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LA STORIA DEL CANTASTORIE ANTONIO CERFEDA. DAL SALENTO ALLA SVIZZERA, ANDATA E…RITORNO IN TOURNEE

| 16 ottobre 2017 | 0 Comments

di Roberto Molle______

In “Piazza”, un bellissimo documentario realizzato nel 1980 dal regista tedesco Klaus Voswinckel, è raccontato il mondo dei cantastorie siciliani. In una scena, di fronte alla macchina da presa, uno dei più famosi di loro, il paternese Ciccio Rinzino, seduto di fronte al poeta Ignazio Buttitta, racconta di come, raccogliendo fatti di cronaca, si rivolga poi a quest’ultimo chiedendogli di trasformarli in versi da cantare. Nella scena successiva, si vede il cantastorie caricare sulla sua Fiat 800 una tela arrotolata e dirigersi nella piazza del paese. Pochi minuti e la tela viene aperta e appesa ad un muro, sulla sua superficie sono raffigurati in sequenza i disegni che sintetizzano la storia che da lì a poco verrà svelata dalla “cantata” di Ciccio Rinzino.

Proprio dagli anni Ottanta, via via questo genere di rappresentazioni si è andata perdendo, relegando la figura del cantastorie a marginali apparizioni solo in contesti dedicati.

Eppure, almeno nel Salento i cantastorie ci sono ancora; e uno di loro si è trasferito addirittura in Svizzera per “canta- raccontare” storie, personaggi, e bellezze della sua terra di origine.

Si chiama Antonio Cerfeda (nella foto), è di Ugento, e in origine è stato un artigiano pellettiere con la passione per la musica e la storia patria.

Si è nei primi anni Novanta e nel Salento, sull’ onda della riscoperta di tradizioni popolari, si crea un fermento che va a scavare alle radici e recupera suoni e canti andati persi da decenni. È il periodo dell’esplosione della pizzica, il regista Edoardo Winspeare ci mette del suo e con il film “Pizzicata” dà una sferzata importante al recupero e alla riproposizione di versioni rivedute e corrette di canti “alla stisa”, “a cappella”, e quant’ altro si possa legare ad un violino e ad un tamburello.

Antonio insieme ad altri amici musicisti fonda il gruppo musicale “Arsura” (con cui realizzerà un disco omonimo nel 2007), dove in un primo tempo, da autodidatta, sviluppa una voce quasi più da narratore che da cantante.

Scrive testi di canzoni i cui temi principali sono l’amore per la terra e lo sfruttamento sul lavoro, poi il tratteggio di molti personaggi presi dalla realtà e trasfigurati con affetto e ironia, creando di fatto una sorta di repertorio quasi cabarettistico che lentamente lo porta a cercare nuove strade espressive.

Lasciato il gruppo degli Arsura, si delinea la sua vocazione di cantastorie, e coadiuvato dal musicista toscano Alessandro Bongi, mette in piedi “Samepicò” (il disco viene pubblicato nel 2000), un progetto che racconta di lotte a favore dell’ambiente (P.c.b.), di luoghi mistici (Madonna della Luce), di recupero archeologico (Klaohi Zis), di immigrazione (Abdù).

Riprendendo l’usanza di esporre una tela con i disegni che rappresentano in sequenza la storia cantata, Antonio Cerfeda si presenta di fronte al pubblico e racconta la storia di un vescovo che inorridito dalla corruzione e dal malcostume che imperversa nel paese, scappa via da Ugento (sede vescovile da tempo immemore) e fermandosi al ciglio di un monte invoca: “Uscentu senza fede ne sacramentu!”.

Nel 2005, a 45 anni, decide di abbandonare il suo laboratorio di pellettiere, la vocazione di cantastorie, e di ripartire (dopo vent’anni in Italia, farne altri venti in Svizzera, paese originario della moglie, e quasi un atto obbligato), iniziando tutto da zero e mettendo da parte musica e parole. Ma non dura, presto viene coinvolto dal chitarrista italo-svizzero Pascal Galeone in nuove avventure sonore.

Pascal capisce che Antonio Cerfeda ha tante storie ancora da cantare, e coinvolge altri musicisti (il calabrese chirarrista Pino Masullo, il fisarmonicista Urs Kummer, e il contrabbassista Christian Hartmann) formando una band che si offre di aiutarlo a girare la Svizzera e “canta-storiare” le mille facce della sua terra di origine, fatte di sofferenza, di amore, di sacrificio; ma anche di riscatto, di bellezza e di autodeterminazione.

All’ unanimità si è deciso di dare un nome al gruppo costituito, e si è deciso di chiamarlo “Cerfeda”, in suo onore. I

Cerfeda tengono concerti in diverse situazioni e sono molto acclamati dal pubblico svizzero; i momenti più alti si toccano quando Antonio introduce determinate canzoni, dove all’ inizio lui racconta, spiega, s’infervora, poi canta. I Cerfeda hanno in cantiere nuove storie da cantare, si spera un disco, e una tournée in Salento in estate.

 

Category: Cronaca, Cultura

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