L’INTERVENTO / LA SCUOLA AI TEMPI DELLA PANDEMIA

| 27 aprile 2021 | 1 Comment

di Giusy Agrosì * (docente di lingua inglese nella Scuola Primaria)______

Nessuno avrebbe mai potuto prevedere un evento catastrofico di cotanta portata come quello conseguente alla diffusione del COVID-19.

Quella che sembrava essere già una malattia virale a forte trasmissibilità si è rivelata una vera ecatombe, anche a causa delle sue nuove varianti che sembrano invalidare la sperimentazione vaccinale a cui la popolazione è sottoposta da qualche mese. Migliaia di morti silenziose hanno svuotato intere città e reso necessario in alcuni Paesi il ricorso a fosse comuni per accogliere i corpi di chi ha avuto la sventura di scontrarsi con questo terribile morbo; in Italia si è ricorso alla cremazione.

I frequenti ricoveri in terapia intensiva sono stati oggetto di speculazioni giornalistiche che hanno riempito i palinsesti televisivi e radiofonici, diffondendo il panico e aumentando le preoccupazioni dell’intera collettività.

I governi hanno rivelato grandi falle nella gestione pandemica, sia per ciò che concerne gli aspetti sanitari che per quelli sociali.

La mancanza di lungimiranza nella stesura di un adeguato piano per la gestione della medicina di emergenza (attualmente oggetto di indagine da parte della magistratura) ha rivelato la grande miopia della politica che negli ultimi decenni ha svuotato la sanità pubblica ad esclusivo vantaggio della sanità privata, limitando o rendendo di fatto inesistente o inefficace la medicina territoriale.

La divisione del territorio italiano in zone assoggettate a crescenti limitazioni di movimento degli individui e le chiusure non sempre condivisibili di determinate attività produttive hanno peggiorato la percezione sociale della pandemia e della sua gestione.

Così le forti incertezze hanno minato non solo la salute fisica, ma anche quella psichica di ognuno di noi. Anche i più piccoli hanno finito col risentire di questo clima di reclusione forzata e di astensione dalla vita di comunità.

L’emergenza sanitaria si è ben presto trasformata in emergenza economica e soprattutto sociale, conseguentemente alla perdita di reddito di numerose famiglie.

Il governo italiano, ben lungi dall’approntare in maniera tempestiva ed efficace le misure di contenimento della pandemia, si è barcamenato in innumerevoli tentativi per contenere la diffusione del contagio, prendendo decisioni niente affatto comprensibili anche in relazione all’apertura delle scuole e alla gestione della frequenza degli alunni.

Ogni giorno nugoli di esperti o pseudo tali affollano i salotti televisivi per pontificare sulla necessità di tenere le “scuole aperte”, anzi no meglio “scuole chiuse” , forse meglio ancora “mezze aperte e mezze chiuse”.

Si sono affastellate le idee più strambe nella babele comunicativa degli esponenti di governo e dei giornalisti chiamati a diffondere il nuovo Verbo della Pseudoscienza.

Stranamente a gestire il mondo della Scuola sono stati e sono ancora personaggi che della Scuola hanno forse solo sentito parlare. A volte si tratta di medici, di sociologi, di ministri, di blogger, comunque di non addetti ai lavori.

Mai e sottolineiamo mai si è chiesto il contributo di chi la Scuola la vive e la conosce perché ci lavora da una vita.

La Scuola è stata oggetto di invettiva da parte di chi non era affatto titolato a parlarne, scambiandola alternativamente come luogo di parcheggio per i più piccoli o vessillo di efficientismo politico, raramente riconosciuta come istituzione garante della partecipazione attiva della cittadinanza.

Così i docenti sono divenuti molto spesso nell’opinione pubblica dei bersagli su cui riversare la rabbia e l’ansia per la difficile gestione della propria esistenza.

Gli organi di stampa e soprattutto i social hanno alimentato un’aberrante lotta fra coloro che in qualità di dipendenti statali sembrano essere maggiormente tutelati e coloro che vengono identificati come il popolo delle partite Iva.

In questa diatriba infeconda e scellerata ci si dimentica di come la Scuola e tutti i suoi componenti, ma soprattutto attraverso il lavoro dei docenti, abbia saputo con solerzia rispondere alla chiamata alle armi, adeguando metodi e strumenti per rispondere pienamente alla propria missione.

Tutti i docenti, indistintamente, hanno dovuto cimentarsi con l’utilizzo delle nuove tecnologie, sobbarcandosi ore e ore di lavoro straordinario non riconosciuto per seguire i corsi ad acta e per l’auto-aggiornamento, sottraendo tempo e risorse alla propria vita e alle proprie famiglie. Anche i docenti alle soglie della pensione non si sono sottratti alle richieste addivenienti dalla situazione che appariva inizialmente contingente e che invece qualcuno vorrebbe strumentalizzare per modificare definitivamente l’organizzazione scolastica, imponendo ritmi e modalità che francamente sviliscono il senso del “fare scuola”.

In Puglia le pressioni di alcuni genitori sul governatore Emiliano e il ricorso al Tar di alcune associazioni hanno reso il lavoro dei docenti schizofrenico soprattutto nella scuola Primaria con un continuo tira e molla sulla presenza obbligatoria o sull’astensione dalla frequenza, peggiorando di fatto la gestione della DAD e della DID.

Si sono create evidenti disparità fra le classi frequentate totalmente in presenza e quelle in cui gli alunni seguivano le lezioni da casa.

Ma la gestione più acrobatica è stata quella delle classi con alunni in parte frequentanti e in parte in DAD, per le evidenti difficoltà legate alla connessione e alle “strategie di sopravvivenza” di pargoli poco avvezzi al lavoro o che ritengono la dad una quasi vacanza.

E’ necessario sottolineare che fra il diritto allo studio e quello alla salute, quest’ultimo pare sicuramente prioritario, ma una più avveduta gestione della frequenza in presenza avrebbe reso l’intero periodo di pandemia meno carico di tensioni.

Ma tant’è!

Come sappiamo si è lasciato ampio margine di discrezionalità alle famiglie per non dover ammettere le falle di un sistema che ha nel tempo depauperato le risorse professionali, limitando di fatto il numero dei docenti e realizzando classi pollaio nelle quali appare difficile il rispetto delle norme di sicurezza che il fantasioso Comitato Tecnico Scientifico annuncia puntualmente con le innumerevoli variazioni sul tema.

Di fatto gli insegnanti sono stati lasciati da soli a combattere di fronte ad un nemico che pare girare per le strade solo dopo le 18:00, amare i ristoranti piuttosto che i locali della movida, disdegnando, sempre secondo gli esperti, le aule sovraffollate.

Agli insegnanti è stato richiesto di dispensare ad ogni alunno del gel disinfettante all’ingresso dell’aula e di distribuire le mascherine prima delle lezioni, di provvedere alla disinfezione della postazione di lavoro ad ogni cambio d’ora, dovendosi inoltre fidare della misurazione della temperatura del bambino da parte dei genitori. Un’operazione che nessuno può garantire come realmente avvenuta.

La conduzione delle lezioni prevede la condivisione del proprio computer e il controllo della linea wi-fi, oltre che la gestione delle “esuberanze informatiche” di piccoli e adulti che molto spesso smanettano sovraccaricando la piattaforma con la duplicazione di account o delle miracolose sparizioni durante le interrogazioni. E che dire di risposte che risentono di “voci estranee”? Sopravvivere a questi episodi mina gravemente la propria autostima e ci costringe a riflettere sul rapporto con la componente genitoriale che a volte svirgola dal patto di corresponsabilità che pure ad ogni anno i genitori sono chiamati a sottoscrivere.

Per fortuna possiamo contare ancora sulla collaborazione proficua di molte famiglie consapevoli del ruolo importantissimo che la Scuola svolge nella formazione del futuro cittadino. In tutte le scuole d’Italia si sono verificati casi di contagio o falsi allarmi che hanno costretto ripetutamente i docenti al tampone, per verificare la propria situazione.

A questi docenti è stato richiesto nei fatti di mantenere i nervi saldi, continuando ad assecondare richieste non sempre legittime sulle proprie prestazioni nella situazione contingente.

Di noi docenti si continua ad ignorare l’abnegazione e lo spirito di servizio che ha consentito al sistema paese di non collassare completamente.

Dei sentimenti dei piccoli pochissimi si sono realmente preoccupati. L’unico pensiero pare essere conciliare la loro presenza a casa con il telelavoro degli adulti.

Alcuni insulsi sociologi continuano ad auspicare per tutte le professioni il lavoro da remoto, minando di fatto la socialità umana e alienando l’individuo nel rapporto esclusivo con la macchina.

La Scuola non può essere quella che è stata disegnata in questi lunghissimi mesi di contorsionismo organizzativo.

La flessibilità non autorizza il perdurare di misure deleterie per l’apprendimento e ancor prima per lo sviluppo delle competenze affettive e sociali dei più piccoli.

Noi docenti non possiamo più accettare sommessamente che ci venga scippata la bellezza di questa professione atipica. Una professione che non potrà mai essere paragonata a quella dei lavoratori addetti alla catena di montaggio, piuttosto che a quella di promotori di prodotti e servizi.

E che a nessuno venga più in mente di intendere l’eccessiva disponibilità come dabbenaggine o ancor peggio come complicità.

Non vogliamo essere complici di questo svilimento della missione della Scuola. Non siamo semplici intrattenitori di pargoli come qualcuno vorrebbe, salvo poi sottoporci alle prove sulla produttività e sull’efficienza dell’insegnamento attraverso prove standardizzate. Noi docenti continuiamo ad auspicare una scuola in presenza.

Del nostro lavoro amiamo la socialità, l’empatia, l’affetto, la spontaneità, la condivisione … Dei nostri cuccioli d’Uomo intercettiamo pensieri, emozioni e desideri …

Lo stare insieme in un clima di rispetto e di reciprocità è la condizione necessaria a realizzare il complesso e delicato processo dell’apprendimento-insegnamento; l’azione educativa si nutre della relazione.

Questo anno di pandemia ci ha reso affettivamente fragili.

Certo, moltissimi hanno dimostrato di essere tenaci nello studio, impegnandosi con la solita solerzia, ma alcuni sembrano disorientati.

Eh no, non è solo colpa della DAD ! L’uso della tecnologia ha costituito una scelta obbligata per difendere il diritto alla salute nei periodi di maggiore recrudescenza. Ma la relazione affettiva è stata minata da elementi estranei che hanno finito col rendere più insicuri i piccoli. Viviamo con spirito di adattamento questa grande prova, augurandoci di poterci ritrovare negli abbracci e nelle parole calde e sincere sussurrate a distanza ravvicinata; vogliamo rivivere il senso della relazione docente-discente.

Maestra, mi aiuti ?”

” Dai, vieni qui accanto a me!”

” Maestra, ti piace?”

” Maestraaa! Ci sono riuscita! “

” Siete stati davvero bravissimi! Vi voglio bene!”

” Maestra, questo fiore è per te! Aprirlo!”

” Ma è bellissimo! Grazie!”

” Lo abbiamo fatto insieme noi due…Grazie, Maestra!”

Non ci sono per noi compensi economici capaci di ripagarci degli sforzi profusi per aiutare i bambini a crescere, promuovendo i loro talenti e le loro capacità.

Ma che a nessuno venga in mente di abusare della disponibilità che questo mestiere richiede per trasformarci in ciechi esecutori di politiche sterili, che continuano a minare ulteriormente l’approccio antropologico che ha da sempre caratterizzato la Scuola Italiana.

Ridateci la Scuola!

Quella vera!

In presenza e in sicurezza!

 

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, Politica

Comments (1)

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  1. Silvana Francone ha detto:

    Articolo che ha toccato tutti i nervi scoperti dell’Istituzione scuola ,scritto con la competenza e la passione di chi la scuola la vive e la ama!
    Complimenti Giusy Agrosi’

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