UN RITRATTO ARTISTICO DI CESARE DELL’ ANNA, CON L’ ULTIMO DISCO DEGLI OPA CUPA “BALUARDO”

| 6 Febbraio 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Torniamo ad occuparci di un musicista eclettico, camaleontico, versatile, innovativo, rivoluzionario. Sono questi, tutti aggettivi che si prestano benissimo a presentare Cesare Dell’Anna: trombettista, compositore, produttore, agitatore musicale; e l’elenco potrebbe continuare, ma possiamo fermarci qui.

 

L’occasione ci è data dall’ ascolto di “Baluardo”, suo ultimo disco con Opa Cupa (nella foto). Prima di avventurarci tra i solchi e i codici digitali del cd, diamo uno sguardo in retrospettiva alla sua carriera, per capire meglio chi è, Cesare Dell’Anna.

 

Da generazioni la sua famiglia è stata composta da musicisti bandisti, e a Cesare è venuto naturale rapportarsi ad uno strumento di quella tradizione, nello specifico la tromba.

Enfant prodige, a soli sette anni la suonava già in diversi complessi bandistici pugliesi storici (Surbo, Sandonaci, Squinzano, Conversano). A diciassette anni si è diplomato presso il conservatorio di Lecce, in seguito si è perfezionato all’accademia musicale pescarese. Per un certo periodo è stato “prima tromba” nella fanfara dei carabinieri di Napoli, e poi in quella dei carabinieri di Roma. Grazie alla sua formazione classica, nel tempo, ha collaborato stabilmente con l’orchestra lirico-sinfonica della provincia di Lecce e con altre orchestre di musica da camera, ensemble di musica barocca, rinascimentale, contemporanea e jazz.

 

Quello che caratterizza Cesare Dell’Anna è la predisposizione al confronto con altre culture musicali e al fare esperienze dirette in sessions con musicisti di diverse etnie.

Tra tutte, l’Albania ha rappresentato un terreno di scambio importantissimo per lui e per i musicisti con cui si è rapportato. Al di là di questo, le collaborazioni tra Cesare e musicisti stranieri sono tantissime, solo per citarne alcune: Goran Bregovic (Serbia), Admir Skurtay (Albania), Mark Stewart (USA), Quimi Portet (Catalogna), Maria Serban (Romania), Ekland e Redi Hasa (Albania). Naturalmente anche le esperienze con musicisti italiani non sono poche: Caparezza, Meridiana jazz orchestra, Roberto Ottaviano, Pino Minafra, Negramaro, Sud Sound System, Raffaele Casarano, Enrico Rava, E Zezi (storico gruppo degli operai dell’Alfa Romeo di Pomigliano D’Arco).

Nel 1996 insieme ad altri artisti (pittori, scultori e musicisti) dà vita alla casa/laboratorio “Albania Hotel”, situata nella campagna salentina. Cesare ne è il produttore artistico. Albania Hotel persegue l’intento di valorizzare e veicolare l’arte in tutte le sue espressioni, intese nell’accezione di multiculturalità. Albania Hotel diventa crocevia di mille esperienze artistiche, umane e musicali.

Nel 2005 fonda la 11/8 Records, un’etichetta che si occupa di produrre e promuovere progetti musicali di particolare pregio artistico e in coerenza col principio di favorire la veicolazione della musica e dell’arte in generale, aprendo spazi e abbattendo confini. La produzione discografica di 11/8 Records è considerevole: dall’ultimo disco di Opa cupa (suo gruppo storico), agli altri suoi progetti (Tarantavirus, Tax free, Zina) nonché quella del suo splendido album solista “My Miles”, dedicato al grande Miles Davis.

Poi, c’è tutto il discorso sul progetto “Girodibanda”, il vulcanico ensemble che annovera diversi strumenti a fiato, e musicisti che ruotano di volta in volta, spesso di diverse nazionalità.

 

Naturalmente, questo è solo un excursus abbastanza veloce sulla storia di Cesare Dell’Anna, da questo spazio altro non si poteva.

Ma veniamo ora a “Baluardo”, ultimo disco con Opa Cupa; va detto subito che l’ambientazione naturale dei suoni che lo compongono, poggia sulle coordinate di tre luoghi geografici importanti per la formazione di Cesare, e sono il Salento, Napoli e quella Tirana d’Albania che, dopo la caduta del muro, a molti risultava la più familiare delle città balcaniche.

Vi suonano musicisti eccelsi come Redi Hasa (violoncello), Gino Semeraro e Luigi Bruno dei Muffx (chitarre), Andrea Doremi e Giuseppe Oliveto (trombone e tuba), Ekland Hasa (tastiere), Stefano Valenzano (basso), Davide Arena (sax), Mauro Tre (Farfisa, sinth), Cristian Martina (percussioni), Rocco Nigro (sinth), Giancarlo Dell’Anna (e ovviamente lo stesso Cesare alla tromba), Rachele Andrioli, Cristoforo Micheli, Alan Wurzburger e la già citata Irene Lungo (voci). Di questi tempi che nessuno fa più dischi lunghissimi, “Baluardo” contiene diciassette tracce che vanno ad alimentare mille suggestioni spazio-geo-musicali, giocate tra sperimentazione e contaminazione.

In “Carminuccio”, l’orchestra di Nino Rota vien fuori da uno dei film di Fellini e va a sfumarsi sulle note di “trombe gemelle” che suonano arie dell’altra sponda adriatica. Poi, il simbolo sonoro che identifica quella città di cui prima, fa la sua comparsa in apertura di “Lo zio è pazzo”: la sigla di Radio Tirana che durante il regime comunista veniva trasmessa in loop da un canale radio in onde medie, fa da apertura ad uno splendido brano che dà il viatico ad una di quelle contaminazioni etno-dance impossibili, tipo i “Trasnglobal Underground che rappano sulla base di fiati della “Fanfara Tirana”.

La voce di una speaker del telegiornale, introduce a “Pompei”, una gradevolissima free-tammurriata in odore funky con la stupenda voce di Irene Lungo. Il Salento con i suoi canti della tradizione, fa bella mostra di se con la rivisitazione in chiave quasi prog di “Ferma zitella”.

In “Baluardo”, il brano che dà il titolo all’album, c’è un parlato di Cesare Dell’Anna molto eloquente dove, tra l’altro recita: “sapevo già da allora, che quello che vedovo nera, era la vita. Per questo mi vaccinai subito… da sempre lo sapevo: o la cava, o la fabbrica, o le processioni dietro le madonne o i morti. Tanto che, alla fine, per il troppo impegno divenni bravo e fastidioso…”, come dire: per chi avesse dubbi sulla tempra del musicista, si potrà rendere conto di che pasta è fatto.

Il resto dei brani si muove su flash di Jazz-balcan-rock, canti tradizionali balcanici destrutturati e innovati, tranci di musica che si adatterebbero perfettamente a certo cinema sperimentale dell’est Europa. A fare da trait d’union in tutto il disco, è naturalmente…Il timbro magico del suono di trombe e tromboni.

 


Roberto Molle

Category: Cultura

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