SI RIAPRE IL DIBATTITO, SE SIANO GIUSTE LE APERTURE DOMENICALI DEI NEGOZI

| 16 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Mario Bozzi Sentieri _______________

E’ proprio impossibile chiudere i supermercati la domenica, aprendo nuovi spazi per riscoprire il tempo più lento della festa, dello stare insieme in famiglia senza l’ansia da acquisto?

La questione non è stata sollevata da qualche inguaribile conservatore, nostalgico dei campanili e dei pranzi domenicali, ma dal presidente di Ancc-Coop, Ernesto Dalle Rive (nella foto).

Dati alla mano, a  livello economico la chiusura domenicale porterebbe un vantaggio non indifferente in considerazione del fatto che il  lavoro festivo costa in media il 30-40% in più. Risorse stimate tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro l’anno (in base ad un lavoro dell’ufficio studi di Mediobanca) a fronte di un disagio che riguarderebbe appena il 10% degli italiani secondo un’indagine realizzata su un campione di 965 consumatori da Coop.

Il 43% degli intervistati ha sottolineato che in caso di chiusura del proprio supermercato cambierebbe il giorno in cui abitualmente fa la spesa, a dimostrazione che un altro modello di consumo è possibile. Il risparmio potrebbe venire reinvestito a vantaggio delle famiglie,  con una riduzione dei prezzi e una politica di promozioni più ampia.

“La nostra intenzione – nota il presidente Coop – è di avviare una riflessione su dove stiamo andando come società, quali sono i valori che vogliamo tutelare. Siamo pronti ad aprire un dibattito, sia a livello politico che imprenditoriale, senza tabù”.

Anche perché – aggiungiamo noi – l’esperienza della completa liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura dei centri di vendita data circa 15 anni: un tempo relativamente lungo per testare questa esperienza senza farne un assoluto. Fu infatti il Governo Monti, nel dicembre 2011, con il decreto “Salva Italia”, a permettere le  aperture dei negozi, anche nei giorni festivi. L’idea era di dare una scossa ai consumi delle famiglie, incrementando i servizi a disposizione.

In realtà i volumi di acquisto non sono proporzionali al numero di giorni di apertura, laddove i   consumi si “spalmano” su più giorni ma non aumentano. In Europa ci sono peraltro situazioni assai differenti: in Germania, Austria e Svizzera i negozi sono chiusi la domenica, con alcune eccezioni nelle zone turistiche, e molte limitazioni ci sono anche in altri Paesi come Norvegia, Belgio e Francia.

Ci sono poi – su un piano diciamo metapolitico – alcuni elementi volutamente sottovalutati allorquando si diete il “liberi tutti” in materia di apertura dei punti vendita (negozi e supermercati).

La questione offre una triplice chiave di lettura: economica, sociale e culturale.

Sul primo versante, quello più immediato, c’è la realtà di centinaia di migliaia di piccoli negozi costretti a subire gli eccessi delle liberalizzazioni (a partire dagli orari, con conseguenti costi per il personale). Contemporaneamente  è necessario fare i conti con l’e-commerce, fenomeno letteralmente esploso negli ultimi anni, il quale non conosce né domeniche né feste comandate. E’ possibile, anche in questo ambito, normare la materia ?

Sul piano sociale la questione è ancora più ingarbugliata: come può una famiglia condurre serenamente la propria vita se, quando il marito è a casa dal lavoro, la moglie è a lavorare, o viceversa? E se  quando i figli sono a casa da scuola, uno o entrambi i genitori sono al lavoro? Per di più, avere il tempo libero dal lavoro in giorni diversi gli uni dagli altri non consente che esso venga vissuto come tempo di festa, perché non è possibile fare festa da soli; così come limita fortemente le relazioni amicali e la libera partecipazione alla vita di gruppi, associazioni e comunità.

Dal punto di vista culturale, equiparare giorni festivi e giorni feriali significa poi impoverire  uno spicchio  della nostra identità  collettiva, segnata  dalla presenza della “festa” e del Sacro.

Come ci indica la Dottrina Cattolica “la dimensione cristiana della festa come tempo di comunione e attesa porta a maturazione la nostalgia di un tempo dove l’uomo non serve solo la produzione, ma dove il lavoro ridoni speranza all’uomo. Tocca alle comunità cristiane predisporre le condizioni antropologiche, educative e comunitarie perché la domenica sia vissuta come tempo della festa, tempo “sacro”, cioè un tempo in cui l’uomo si lascia sorprendere (prendere-come-da-sopra) dal fatto che la vita personale, familiare e sociale è più di quanto egli misura, calcola, produce e costruisce, ma è dono che deve essere ricevuto e vissuto nel cerchio familiare e nello scambio sociale”.

A ben guardare, quella della “festa” non è   una battaglia clericale, ma una sfida antropologica, in grado di coinvolgere l’essere stesso delle persone. E allora, se il commercio  è indubbio che debba essere favorito, è anche vero che esistono “bilanci culturali” con cui bisogna sapere fare i conti, a  cominciare dalla piena consapevolezza del proprio “tempo”, dal  riconoscersi in culture condivise, quali quelle che vengono anche dal comune ceppo cattolico,  dagli esempi di una religione che si intreccia con la società, che si fa bandiera, rito civile, segno distintivo, festa nel suo significato di evento gioioso e coinvolgente il singolo e la comunità, laddove invece a vincere sembrano essere le logiche del mercato, dell’individualismo, dello sradicamento culturale, della perdita della memoria.

Per queste diverse ragioni i giorni “festivi” vanno difesi  e riconsegnati  al loro destino di giornate straordinarie e di “condivisione sociale”, anche a costo di scontentare qualcuno. Ma – come avviamo visto – facendoci “guadagnare” un po’ tutti.

                                                                                              

Category: Costume e società, Cronaca, Politica

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