FARWEST ITALIA CON IL DDL ‘SPARATUTTO’ – 2- LE SPIEGAZIONI DI GREENPEACE

(g.p.) _______________ Pubblichiamo qui di seguito l’articolato dossier di documentazione che l’associazione Greenpeace ha preparato per spiegare che cosa preveda il disegno di legge della maggioranza di centro destra e quali siano le ragioni per battersi affinché venga fermato (nella foto, esemplare di beccaccino – Gallinago gallinago) – specie abituale in Italia, che predilige prati, praterie e risaie ____________
C’è un filo rosso che lega molte delle scelte ambientali dell’attuale Governo: l’idea che la natura sia un ostacolo da aggirare, una risorsa da sfruttare o uno spazio da mettere a disposizione degli interessi di qualcuno. È proprio in questo quadro che si inserisce il Disegno di Legge AS 1552, già ribattezzato “DDL Caccia selvaggia”, che rappresenta probabilmente uno degli attacchi più radicali degli ultimi decenni alle politiche di conservazione della biodiversità in Italia.
La riforma interviene infatti sulla Legge 157 del 1992, il principale riferimento normativo per la tutela della fauna selvatica, ridefinendo la caccia come un’attività priva di quei limiti rigorosi che servono a garantire la conservazione degli ecosistemi.
Cacciare ovunque e comunque, ma anche costruire ovunque, prelevare tutto il possibile incuranti delle conseguenze per le generazioni future (e pure per quelle del presente) appare come una pulsione irrinunciabile: la natura inviolata, incontaminata, per questo governo non è un bene da tutelare, ma un “spreco di risorse”.
E che queste misure vengano effettuate violentando le indicazioni della scienza non sorprende: cos’altro è il negazionismo climatico che caratterizza tanti politici italiani? Non è un caso che il DDL Caccia selvaggia prevede un indebolimento nel ruolo di definizione dei calendari venatori di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ai cui vertici si stanno nominando figure particolarmente gradite al governo ma con competenze di settore per lo meno dubbie).
Il DDL 1552 è quindi un cambio di paradigma che rischia di trasformare la protezione della fauna e della natura in una farsa.
Dopo il via libera del Senato, il testo approda ora alla Camera. È lì che si deciderà se questa visione della natura – come bene da sfruttare più che da tutelare – diventerà parte integrante dell’ordinamento italiano.
Più territori aperti alla caccia, meno spazi per la natura
Tra gli aspetti più preoccupanti della riforma c’è l’estensione delle aree cacciabili e la possibilità di ridurre o ridimensionare zone oggi sottoposte a tutela. Una prospettiva che appare in netto contrasto con gli obiettivi europei della Strategia per la Biodiversità 2030, che chiedono agli Stati membri di aumentare, non diminuire, le superfici protette.
In un Paese che già fatica a garantire risorse adeguate per proteggere la natura, la scelta di ampliare gli spazi destinati alla caccia rappresenta un segnale politico preciso: la conservazione della biodiversità non è più considerata una priorità.
Richiami vivi e caccia notturna
Il DDL caccia amplia significativamente la possibilità di catturare e utilizzare richiami vivi, consentendone l’impiego per un numero maggiore di specie e con minori limitazioni rispetto alla normativa vigente.
Ancora più controversa appare l’estensione delle possibilità di caccia nelle ore notturne, quando il controllo delle attività sul territorio diventa più difficile e aumenta il rischio di impatti sulle specie non bersaglio, sugli ecosistemi e sulla stessa sicurezza pubblica.
Più specie da cacciare e nessuna possibilità di dissenso
Un altro punto problematico del DDL caccia riguarda l’ampliamento delle specie cacciabili: in base al disegno di legge sarebbe possibile cacciare animali come lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione.
E il dissenso? Non contemplato. Per chi ostacola o rallenta l’attività di caccia sono previste sanzioni fino a 900 euro. L’ennesimo tentativo di zittire ogni forma di protesta pacifica.
L’estensione del periodo di caccia
Uno degli elementi più significativi della riforma riguarda il ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nel definire i calendari venatori, ovvero i calendari che stabiliscono dove la caccia è consentita, le specie di fauna selvatica che possono essere cacciate, in quali periodi e giornate, gli orari di caccia e il carniere massimo giornaliero.
In particolare il DDL vorrebbe estendere il periodo di caccia oltre il 10 febbraio, rischiando di intaccare una fase biologica molto delicata: la migrazione preriproduttiva degli uccelli, ovvero “il viaggio degli uccelli migratori verso i luoghi di riproduzione”.
L’Italia oltretutto è già sotto inchiesta per violazione del divieto di caccia durante la migrazione preriproduttiva: la Commissione già lo scorso dicembre aveva scritto all’Italia mettendola in guardia. Lettera non solo ignorata ma tenuta accuratamente nascosta. Una corsa sfrenata verso l’ennesima infrazione comunitaria, tanto per incrementare un ben noto record (negativo) del nostro Paese.
Un modello di futuro incompatibile con la Costituzione
La fauna selvatica è, per legge, patrimonio indisponibile dello Stato. Significa che non è una proprietà privata, ma appartiene alla collettività, e che lo Stato deve gestirla nell’interesse pubblico. L’approvazione definitiva del DDL caccia rappresenterebbe una grave eccezione a questo principio.
Nell’articolo 9 della Costituzione, inoltre, c’è scritto che dobbiamo lasciare un ambiente migliore alle future generazioni: ma come possiamo farlo se la natura è considerata un bene disponibile, utilizzabile e negoziabile?
La vera posta in gioco – oggi – non riguarda soltanto la caccia. Riguarda il futuro della biodiversità italiana e il significato stesso della parola “protezione” in un Paese che dovrebbe custodire uno dei patrimoni naturali più ricchi d’Europa.
_______________
LA RICERCA nel nostro articolo immediatamente precedente
Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, I nostri amici animali, Politica



























