IO, LE MIE RIVISTE, LE MIE PASSIONI

| 3 gennaio 2021 | 1 Comment

A leccecronaca.it FEDERICO GUGLIELMI PARLA DEGLI ARTISTI MUSICALI ITALIANI E INTERNAZIONALI CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLA MUSICA. E DEI “CRITICI SEVERI”

di Roberto Molle______

Il piacere e l’onore s’incontrano raramente quando si tratta di fare informazione, credo non sia un mistero il fatto che spesso ci si trovi a dover scrivere articoli, preparare interviste, recensire libri, dischi o manifestazioni di vario genere, perché dettato da agende legate a esigenze meramente editoriali e non alla pura curiosità e all’ interesse del giornalista.

Ci pensavo da un paio di mesi all’idea di intervistare per leccecronaca.it uno dei nomi di punta del giornalismo musicale italiano; uno il cui nome mi risulta familiare da circa una quarantina d’anni e che ha contribuito alla mia formazione di fruitore di musica.

Leggo quello che scrive da tantissimo tempo, conosco molto della sua vita professionale, ma non trovavo – forse un po’ per soggezione – le parole per formulare le domande. Poi desisto, meccanicamente faccio un giro sul web, digito quel nome e trovo decine di interviste dove gli chiedono di tutto; praticamente ogni curiosità, anche quella allo stato più embrionale, bruciata sul tempo da qualcuna che se l’è posta per tempo prima di me.

Il pensiero dell’intervista però ha continuato a tormentarmi, fino a quando ho dovuto liberarmene. Rischiando di essere retorico ho messo insieme interrogativi ancestrali e qualche curiosità da gossip, e mi sono buttato.

Ho contattato l’uomo e lui ha risposto: disponibile, gentile, chiarificatore.

 

Lui si chiama Federico Guglielmi (nella foto di copertina), è un critico musicale, scrittore, produttore discografico e conduttore radiofonico dai microfoni di Radio Rai. Firma prestigiosa negli anni di Rockerilla, Velvet e Mucchio Selvaggio (mensili specializzati di musica, ndr.) e, per tutto il tempo che è stato pubblicato, direttore del prestigioso trimestrale Mucchio Extra. È uno dei massimi esperti di Punk in Italia, ha pubblicato una trentina di libri (l’ultimo, dedicato a Iggy Pop, uscito a ridosso di questa intervista), alcuni dedicati a musicisti italiani: da Carmen Consoli a Manuel Agnelli, ai Litfiba, i Baustelle; più d’uno proprio al punk.

 

 

Domanda: È da poco uscito il tuo libro: “NO CONTROL storie di hardcore punk californiano 1980-2000”, un’imponente raccolta di articoli, recensioni e interviste a oltre duecento band che hanno dato vita a uno dei sottogeneri rock più dinamici ed eccitanti di sempre. Dai seminali Germs e Dead Kennedys ai portabandiera Bad Religion e Offspring, fino a Social Distorsion, Green Day e così via. La cronaca di vent’anni di musica poco convenzionale raccontata da dove tutto è iniziato e come si è svolto, spesso in presa diretta. Quali sono le differenze sostanziali tra il movimento punk inglese e quello americano?

Risposta: Sotto il profilo stilistico, ogni discorso sarebbe generico: al di là degli elementi e delle radici in comune, ogni band ha sviluppato una propria formula. Sempre parlando in senso lato, la differenza principale e più interessante, secondo me, è di attitudine: mentre in Gran Bretagna il punk è finito immediatamente sotto i riflettori dei media ed è stato “adottato” da varie etichette anche medie e grandi, divenendo subito un fenomeno ufficiale e facendo parlare di sé in tutto il mondo, negli Stati Uniti è rimasto relegato nelle scene locali, rimanendo di fatto più puro. Eccetto i Ramones, i Dead Boys e pochi altri, gli esponenti della prima ondata americana – quella della seconda metà degli anni ’70 – non sono quasi mai usciti dalla loro città o Stato, pubblicavano dischi – se li pubblicavano – per microetichette o producendoseli da soli, non coltivavano chissà quali ambizioni di successo… e questo li ha tenuti al riparo dalle tentazioni che inevitabilmente orientavano il comportamento di molti britannici.

Direi anche che, mentre in UK tutto il movimento tendeva a omologarsi su alcuni modelli precisi (sostanzialmente, Sex Pistols, Clash, Damned e Buzzcocks), negli USA si cercava maggiormente di esaltare le proprie peculiarità, le proprie personalità.

 

Domanda: Federico, sei uno dei massimi esperti di punk in Italia e la tua competenza riguarda tutto il mondo del rock e le sue sfaccettature. Sei anche un gran conoscitore della scena italica, ricordo un periodo quando sul Mucchio (Mucchio Selvaggio, ndr.) recensivi buona parte dei dischi in uscita, poi anche tante interviste ai musicisti. All’epoca, la sensazione era che tu trattassi i musicisti italiani con una certa indulgenza; sembrava dessi qualche stella in più rispetto al reale merito a dischi non proprio eccelsi. Un’altra memoria che mi torna è quella relativa a una discussione tra amici (e vecchi lettori del Mucchio) sul fatto di un tuo presunto “buonismo” nei confronti della scena musicale di allora (fine ’90 inizio 2000).

Risposta: Nei primi anni ’80, quando il nuovo rock italiano era totalmente underground e snobbato come “provinciale” e “derivativo” da parte del suo potenziale pubblico, cercavo in effetti di “spingerlo” oltre le sue effettive qualità: se mi fossi messo a fare il rigoroso, chi mai dei miei lettori se lo sarebbe filato? Diciamo che ogni mio commento sulla nuova musica fatta qui da noi sottintendeva una relatività, un “considerando che siamo in una nazione con tradizioni differenti e con strutture inadeguate alla diffusione di certa musica…”; questo valeva però soprattutto per le band minori, perché “Sick Soundtrack” dei Gaznevada era e rimane un disco formidabile… come, più avanti, “Siberia” dei Diaframma, “Affinità-Divergenze” dei CCCP Fedeli alla linea, “Barricada Rumble Beat” dei Gang o “17 re” dei Litfiba, per citare i primi che mi vengono in mente.

Nella ben più popolare ondata degli anni ‘90/2000, invece, non avevo alcuna “strategia”, ero solo ammirato ed entusiasmato da quello che vedevo accadere attorno.

Forse questo mi avrà portato a essere più benevolo nei confronti di qualcuno, non posso escluderlo, ma non rinnego nulla.

 

Domanda: Un giorno entro in edicola (è il 1988) e nella sezione riviste musicali trovo il primo numero di Velvet, lo prendo, lo pago e lo porto via. Scoprirò trattarsi di una nuova rivista di musica, diretta da te e realizzata insieme ad altri che solo un mese prima, avevano firmato articoli sul Mucchio. A parte lo smarrimento iniziale la rivista mi è piaciuta da subito: il taglio, l’impaginazione, gli articoli, le interviste, le recensioni… tutto sembrava speculare al Mucchio ma con qualcosa di diverso. Sarà stato per l’entusiasmo e l’incoscienza, per la vostra la voglia di fare di più, fatto è che, ho preso tutti i numeri di Velvet fino alla fine della sua uscita in edicola; per me il Mucchio e Velvet potevano coesistere tranquillamente (per la verità, quello è stato il periodo più opaco del Mucchio). Puoi raccontare per i lettori di leccecronaca.it la genesi e l’evoluzione di quell’avventura? Lo so che l’avrai raccontata tante volte, ma in fondo è una storia di coraggio d’altri tempi che credo meriti di essere conosciuta.

Risposta: Dopo essere andato via dal Mucchio, alla fine del 1987, non pensavo affatto a fondare una mia rivista: mi andava benissimo lavorare da freelance.

Furono Eddy Cilìa e Maurizio Bianchini, che stavano ancora al Mucchio ma che chissà come mai malsopportavano il direttore/editore, a coinvolgermi.

Così, a ventotto anni, grazie al sostegno economico di mio zio, divenni amministratore di una casa editrice della quale ero socio al 40%, nonché responsabile di un mensile di musica (e altro) chiamato appunto Velvet nel quale confluirono i tre quarti dello staff del Mucchio.

Avevamo grande entusiasmo e sicuramente buone idee e tanta voglia, ma commettemmo anche qualche errore di valutazione. Il primo, e probabilmente il più grave, sopravvalutare, oltre a noi stessi, i nostri lettori: eravamo sinceramente convinti che quasi tutti avrebbero seguito noi lasciando il Mucchio, cosa che però avvenne solo in parte.

Scoprimmo con stupore che un sacco di acquirenti del Mucchio non si erano accorti della rivoluzione, o che se n’erano accorti ma continuavano a comprarlo per affetto o inerzia. Insomma, noi confidavamo in vendite non di troppo inferiori a quelle del Mucchio, ma le previsioni si rivelarono troppo ottimistiche e ci trovammo lentamente a erodere il capitale sociale.

Poi Bianchini si disinteressò di Velvet, i soldi stavano finendo perché le vendite non crescevano anche a causa della tiratura minore impostaci dalle difficoltà economiche, si sarebbe dovuto finanziare la società ma nessuno poteva o voleva impegnarsi ulteriormente. Così cedemmo la maggior parte delle quote a terze persone che, tramite agganci politici con il Partito Socialista, avrebbero tentato un rilancio; anche lì non funzionò proprio come sperato dai nuovi proprietari – io mi ero tenuto un 10%, ma non avevo voce in capitolo sulle scelte – e dopo un anno e mezzo, passando attraverso un paio di cambiamenti più o meno radicali della linea editoriale, la rivista chiuse per sempre.

Nonostante la brutta fine, almeno per me è stata una splendida esperienza, dalla quale ho imparato tantissimo; potessi tornare indietro, la rifarei, magari con qualche rettifica che ci permetterebbe di giocarci le nostre carte in maniera più proficua.

 

Domanda: A parte l’esperienza con Mucchio Selvaggio, nel tempo hai collaborato (e collabori) tuttora con le migliori riviste specializzate di musica; tanto per citarne qualcuna: Rockerilla, Rumore, Blow Up, Fare Musica, Audio Review, Suono, Rockstar e Ciao 2001, senza scendere troppo nello specifico vorrei chiederti se è stato facile rapportarsi con tante testate, alcune così diverse tra loro. Hai dovuto in qualche modo mediare tra il tuo metodo di recensire e la loro linea editoriale?

Risposta: “Recensire” è da sempre solo una parte del mio lavoro, e non capirò mai perché in tanti associno la mia professione solo allo “scrivere cosa si pensa dei dischi”, che oltretutto non è esattamente quello che faccio dato che c’è modo e modo di recensire.

In ogni caso, non ho avuto mai problemi reali. Nessuno mi ha mai imposto alcunché sul piano dei giudizi e le sole difficoltà – minime, sia chiaro – sono state quelle relative alle lunghezze delle recensioni, degli articoli e delle interviste. Per mia fortuna, so adattarmi con estrema facilità sia alle diverse estensioni dei pezzi, sia allo stile; “stile” nel senso che, pur rimanendo nella sostanza quello che sono, opero piccoli aggiustamenti a seconda di chi è il committente.

È ovvio che se scrivo su Blow Up posso dare per scontato che il lettore conosca i Godspeed You Black Emperor o sappia cosa sia il power pop, mentre se lo faccio per un giornale non di nicchia è meglio usare citazioni e termini meno da iniziati.

 

Domanda: Il Mucchio Extra è stata una rivista di approfondimento che usciva a cadenza trimestrale (il fatto che sotto il titolo, oltre all’anno di pubblicazione c’era scritto Autunno, Inverno e così via, fu una bella invenzione… come dire, un giornale per tutte le stagioni) costola del Mucchio Selvaggio, da te ideato e diretto dalla primavera del 2001 fino all’inverno del 2012 che in pratica, viveva di vita propria, al punto di essere intesa una rivista quasi indipendente dal Mucchio.

Continuare in quel percorso anche al di fuori della Stemax (la cooperativa editrice di Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra, e negli anni, di altre riviste che si occupavano di musica, cinema e strumenti musicali, ndr.) magari con un altro editore e un nome diverso, era quello che molti lettori storici si sarebbero aspettati da te. Avevi pensato a questa opportunità? Se sì, il motivo per cui non è successo è ascrivibile a motivi di finanziamento o ad altro?

Risposta: Ci ho pensato, sì. Andandomene dal Mucchio ho anche provato a chiedere di lasciarmi Extra, ma per farlo pretendevano soldi che non avevo e che comunque non avrei mai dato, per questione di principio.

Un’altra rivista del tutto nuova, sempre trimestrale, sarebbe stata una buona cosa e prima di andarmene avevo pensato anche a quello, ma dopo mi è mancata la voglia: perché mi ero già impegnato a collaborare con Blow Up, perché l’editoria cartacea era in forte crisi, perché non avevo soldi e non avrei mai bussato alla porta di un altro editore che sarebbe stato per forza proprietario della testata e avrebbe potuto “fregarmi” come accaduto con Extra, perché ero amareggiato, perché tutti i componenti del “mio” staff erano amareggiati come me. Sono un sacco di valide ragioni, no?

 

Domanda: Cosa pensi della trap? Qualcuno dice che in fondo le tematiche (soldi, successo e droga; tutto e ora) sono le stesse che hanno poi portato alla morte prematura di tante rockstar: da Jimi Hendrix a Janis Joplin, da Tim Buckley a Kurt Cobain e così via.

Risposta: Per mia fortuna non sono più “costretto” a seguire tutta la musica italiana come facevo un tempo, e quindi non è che abbia dedicato alla trap grande attenzione o “studi”. In tutto quello che ho avuto modo di ascoltare, nell’ambito in questione, non ho trovato nulla che mi colpisse sul piano emotivo o musicale, nulla che mi interessasse a un livello diverso da quello per così dire “antropologico”.

Al di là di questo, credo però che demonizzare la trap per via dei testi sia una sciocchezza; dirlo suona retorico, lo so, penso che semmai bisognerebbe porsi il problema delle storture di una società che si rispecchia in certi ideali o non ideali. Non generalizziamo, non banalizziamo…Tim Buckley, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain appartenevano ad altri mondi diversissimi da questo, e comunque il pensiero di vederli nella stessa frase con Sferaebbasta mi fa rabbrividire.

 

Domanda: Torno ancora sulla scena musicale italiana, quella mainstream mi sembra ormai abbia imboccato una strada senza ritorno cercando il consenso commerciale a tutti i costi, anche a quello di delegare l’autotune a oggetto miracoloso che può aggiustare ogni cosa, e non sembra che l’indie se la passi meglio. Dal tuo osservatorio di provetto navigatore nel mare magnum del rock cosa scorgi all’orizzonte?

Risposta: Se si parla di grande mercato, quello che scorgo – per agganciarmi alla metafora nautica – è un’isola di plastica tipo quella del Pacifico, che mi risulta essere stata ridotta ma che un paio di anni fa aveva un’estensione pari a, se ben ricordo, il doppio della Germania. Se invece mi addentro nei canali dell’underground vengono fuori tante cose “per pochi” ma di qualità; bisogna però aver voglia di cercare, schivando l’immane quantità di proposte nemmeno male, ma fondamentalmente inutili, che si rinvengono anche in quelle acque.

 

Domanda: Vorrei chiederti cosa ne pensi di Manuel Agnelli versione X Factor; cinque anni fa gli dedicasti anche un libro (“Manuel Agnelli – Senza appartenere a niente mai” ediz. Vololibero). Per carità, nessun sussulto per il suo pseudo-nudo in tv, era già apparso molto più osè su una copertina del Mucchio di un po’ di anni fa, ma qual è il polso della situazione secondo te? Voglio dire, per chi mastica rock se Iggy Pop se ne va in giro a torso nudo è la normalità ma se lo fa Agnelli cos’è?

Risposta: Saranno venticinque anni che vedo Manuel a torso nudo, e se il fatto che esibisca il suo invidiabile fisico in TV è una cosa che “fa notizia” siamo ridotti malino, eh…Manuel è Manuel: un artista molto dotato e una persona di notevole intelligenza che ha scelto un’alternativa alla sua attività di rocker per esprimersi, acquisire una fama che può rivelarsi utile non solo per lui, guadagnare. Non solo non lo biasimo, ma approvo ogni sua scelta. E ammiro la sua capacità di gestire una situazione difficile come quella del Grande Circo Televisivo: io non ce la farei mai, non sarei in grado di seguire un copione finalizzato alla conquista dell’attenzione dell’audience di massa. Ma io mi ritengo un operatore culturale, non ho mai avuto vocazioni da rockstar e da esibizionista.

 

Domanda: Però da pochissimo hai pubblicato un disco nel quale canti: con lo pseudonimo di Freddie Williams e insieme ai Plutonium Baby hai realizzato l’EP “You Said I’d Never Make It” con quattro cover di brani punk californiano degli anni ‘70.

Risposta: È stato il mio auto-regalo per i 60 anni, che ho compiuto lo scorso 18 aprile. In vita mia non avevo mai cantato e non sapevo se ne sarei stato capace, ma ho voluto provarci. Così ho chiesto ai Plutonium Baby, che conoscevo bene da prima ancora che fondassero la band, se avessero voluto appoggiarmi in questa bizzarra idea, e loro ne sono stati subito entusiasti.

Avevo scelto i quattro pezzi più di trent’anni fa, il progetto girava nella mia mente dal 1987 e in precedenza ne avevo già parlato con altri gruppi, ma non mi decidevo mai perché… boh, pudore, paura di fare una schifezza, preoccupazione per eventuali critiche a me più che ai risultati musicali. Poi, dopo aver compiuto cinquantanove anni, ho pensato che le sessanta candeline fossero l’occasione giusta per metter su l’operazione, e siamo partiti. Il 45 giri, tirato in 250 copie ed edito da Area Pirata, è piaciuto ed è ormai quasi esaurito. È stato un gioco, ma un gioco serissimo e mi sono divertito come mai avrei creduto possibile. Peccato che non abbia potuto presentarlo dal vivo, ma prima o poi questa fottuta pandemia finirà e allora, forse…

 

Domanda: Non so se te l’ha chiesto mai nessuno, ma sarei curioso di conoscere il tuo parere su due nomi storici del giornalismo musicale, il primo è italiano e risponde al nome di Riccardo Bertoncelli.

Risposta: Riccardo è stato il mio principale ispiratore per il giornalismo musicale, così come Carlo Massarini lo è stato per la mia carriera in radio, che porto avanti – un po’ più a singhiozzo, però: dipende dalle chiamate da parte della RAI – in parallelo a quella nel campo della scrittura. Ho sempre ammirato le sue capacità narrative e certi suoi slanci, e il fatto che i nostri gusti collimino solo in parte non è mai stato un problema.

Lavoro “per lui” nel mondo dell’editoria libraria da trent’anni, lui ha lavorato (e lavora tuttora) in riviste da me curate come Il Mucchio, Extra e AudioReview; è un amico, ma lo considero da sempre una sorta di fratello maggiore.

 

Domanda: Il secondo, americano, se n’è andato a soli 34 anni nel 1982, ma ha fatto in tempo a far sì che il suo nome restasse scolpito nella memoria di tantissimi appassionati di rock. Il riferimento è a Lester Bangs, turbolento e geniale critico musicale nonché cantante di diverse band. Cosa mi dici di lui, che oltretutto – come te – fece anche un disco, anzi due?

Risposta: Adoro leggere le sue purtroppo vecchie cose, era straordinariamente fuori dalle righe, visionario, efficace; sprecato per la critica musicale, avrebbe dovuto cimentarsi in altro. Però in effetti lo faceva, quest’altro, anche se attraverso commenti a dischi e artisti. Secondo me ha capito brillantissimamente alcune cose e ne ha interpretate altre in modo sballatissimo, ma non vuol dire nulla: era uno che faceva storia a sé e che purtroppo ha generato una quantità folle di pessimi imitatori. Grandissima ammirazione, ma non è mai stato un mio modello: come lui ci si nasce e io sono nato diverso, più lineare, meno pirotecnico, più cronista e “storico”.

 

Domanda: Per finire, vorrei farti la domanda delle cento pistole: c’è qualche remota possibilità che tu possa tornare a dirigere una rivista musicale?

Risposta: Chissà quanto ancora resisteranno, le riviste musicali… Seriamente: ho imparato che dalla vita ci si può aspettare davvero di tutto, ma non credo proprio di avere più la forza e la voglia di occuparmi di un mensile, con tutto ciò che comporterebbe in termini di attenzione alle novità e gestione dei rapporti con i collaboratori e con etichette e management.

La sola cosa che potrebbe piacermi è un trimestrale di approfondimento tipo Extra, ma con un taglio differente perché rifarlo uguale sarebbe sciocco. Ci vorrebbe qualcuno “di peso” che lo finanziasse – io di tasca mia ho già dato – e che mi lasciasse carta bianca; nel caso piuttosto improbabile, se ne potrebbe parlare, perché no?

 

 

 

Category: Cultura

Comments (1)

Trackback URL | Comments RSS Feed

  1. Elena Vada ha detto:

    Interessante, grazie!

Lascia un commento