ELOGIO DEL DIALETTO. E UN INVITO…

di Raffaele Polo ____________
Scopriamo, ogni giorno, la bellezza e la irrinunciabile presenza del dialetto, nelle nostre vite. E non solo quando imprechiamo, che è il momento dove al pathos si aggiunge la spontaneità autentica e innata dell’appartenenza ad un ben definito ceppo linguistico, ma anche quando ci troviamo in confidenza con qualcuno e vogliamo condividere l’idea di accordo e complicità, rendendo più fluida e intima la conversazione, ebbene, senza accorgercene, spontaneamente, parliamo in dialetto.
Nella nostra infanzia, periodo aureo e ormai vivo solo nei ricordi più piacevoli, pure la mamma, i nonni, i maestri ci ammonivano a non parlare in dialetto, soprattutto in vista dei ‘temi’, dei componimenti in italiano che erano l’unico metro di valutazione considerato valido…
Oggi, che i ‘temi’ non li assegna più nessuno, e neppure le poesie, pure il dialetto viene pesantemente ignorato, tanto che i ragazzi crescono imparando solo le parolacce in dialetto…
Un pessimo esito che, peraltro, si cerca di mitigare con gli sforzi di qualche volonteroso insegnante che spiega differenze e bellezze contenute nel dialetto dei nostri nonni…
Pure, c’è l’appuntamento del 17 gennaio che, ogni anno, ci riconcilia con il dialetto e ci riporta indietro nel tempo, a fare memoria, conoscere e riscoprire chi non c’è più, ma ha dedicato la vita a comporre in dialetto, emulo del leccese Francescantonio D’Amelio che, nel Settecento, scrive e compone tante splendide poesie, tutte in dialetto, dimostrando quanto questo linguaggio possa essere pregnante, efficace e ricco di spunti culturali.
E proprio per questo che Il Raggio Verde organizza l’incontro del 17 gennaio, presso la sala della stampa, nella Biblioteca Provinciale di Piazzetta Carducci a Lecce, coinvolgendo tanti poeti contemporanei, tanti appassionati di dialetto, facendo rivivere, attraverso il ricordo dei figli e di chi li ha conosciuti, i nomi di Niny Rucco, Livio De Carlo, Erminio Giulio Caputo, Liliana D’Arpe (nella foto) ….
Tante parole, tanti versi, tanta commozione: ma tutto in dialetto, sempre seguendo l’irrinunciabile incipit di D’Amelio che sintetizza tutto ciò che amiamo:
‘ Nuddhra lingua aggiu studiata,/e de nuddhra sacciu nienti:/sulu quiddhra de lu tata/ me sta scioca intru a lli dienti.’
Allora, alle 17 e 30 del 17 gennaio, da bravi leccesi amanti delle nostre origini e del nostro dialetto, saremo lì, dove una volta c’era l’ex convitto Palmieri e poi la Scuola media Ascanio Grandi e oggi c’è il Museo della stampa, a sentire, a ricordare, a parlare il dialetto.
Anche noi.




























Ed è ora che il dialetto deve essere portato alla ribalta. Ora che ancora lo comprendiamo, bisogna farlo rivivere attraverso il teatro in vernacolo. Riprendere i copioni di Protopapa, Fiorentino ed altri. É più che mai un’operazione culturale.