CENTOQUARANTA GAVETTE DI GHIACCIO

| 16 ottobre 2016 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______

Distratti, a volte sommersi, dal tipo di informazione dominante, superficiale, evanescente, conforme e conformista, cui in Italia siamo stati abituati, da vecchi e nuovi mezzi di comunicazione di massa, alimentati in genere dal pressappochismo e dalla insostenibile leggerezza del gossip, ci sfuggono eventi decisivi. Di politica estera, poi, sappiamo poco e punto.

Ma gira, gira il mondo, e gira tutti noi, prima o poi coinvolti.

L’ Italia, poi, non ha da decenni una politica estera, appiattita sulla logica americana, seguita negli ultimi scenari ingiusti e distruttivi, dall’ Iraq, all’ Afghanistan, dalla Jugoslavia, alla Libia.

Romano Prodi, come Silvio Berlusconi; Massimo D’ Alema, come Matteo Renzi. E sempre, anche adesso, Giorgio Napolitano a dettare la linea.

Una linea né retta, né giusta, e che finisce col ritorsi contro di noi stessi.

Se avessimo avuto una politica estera nazionale, degna di questo nome, non avremmo ucciso quel leader libico al quale pochi mesi prima avevamo baciato le mani: e certo non avremmo subito la massiccia ‘invasione’ degli immigrati, nei confronti dei quali impegnamo risorse senza ritegno e senza costrutto, se non a vantaggi di altri profittatori, anch’ essi alla stregua dei trafficanti di esseri umani.

Se avessimo una politica estera nazionale, degna di questo nome, faremmo un dibattito serio e costruttivo, sulla vera questione urgente: se uscire dalla Nato, anziché continuare a rimanerci. E ne usciremmo subito.

Ma non l’ abbiamo avuta, e non l’ abbiamo.

Così succede senza che nessuno o quasi lo sappia: senza un dibattito parlamentare, senza una doverosa assunzione di responsabilità davanti a tutti i cittadini, senza un minimo di logica.

Che truppe italiane fossero state mandate – in segreto – in Libia, l’ abbiamo saputo per caso, qualche mese fa, e quel po’ di sconcerto che c’è stato è stato subito cloroformizzato dalla propaganda di regime, che ci ha rassicurato, sulla natura ‘pacifica’ e ‘umanitaria’ del nostro intervento, al fianco della Nato, cioè degli Usa.

Bene, cioè male: quantunque sia passata al solito sotto silenzio, da ieri in Libia è ripresa la guerra civile, ed eserciti, se non bande contrapposte, si contendono nuovamente il controllo del territorio, vale a dire del petrolio, e la legittimità del potere.

E noi, noi che beep ci siamo andati a fare in Libia?

Ora, andremo in Lettonia, con centoquaranta soldati, presenza ‘simbolica’ – è stato spiegato, da quel po’ che hanno spiegato – del contingente dispiegato dalla Nato contro la Russia di Putin.

Ora, Putin non sarà uno stinco di santo, ma certo è estraneo al neoimperialismo americano, e alieno dalle nuove mire egemoniche della globalizzazione economica nuovamente attuate dagli Usa, al servizio dei banchieri e dei mercanti di armi.

Perché è diventato Putin il nostro nemico?

E che beep ci andiamo a fare di nuovo contro la Russia?

Che cosa ci ha insegnato la Storia?

Possibile, che non abbiamo imparato niente, fra l’ altro adesso con scenari culturali completamente diversi, con modificazioni epocali e prospettive ideologiche del tutto e per fortuna differenti?

Niente.

Sempre gli stessi errori: sempre gli stessi errori.

Ma gira, gira il mondo, e gira tutti noi, prima o poi coinvolti.

Soffiano venti di guerra, in Russia evocano scenari apocalittici, razionano il pane.

E noi ci occupiamo di cazzate.

E nessuno racconta delle stragi quotidiane, degli attentati, in quelle regioni vecchie – Iraq, Afghanistan – e nuove – Siria, Libia – che abbiamo colpevolmente, in maniera criminale, direi meglio, destabilizzato.

Chi sa che cosa sta succedendo in Yemen, alzi la mano.

E ne alzi due, chi sa che cosa sia veramente l’ Isis.

Poi, a parole siamo tutti per la pace. Tutti i nostri governi degli ultimi decenni erano per la pace. Mentre continuiamo a permettere che le speculazioni di pochi, per i profitti dei NOSTRI, NOSTRI CIOE’ ITALIANI, mercanti di armi, si compiano stragi quotidiane, e si creino scenari apocalittici.

A proposito di armi e a proposito di chiacchiere: perché una nuova cultura di pace e di giustizia sociale ad essa direttamente e imprescindibilmente collegata, la si costruisce con i fatti, non con le parole.

C’ era – perché adesso quel che ne è rimasto è diventata un comitato di affari – un’ organizzazione politica e sociale che si chiamava ‘Comunione e liberazione’. Per decenni quelli di Comunione e liberazione ci hanno sfracellato i…timpani, con le loro chitarre che strimpellavano ‘ Generale’ di Francesco De Gregori, e con i loro prediche da sagrestia: pace, fratellanza, no alle armi. A parole.

E nei fatti?

Per quasi un anno, dal 2013 al 2014, uno di loro, dopo decenni di comunioni e di sedicenti liberazioni, per un incidente, direi, più che un accidente della politica italiana, divenne – dopo trascorsi vari, e dopo essere entrato nel cerchio magico di Giorgio Napolitano – ministro della difesa.

Bene, cioè male: quel ministro continuò a comprare – sperperando ingenti risorse pubbliche, a botte di miliardi di euro, che certo potevano essere meglio impiegate – gli sgangherati, quanto costosissimi, micidiali aerei F 35 americani.

 

 

 

 

 

 

 

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, Politica

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