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CAFE’ BAROCCO / E’ GIUNTA L’ORA DI AFFRONTARE IL “Tàn,Tàn,Tàn”. NELL’ULTIMO SINGOLO DI FRANCESCO FOTI ASCOLTIAMO IL DILEMMA (IR)RISOLVIBILE DELLA “MACCHINA UMANA”

| 11 novembre 2016 | 2 Comments

di Annibale Gagliani______

Secondo voi perché l’Italia, inafferrabile perla in un mondo onnivoro, sta raschiando il fondo del barile sociale, nonché ideologico (sourtout)? Chi ha avuto in dote una condizione avatica avanzata, si esprimerà subito con questi termini: “perché non esistono più i Gramsci, Sturzo, De Gasperi e Togliatti”. Poi arriveranno i figli di Woodstock ad alzare la voce, esprimendo che “di veri cantautori non ne nascono più″ (vedi i De Andrè, Gaber, Gaetano, Jannacci ecc…).

Eppure fidatevi che non è questa la causa scatenate. L’Italia detiene ancora uno scrigno – chiuso da cento lucchetti – , nel quale il capitale umano è puramente inestimabile, oltre ad essere utile per quel sofferto cambiamento di mentalità che lo Stivale invoca dall’avvento della seconda Repubblica. Evvia! Allora non siamo genericamente stupidi! Siamo solo distratti.

Si dà il caso che a Giarre, in uno spaccato di vita catanese tanto caro al positivo Verga, nascesse, all’incirca trentasette primavere fa, un cantautore, poeta e osservatore della società italica dalla risma qualitativamente invidiabile: Francesco Foti. Cresciuto a latte, agrumi e vinili, portati all’orecchio da una madre d’altri tempi (proprietaria del primo negozio di dischi cittadino), ha scoperto di aver un talento mica male nella narrazione degli autentici sentimenti.

Il suo percorso musicale parte dall’incontro con classici d’antan come Beethoven e Mahler, per poi sfiorare le suggestioni dell’impegnato electronic-rock dei pink Pink Floyd o dell’elettro-pop cangiante dei Depeche Mode. Quando arriva ad ascoltare l’universo impavido di cantautori come De Andrè, Rino Gaetano, Giorgio Gaber, Franco Battiato o Carmen Consoli, il suo destino sembra segnato: raccontare diventa un’esigenza. A indicargli la via saranno scrittori del calibro di Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello, ma indubbiamente il suo mentore è Mario Grasso: giornalista, intellettuale e narratore dalle multiforme, con cui Foti pubblicherà due sillogismi di poesia dialettale etnea, intitolati Jettu uci senza vuci (editi da Prova d’Autore) e definiti col beneficio dell’avanguardia Afotismi.

But now, scocca l’ora del Tàn, tàn tàn!

Riascoltate il contenuto multimediale adagiato alla sommità dell’articolo, e ne riparliamo tra quattro minuti terrestri…

Un pezzo di doverosa denuncia intellettuale dei mali che divorano la middle society del ventunesimo secolo. L’espressione onomatopeica “tàn, tàn, tàn” richiama al villaggio globale di Marshall McLuhan, ma rappresenta un’espressione nuova, un neologismo che racchiude rispettivamente quelle bombe battereologiche difese inconsapevolmente da gran parte dell’emisfero: inquinamento, sfruttamento delle risorse ambientali, spersonalizzazione dell’uomo, alienazione e omologazione, strapotere delle multinazionali alimentari o delle lobby farmaceutiche. “Quotato in morte rende più che in vita, è l’economia”, passo emblematico di un testo carico di speranza, poiché se l’opinione pubblica ama definire il disastro giornaliero che ci percuote solo un “tàn, tàn, tàn” – giusto per sminuirne la portata -, affrontarlo di petto e capirne la reale entità, sarebbe quel moto giusto in grado di restituire all’individuo la sua condizione primordiale: essere umano, pensante e sensibile.

Il sound accompagna perfettamente illusioni e dirompenti voli di spirito: è un pop cantautorale dal ritmo british, molto orecchiabile, quasi da tormentone sul ritornello. In soldoni musicalità e bontà di cogito.
Il video poi, è praticamente un corto che farebbe contenti anche maestri psicanalitici come Lacan e Freud, per la capacità che ha di porre quesiti all’inconscio. Il regista è Vladimir Di Prima, che mette in atto le idee salienti del Foti. Ad affiancare il cantutore vi è il mimo Giuseppe Cavallaro, distinto attore di lungo corso che interpreta il ruolo di colui che vuole “opprimere l’aura del suo vicino”.
La lacrima nera del protagonista è una lacrima di veleno, per il semplice fatto che noi “siamo quello che mangiamo e altresì quello che respiriamo”; il palloncino rosso ancorato al suo polso, non è altro che una speranza flebile che trasmette linfa vitale nonostante le intemperie. Nel ritornello finale il tàn tàn tàn cerca di far scoppiare con le sue onde malvagie il pallone, ma a sorpresa non vi riesce: ecco il messaggio didattico da cogliere al volo:

resto in vita, io non mi arrendo!

Alla nostra domanda conclusiva “l’Italia che vorresti, quella in cui ti svegli con un giorno di sole, guardi dalla finestra e dici – si è questo il mio Paese! – come sarebbe?”, Francesco ci ha risposto con maestrale ardore:

“Sono un estimatore dei grandi uomini e dei grandi valori umani, adoro Gandhi, Mandela, uomini che hanno lasciato qualcosa, un segno, che hanno cambiato il mondo, seppur non al cento per cento, perchè l’uomo non è cosciente al cento per cento, non essendo sempre pronto ai grandi cambiamenti…
L’Italia che vorrei è quella dei politici che fanno politica perchè amano il nostro Paese e non per interessi personali, un’Italia dove girano soldi, girano decisioni importanti, non credo sia possibile una politica intesa come la intendevano i nostri avi,
i filosofi… abbiamo dimenticato di leggere capolavori come “Il Principe” di Machiavelli, o forse non li abbiamo mai letti…
è un peccato che l’Italia sia poco amata, perchè abbiamo gli artisti più grandi di sempre e poeti e letterati che rappresentano un patrimonio inestimabile…
Quindi: Che Sicilia vorrei? Che Italia vorrei? 
Quelle che non esisteranno mai…”.
In un film recentissimo di Edoardo Leo, Cosa vuoi che sia, che sta girando le sale di tutta la nazione con critche molto positive, il protagonista celebrava la bellezza di Milano e dell’Italia tutta, con un solo neo fastidioso ad emergere in superficie: gli italiani. Ecco buona parte del succo di queste righe dolorosamente “ben intenzionate”. Francesco Foti nella sua mina indipendente ci rammenta che un cittadino, un dissidente o un diffuso diffidente, ha solo un’arma nelle mani (e nel cuore) per invertire la rotta dei mortali eventi: resistere, non mollare.
“Chi vive, quando vive, non si vede: vive. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la sta vivendo più: la subisce, la trascina…”.
Lo afferma un fuoriclasse del teatro letterario, don Luigi Pirandello. Perchè non credergli? Perché non cominciare a vivere da umani e non più da macchine consenzienti?

 

 

Category: Costume e società, Cultura

Comments (2)

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  1. Antimo ha detto:

    I Gramsci e gli Sturzo nel Partito Comunista e nella Democrazia Cristiana vengono solo citati, perché il loro ruolo è stato di secondo piano. Diverso è il discorso per personaggi come Togliatti e come De Gasperi. E se siamo nella merda è proprio grazie a loro. Perché i danni di oggi vengono da lontano. Il primo era al servizio di una potenza nemica, l’Unione Sovietica, un TRADITORE del suo popolo. Tanto è vero che prese la cittadinanza russa rinunciando a quella italiana. De Gasperi poverino, uno che non seppe far di meglio che andare in America col cappello in mano per chiedere la carità agli americani, facendoci diventare una colonia degli Stati Uniti sul piano culturale prima ancora che economico. In quanto poi a cantautori, l’Italia oltre ai Gaber ai De Andrè agli Jannacci, che erano schierati dalla parte di coloro che gestivano le piazze, le università e le case discografiche, ha avuti tanti cantautori bravissimi, sconosciuti ai più perché non hanno leccato il culo al potere. Ed il potere in Italia ha tante facce, perché quando al governo c’era la DC il Partito Comunista non governava ma “comandava” ugualmente.

  2. Antimo ha detto:

    Gli autori italiani non si leggono perché ai figlocci di De Gasperi e Togliatti è stato insegnato a guardare a est oppure ad ovest comunque a posti e culture lontane dalla nostra terra. E’ così difficile capirlo?

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