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‘PULP FASHION’ PURE A LECCE?

| 4 dicembre 2018 | 0 Comments

di Giuseppe Puppo______Con una di quelle inchieste che riconciliamo col giornalismo, ieri sera il programma televisivo di Rai 3 Report, condotto da Sigfrido Ranucci, ha mandato in onda per buona parte della puntata servizi realizzati dai suoi inviati, raccolti sotto il titolo significativo di “Pulp Fashion”.

Tesi: proprio le multinazionali dell’ alta moda, le griffe dell’ abbigliamento, e uno strano così detto ‘made in Italy’, come si ostinano a chiamarlo, anche se di italico c’è rimasto solamente il logo, ma pure quelle francesi e americane, e finanche l’ azienda madre del sedicente ‘politically correct’ Ikea, si servono da fornitori cinesi e nordafricani.

Qui pagano la mano d’opera una miseria, e inoltre gli operai sono sottoposti a condizioni di lavoro che definire disumane è riduttivo, perché li espongono a rischi sanitari concreti, a malattie letali, oltre a devastare l’ ambiente, che non è solo asiatico, o nord africano, ma è di tutti.

Un capo finito che costa una decina, al massimo qualche decina di euro, viene poi rivenduto nei negozi di lusso, nelle catene delle nostre città, a diverse, svariate centinaia di euro, con la sola fatica di appiccicarci sopra il marchio rinomato.

E’ la globalizzazione, bellezza! La delocalizzazione…

Il tutto, speculazioni finanziarie a parte, per risparmiare solamente qualche euro, su ogni capo, mettiamo pure cinque a capo, il costo in più della manodopera italiana, se fosse adoperata, mentre invece così hanno mandato allo sfascio l’industria tessile nazionale, un tempo uno dei nostri fiori all’ occhiello.

I consulenti, però, di queste fabbriche cinesi e, han mostrato a Report, pure imprenditori, in Tunisia, sono Italiani, brava gente. Che costringono i lavoratori nella puzza, li immergono direttamente nei prodotti chimici vietati, e, letteralmente, non in senso figurato, spezzano loro le gambe, se qualcuno osa protestare.

Ma che schifezza di mondo abbiamo costruito, quello in cui la schiavitù è stata abolita, del resto solo da poco, per sostituirla con quest’altre nefandezze anche peggiori?

Nel corso del programma, si è parlato anche di Lecce, del Lecce, per meglio dire, non più di un accenno, ma preciso, anche se breve. Ha dichiarato Sigfrido Ranucci che Diesel, uno dei marchi del made in Italy così detto, di cui abbiamo trattato prima, multinazionale veneta che fa capo a Renzo Rosso, veste, fra gli altri, anche il Lecce, l’ US Lecce.

Abbiamo cercato riscontri, senza trovarli.

Poi, c’è dell’ altro. Questa estate, come è noto, l’ US Lecce ha annunciato di aver creato un marchio proprio e di volersi produrre in proprio le divise da gioco, con il logo M 908.

Bene. Peccato che le magliette e quant’altro siano prodotte in Cina, il che già questa estate provocò qualche polemica in ambito sindacale, perché in molti si chiesero che senso avesse rinunciare alle aziende salentine.

Anche qui, abbiamo cercato riscontri, senza trovarli, e ce ne scusiamo con i nostri lettori.

Per loro conto, dei lettori di leccecronca.it, facciamo allora direttamente all’ Us Lecce alcune domande, grati se vorranno rispondere, e ci impegniamo a pubblicare le loro spiegazioni, come sempre, come con tutti, con lo stesso risalto dei nostri articoli.

E’ vero che Diesel di Renzo Rosso veste il Lecce? Se è vero, dopo quanto rivelato da Report, non pensate che sia inopportuno legare la propria immagine a quella della multinazionale ‘italiana’ del Veneto?

E’ vero che le divise di gioco della squadra sono prodotte in Cina? Da chi? In che condizioni e a quali condizioni?

Aspettiamo ragguagli, grazie.

 

Category: Cronaca, Sport

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