VIA DALLA PIZZICA-BUSINESS!

| 27 novembre 2020 | 0 Comments

LA RISCOPERTA DELLO SPIRITO COMUNITARIO DELLA TARANTA IN UN SAGGIO DI TULLIA CONTE. CHE A leccecronaca.it DENUNCIA “le falsificazioni a più livelli, terribili, della Tradizione”. E POI ANZI SPARA A ZERO SU MELPIGNANO E DINTORNI: “ci sono scopi commerciali e politici che non si possono ignorare”

 di Mariangela Rosato______

“La Taranta dice (…) ‘noi siamo tutte sorelle’, ma non solo perché la tarantella è una danza per tutti”.

Tullia Conte (nella foto di copertina) – danzatrice, scrittrice e fondatrice napoletana dell’associazione SuDanzare con sede a Parigi- inquadra la taranta in un’ottica circolare, scevra da stigmatizzazioni di genere ed utilizzazioni commerciali.

Anche lei è un’espatriata, lo scambio è deciso e subito mi racconta della sua pazzia di lasciare Napoli alla volta di quella Parigi che tutti osano venerare con ardore e che è capace di generare gli impeti più accesi in chi va alla ricerca di un luogo dove germogliare la propria arte.

Tullia Conte ha sancito un sodalizio che dura, ormai, da dieci anni con la capitale transalpina attraverso cui ha concretizzato il desiderio di portare la taranta in luoghi a lei, per tradizione, sconosciuti e di renderla strumento di condivisione culturale.

E’ in quest’ottica di abbattimento delle frontiere geografiche che si inserisce il secondo testo della performer dal titolo “Diacronia Minima del tarantismo” uscito da pochi giorni per le edizioni SuDanzare (128 pagg. 24 euro) corredato dalle immagini altamente simboliche della fotografa  Francesca Grispello, anche lei coinvolta nel progetto.

 

Tullia Conte mi parla del percorso intrapreso di ricerca sociologica sulla nascita e la storia della tarantella dal 1064 al 2018.

Uno studio da cui si rendono evidenti la vastità del fenomeno del tarantismo, non esclusivamente legato al circolo salentino, e un protagonismo non solo all’insegna dell’elemento femminile.

 

La taranta conosce negli ultimi decenni un successo mediatico di portata ineguale sia a livello nazionale che internazionale- di cui la stessa Tullia Conte ne è esempio- e non posso che virare la discussione sulla “pizzica salentina”, tema caro a chi proviene dai luoghi meridionali della Puglia.

Penso a come la pizzica stia diventando sempre di più oggetto di desiderio e conversioni amorose di molti, anche da parte di chi non ne aveva mai sentito parlare e poco rappresenta lo spirito contadino che la anima.

Penso a come questa danza sia stata sdoganata nel tempo ed a quanto abbia perso il suo senso comunitario di fondo.

Tullia Conte me ne parla così:

“La pizzica diventa uno strumento di esposizione a motivi promozionali di un prodotto che, nonostante il suo positivo apporto turistico per il territorio, conduce alla falsificazione della tradizione. Sarebbe meglio avvicinarsi alla pizzica con più onestà e non cercare di produrre una versione marketizzata della stessa.”

 

Un’evoluzione che conduce la pizzica ad una sorta di snaturalizzazione in cui le passioni del rito si offuscano lasciando spazio a tentazioni capitalistiche.

“Non credo e non mi piace che strategie di marketing che appartengono ad uno specifico potere economico vengano ad impossessarsi di un’atmosfera e di una specifica tradizione spacciandosi per reali. Questo falsificare la tradizione a più livelli è terribile”.

 

Riporto alla mente l’immagine di Madonna che balla la pizzica vestita con abiti di Gucci, lontani mille miglia dalla povertà di coloro i quali, uscendo dalla dicotomia maschile/femminile, concepivano la danza come un’occasione per mettere a freno il loro senso di impotenza economica.

Un momento rituale che si inseriva in una sorta di appiattimento del tempo e dello spazio che si faceva dimentico delle suddivisioni sociali creando, negli instanti del rito, ricongiungimenti concepibili solo in quelle forme di stasi temporale.

“Ciò che va osteggiata è la falsificazione perché questa non ci permette di salvare le cose importanti insite nella tradizione prima fra tutte la dimensione comunitaria.

 

La pizzica non ha un marchio, ma, ad esempio, dietro la Manifestazione della Notte della Taranta di Melpignano ci sono scopi commerciali e politici che non si possono ignorare. La negatività non sta nella volontà di promuovere un territorio, ma piuttosto nella plastificazione che si fa della tradizione. Questa, in alcuni casi, risulta spogliata soprattutto della voce degli interpreti non dando, in questo modo, giustizia alle radici di un popolo”.

 

La taranta e la pizzica in particolare, nonostante la provenienza contadina, non sono immuni dal fenomeno della globalizzazione che se da una parte ha permesso loro di entrare in contatto con altri generi artistici in un movimento di ibridazione culturale positivo e destinato a creare nuovi spazi di sviluppo, dall’altra parte si sono lasciate contaminare dallo stigma creato a fini commerciali della donna morsa dalla taranta.

“Anche l’utilizzo di denaro pubblico per l’organizzazione di questi eventi non va sottovalutato. Il tema, infatti, è stato oggetto di studio di vari intellettuali in Italia, ma anche in Francia dove si è parlato addirittura di Pizzica Business, un’espressione che ben evidenzia le proporzioni di determinati eventi.”

 

A dispetto di questo apporto votato al marketing “ciò che si deve raccontare è che dietro queste danze c’era una comunità che aveva bisogno di esprimere un problema e lo faceva proprio tramite il ballo. E’ questo il tarantismo!”

 

Tullia Conte mi parla della necessità di recuperare l’essenza della taranta, la tradizione di rinascita che questa vuole veicolare e ciò che viene fuori è un forte senso di speranza. Una speranza che vede l’arte non soltanto come qualcosa destinata alla sopravvivenza, ma anche come il più importante antidoto contro l’isolamento fisico e la precarietà delle relazioni vissute in questi lunghi mesi di pandemia in cui l’incontro con l’altro è diventato raro e, allo stesso tempo, generatore di pericolo.

“La taranta può farci riscoprire il senso di comunità perduto, curare le ferite e al contempo farci rimanere umani”.

E chissà se in questo processo di ritorno all’umano anche l’aspetto comunitario della pizzica non possa essere più forte degli scopi commerciali e politici con cui, invece, ora convive proponendosi di nuovo come “la danza della comunità”.______

Per ordini on line, su questo link:

Diacronia minima del tarantismo

 

 

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, Eventi, Libri, Politica

Lascia un commento