IL RICORDO “SOTTOVOCE” DI LECCE: QUANDO IL MANIFESTO DIVENTA INVISIBILE
mv______LECCE – Ci sono silenzi che fanno rumore e ci sono manifesti che, pur stando sotto gli occhi di tutti, scelgono la via dell’impercettibilità. In occasione del GIORNO DEL RICORDO, istituito per non dimenticare il dramma delle Foibe e l’esodo giuliano-dalmata, la città di Lecce si è svegliata con una strana timidezza visiva.
Trentamila vittime, sessant’anni di oblio forzato e una verità storica che ha faticato decenni per emergere dal buio delle cavità carsiche e dei libri di storia censurati. Eppure, a guardare le plance comunali, sembra che la volontà di “ricordare” si sia scontrata con un’inspiegabile prudenza estetica.
L’enigma delle dimensioni. Quattro piccoli manifesti al posto di uno grande.
Il dato tecnico balza all’occhio di chiunque mastichi un minimo di comunicazione urbana (o di semplice logica). Le plance del Comune di Lecce misurano cm.200×140, uno spazio che se pure non è grande come un 6×3, di cui l’Amministrazione pure dispone, è comunque una dimensione di tutto rispetto, pensato per dare voce e dignità ai messaggi istituzionali.
Invece di un unico, grande manifesto che rendesse giustizia alla solennità della ricorrenza, l’amministrazione ha optato per una scelta bizzarra: quattro manifesti da 70×100 cm affiancati.
Il risultato?
FRAMMENTAZIONE DEL MESSAGGIO. L’occhio si disperde tra i bordi bianchi.
INVISIBILITA’ CROMATICA. I manifesti appaiono privi di colore, spenti, quasi volessero mimetizzarsi con il grigio dell’asfalto piuttosto che onorare il rosso del sangue versato.
IMPATTO ZERO. Da un’auto in corsa o da pochi metri di distanza, quel “ricordo” diventa una macchia indistinta.
Perché rinunciare a un poster a tutta grandezza? Un unico formato 200×140 avrebbe garantito una visibilità monumentale, degna di una pagina di storia che per troppo tempo è stata scritta con l’inchiostro simpatico.
TRA MEMORIA NEGATA E CORAGGIO MANCATO.
La questione non è solo formale, è politica.
Per sessant’anni le Foibe sono state una pagina strappata. Ora che la storia non si può più nascondere, sembra che si sia passati dal negazionismo aL “minimalismo istituzionale”. Si nega il ricordo non più vietandolo, ma rendendolo poco leggibile, quasi fosse un atto dovuto da sbrigare con il minor clamore possibile.
“Se ne parla sottovoce, come se si avesse paura di disturbare la sensibilità di qualcuno, o peggio, come se non si credesse fino in fondo alla sacralità di quella memoria.”
Ciò che stupisce maggiormente è la firma dietro questa scelta. Da un’amministrazione di centrodestra, che storicamente ha fatto della battaglia per il riconoscimento della tragedia delle Foibe una bandiera identitaria, ci si aspetterebbe il megafono, non il sussurro. Ci si aspetterebbe il coraggio della visibilità, non la sciattezza di quattro foglietti che sembrano messi lì per caso.
Era il lontano 1950 quando in un’interpellanza parlamentare Giorgio Almirante si chiedeva: “Che fare per onorare i nostri fratelli della Venezia-Giulia infoibati e portare solidarietà ai 350 mila profughi scampati alla morte…”
UN DOVERE VERSO LA STORIA. Il Ricordo non è un’affissione pubblicitaria qualsiasi. E’ un impegno verso chi è stato infoibato e verso chi ha dovuto abbandonare la propria terra. se il Comune di lecce intende onorare questa memoria, lo faccia con la forza che la storia richiede. Altrimenti, quel grigio dei manifesti finirà per somigliare pericolosamente alla nebbia che per troppo tempo ha avvolto quelle verità.
La memoria merita spazio. Quello vero, quello grande.
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