooperativa di comunità, legato al fotovoltaico, diffuso sui tetti delle abitazioni: 127 soci che hanno installato impianti per 179 Kwatt, tutti realizzati con manodopera locale. Gli aderenti avranno energia gratis, mentre i guadagni verranno reinvestiti per migliorare la vita del piccolo borgo. Insomma: gli utili provenienti dalle rinnovabili si trasformano da bottino privato in risorsa pubblica.

Acqua

Aqp, il più grande acquedotto europeo, nel 2018 si troverà di fronte a una prova importante: i due referendum sull’acqua (abrogazione della legge Ronchi e abrogazione della legge sulla remunerazione dei capitali investiti) hanno abrogato le norme senza, però, vedere l’approvazione di una legge che regoli il settore. Per noi l’acqua è e deve rappresentare sempre più una questione industriale. È necessario che si promuovano condizioni e norme orientate al progresso. Va bene che la proprietà sia pubblica ma il sevizio deve essere organizzato in modo industriale, dando una risposta che aggreghi e crei economie di scala.

Oltre il 30% dei volumi di acqua erogati vengono dispersi a causa del precario stato di efficienza delle reti di distribuzione, così come si registrano carenze nel sistema fognario e insufficienze diffuse in quello depurativo oltre a notevoli squilibri territoriali nella continuità della fornitura. Un malfunzionamento che non ci possiamo permettere. È necessario ripartire da regole certe, esigibili e soprattutto stabili nel tempo, per arrivare alla costruzione di una moderna industria dell’acqua, declinando il tema con un’attenzione rivolta non soltanto al consumo domestico. Ovviamente, accanto a queste problematiche si aggiungono quelle inerenti il settore della depurazione che merita attenzione e, soprattutto, investimenti visto che in alcuni casi la loro portata è stata tarata senza tenere conto dei picchi estivi nelle località marine.

Politiche nazionali industriali e fiscali

Noi pensiamo che se tutti i soggetti interessati, Organizzazioni sindacali, Associazioni Datoriali, enti locali e imprenditori, fanno congiuntamente la propria parte (utilizzando al meglio l’ultima opportunità dei fondi comunitari 2014/2020), riusciremo ad ampliare la base produttiva del Salento. È ovvio che tutto questo deve essere supportato da politiche nazionali che guardano alla riduzione della pressione fiscale, sia per le aziende che per i lavoratori. Tutto questo deve essere supportato da politiche industriali nazionali e da una nuova politica per il Sud che premi la qualità dei prodotti e l’innovazione dei processi produttivi, al fine di avviare una nuova fase di sviluppo e favorire la stabilità occupazionale. Questa è la sfida che noi oggi, qui da Lecce , vogliamo lanciare. Ci riusciremo? Al pessimismo della ragione ci piace contrapporre, come sempre, l’ottimismo della volontà. In fondo “oggi è il domani che ieri ci faceva tanta paura ma è passato”.

 

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