INDOVINA CHI VIENE A CENA? / BALLANDO CON LE STELLINE (QUELLE PIU’ DEBOLI)

| 29 Agosto 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini _____________

E nemmeno questa sera.

Ho iniziato a pensare a questa cena con una domanda fissa in testa: che cosa significa, oggi, sentirsi belli? Viviamo in un tempo ossessionato dall’immagine, dove il corpo è continuamente esposto, giudicato, ritoccato. Un tempo in cui le imperfezioni vengono percepite come difetti da cancellare piuttosto che come tratti identitari da proteggere.

Cercavo una voce che potesse parlare di questa battaglia. Ma per capire davvero come si costruisce il rapporto con la propria pelle, occorre fare un passo indietro e guardare dove quel rapporto si forma. Prima ancora dei social, dei riflettori o degli sguardi altrui, c’è un luogo in cui il corpo impara a conoscersi, a misurarsi con i propri limiti e a cercare la propria armonia: una sala di danza.

Ecco perché stasera alla mia tavola siedono i quarant’anni di esperienza di Anna Maria De Filippi, insegnante di danza, coreografa e operatrice di tecniche di bioenergetica, che a Lecce ha visto passare generazioni di bambine, ragazze e donne.

Con lei non parlerò della bellezza patinata delle riviste, ma di quella che si costruisce davanti a uno specchio giorno dopo giorno: la bellezza come postura dell’anima, come accettazione delle proprie forme e come scoperta del proprio valore, oltre ogni canone impositivo.

La serata è calda, avvolta dall’afa estiva tipica del Salento. Sulla terrazza, la prima brezza della sera inizia appena a muovere le foglie, portando un po’ di sollievo dopo la giornata d’aria pesante.

La mia tavola parla ancor prima che la conversazione sia iniziata.

La tovaglia è di lino color ocra, con la luce calda che sembra trattenere ancora il sole del Sud.

I piatti sono quelli della tradizione di Grottaglie, con il gallo dipinto al centro: un simbolo di risveglio e di fierezza che sembra pronto a dare voce a chi impara a stare eretto nel mondo. Ognuno è leggermente diverso dall’altro, come se anche l’ordine avesse accettato che la vera armonia non coincida mai con una perfezione rigida.

Accanto, i bicchieri in vetro soffiato custodiscono piccole bolle d’aria rimaste intrappolate nel tempo. Nessuna è uguale all’altra, eppure è proprio quella lieve imperfezione a renderli irripetibili.

Al centro della tavola, un mazzo di ranuncoli spontanei. Non sono disposti con precisione geometrica: si cercano, si sfiorano, si inclinano ciascuno nella propria direzione. È un’armonia che nasce dalle differenze, non dall’uniformità.

Mi fermo a osservare la tavola ancora per un istante. Desidero renderla particolarmente accogliente. Perché questa sera parleremo di corpi, di disciplina e di bellezza, ma soprattutto del diritto di sentirsi a casa dentro se stessi.

In sottofondo, le note di Ezio Bosso scorrono fluide e intime, creando uno spazio protetto in cui corpo e pensieri possano finalmente distendersi.

Il suono improvviso del citofono rompe la quiete e mi avvisa del suo arrivo. Quando la porta di casa si apre, accolgo Anna Maria con un piccolo pensiero, un cadeau simbolico: uno piccolo specchio d’ottone lavorato a mano. Non un oggetto per giudicarsi o cercare difetti, ma un talismano per ricordarsi di guardare – e insegnare a guardare – la propria immagine con profonda gentilezza e verità.

Sulla tavola le pirofile aspettano. Dentro, le pittule. Fritte una a una, tutte simili e tutte diverse. Qualcuna più gonfia, qualcuna più scura, come se avesse deciso da sola come venire al mondo. E dentro, il condimento cambia: verdure, sapori, colori che non si ripetono mai nello stesso modo. È lo stesso gesto, ma non la stessa storia. Come accade nella danza: il passo di base è lo stesso per tutte, ma l’interpretazione e la vita che ciascuna vi immette sono uniche.

Osservandole viene naturale un pensiero: basta davvero poco perché ciò che è diverso venga “lisciato” o reso conforme a una forma prestabilita. Le pittule non cercano di essere uguali, ma di restare fedeli a ciò che sono diventate. È forse questo il loro tratto più onesto. E viene da chiedersi quanto sia difficile oggi, per una ragazza che cresce, restare così: non uniformata, semplicemente presente nella propria forma.

Mentre ci serviamo e dopo le prime chiacchiere per rompere il ghiaccio porgo ad Anna Maria la prima domanda.

In trentacinque anni di insegnamento hai visto generazioni di ragazze entrare in sala prove con l’idea di avere u corpo “sbagliato”. Prima ancora di correggere una postura o insegnare un passo, come si educa oggi un’allieva ad abitare il proprio corpo con fiducia, in un tempo in cui lo specchio della sala si sovrappone a quello dei social?

Intanto ho eliminato gli specchi. Non l’ho fatto di proposito: quando abbiamo cambiato sede, dovevamo rimetterli e a quel punto ho preferito non farlo. Sono entrata così in una dimensione di sala più teatrale che di danza. Qui gli specchi sono terribili. Dovrebbero avere una funzione precisa: guardarti, allineare le tue linee, correggerti, capire, quando un maestro spiega, come deve stare un braccio. Tutto questo è funzionale. Eppure, purtroppo, passa non in secondo, ma in quinto piano, perché quando si entra in una sala di danza e ci si guarda allo specchio, la prima cosa che si fa è mettersi in relazione con gli altri.

Dopo il Covid c’è stato un aumento tremendo delle problematiche giovanili legate all’aspetto e alla percezione di sé. Ma nella danza è sempre stato così. Anch’io, in prima persona, ho subito il confronto con gli altri e ho sentito che il mio corpo non era adeguato a una disciplina che ha canoni e regole ben precise.

Regole che, in realtà, sono cambiate moltissimo. Ho conosciuto compagnie e realtà della danza, come quella di Emio Greco, coreografo brindisino di fama internazionale e mio compagno di studi. Ho assistito ad alcuni suoi spettacoli, caratterizzati dalla diversità dell’umano: ragazze più rotonde, più magre, più alte. Una cosa simile l’avevo vista anche in Forsythe, in uno spettacolo degli anni Novanta: mi ero meravigliata nel vedere corpi alternativi, diversi rispetto alla rigidità dello stile classico.

Esiste, quindi, un modo di fare danza che non è quello di “Amici”, o comunque di realtà un po’ più popolari. Esiste una danza che ha superato, almeno in parte, il concetto di un corpo unico e ideale.

Il discorso del corpo, però, è molto più ampio, perché parte anche dall’educazione familiare. Penso, per esempio, all’anoressia, un tema che tratto molto perché da vent’anni lavoro in ASL, in un centro che si occupa di anoressia. È sicuramente legata anche a un fenomeno sociale che non ci aiuta: viviamo in un sistema che sembra avere bisogno di persone malate più che sane, perché altrimenti non può vendere farmaci, prodotti di bellezza e tutto ciò che ruota intorno all’insoddisfazione del corpo.

Ma non è solo una questione sociale. Anche le famiglie sono spesso impreparate, fragili, piene di paure. E le paure dei genitori vengono trasmesse ai figli. Se una donna non ha superato il proprio impaccio corporeo, rischia di passare il testimone alla propria figlia. Poi arriva l’esterno, con tutto il suo peso, e dà un ulteriore contributo.

È un problema complesso e, purtroppo, oggi molto dilagante”.

Forse è proprio da qui che possiamo ripartire: da ciò che non ha bisogno di essere perfetto per essere desiderabile, da ciò che non chiede al corpo – e nemmeno al cibo – di assomigliare a un archetipo. Mentre Anna Maria parla di corpi, di sguardi e di modelli da cui è così difficile liberarsi, penso a quanto sia curioso che proprio a tavola la perfezione perda spesso il suo valore. Ci sono sapori che non hanno bisogno di essere addomesticati, forme che non hanno bisogno di essere corrette.

Il primo piatto arriva senza fretta: strascinati con pomodorini, cacioricotta e mollica croccante. Non hanno nulla di levigato, nulla che cerchi di piacere a prima vista. Sono un piatto che non si scusa per la sua forma, né per il suo carattere deciso. Ed è proprio in quella ruvidità che si insinua il pensiero: la bellezza, quella che passa dai filtri e dagli sguardi veloci, somiglia spesso a qualcosa di addomesticato. Qui invece c’è materia, consistenza, identità.

Gli strascinati hanno una forma irregolare, nata dal gesto delle mani, e proprio per questo non sono mai perfettamente uguali. Viene naturale pensare a quanto spesso il corpo, soprattutto quello di chi danza, venga spinto verso un ideale prestabilito che non ammette deviazioni. Ma questo piatto racconta il contrario: che l’armonia non coincide mai con uno standard.

La danza insegna disciplina, precisione e ricerca dell’armonia. Ma dove finisce la cura del corpo e dove inizia il rischio di inseguire un ideale di perfezione che può far male, soprattutto alle ragazze più giovani?

Beh, intanto c’è danza e danza, ci sono scuole e scuole. Ovviamente, la maggior parte delle scuole, anche in passato, puntava molto alla possibilità di portare un’allieva a diventare una danzatrice. Sappiamo tutti, però, che il percorso è complesso, perché la danza è una disciplina che oggi cozza un po’ con le attitudini dei ragazzi, che vogliono tutto e subito.

La danza, così come la musica, richiede almeno quindici anni di studio quotidiano, impegno e costanza. Noi insegnanti – e lo dico anche confrontandomi con le mie colleghe – incontriamo oggi notevoli difficoltà nel coinvolgere i ragazzi rispetto agli anni Ottanta, quando ho iniziato a insegnare. Dobbiamo fare uno sforzo enorme per appassionarli: non hanno voglia, per esempio, di fare un paio d’ore di sbarra, che è un lavoro pesante e difficile. Dobbiamo mettere tutta l’energia che abbiamo, perché purtroppo la passione e il desiderio di fare nei ragazzi si sono allentati moltissimo.

Sappiamo tutti che i cellulari e i social, in generale, hanno spento un po’ il corpo. Hanno portato anche noi adulti a una sorta di inerzia, mentre la danza chiede esattamente il contrario: chiede al corpo di esprimersi al massimo.

Naturalmente lo studio della tecnica, come nella musica, porta anche a un’idea di perfezionismo. Non è un caso che molte ragazze che si ammalano di anoressia provengano da realtà legate alle scuole di danza, dove spesso si tende al perfezionismo. E anche questo ha una radice familiare: il desiderio di una ragazza di essere brava e bella per essere amata dai genitori. È, in sostanza, un meccanismo che può svilupparsi all’interno della famiglia e che poi, in alcune scuole, viene ulteriormente alimentato.

Sono ormai tanti anni che non partecipo con la mia scuola ai concorsi. Non voglio mettere i ragazzi uno contro l’altro, stabilire chi è più bravo e chi è meno bravo. Tutte queste cose mi fanno vomitare, veramente. Non è più tempo per fare queste cretinate.

La danza è una disciplina che fa bene all’anima, se è fatta bene è curativa. Se riesci a lavorare con delle classi in cui fai danzare le persone nello spazio, dai dignità al loro corpo e alla diversità che ogni corpo porta con sé, allora stai facendo qualcosa di importante. Martha Graham diceva che ognuno di noi è un miracolo unico e irripetibile della natura. Sono questi i valori su cui lavorare oggi, non l’omologazione e la convinzione che bisogna essere tutti magri e belli.

Se una scuola ha chiaro questo principio, poi farà crescere ragazze che avranno attitudini particolari, perché ovviamente la danza richiede anche una certa elasticità e determinate caratteristiche corporee. Quella ragazza troverà il suo spazio e potrà continuare anche nel perfezionamento. Ma impostare una scuola con l’obiettivo di tirare fuori a tutti i costi dei ballerini professionisti, secondo me, è un errore proprio di partenza.

Credo che molte scuole debbano rivedere l’idea di chi è più bravo e chi è meno bravo. Anche la scuola pubblica dovrebbe, secondo me, annullare i voti e dare dignità e bellezza alla particolarità di ognuno. Chi è più lento, forse, arriva anche più lontano.

Ho avuto allieve con doti eccellenti che si sono spente in un nanosecondo. Altre, invece, proprio perché avevano un tempo più dilatato, sono riuscite a concentrare le proprie energie e, con una guida, a raggiungere ottimi obiettivi, anche modificando un po’ il corpo che magari all’inizio non sembrava particolarmente adatto alla danza.

A questo proposito mi viene in mente Elisabetta Terabust, una ballerina italiana bellissima. In tante interviste ha raccontato che tutti le dicevano che non poteva fare danza perché non aveva il corpo adatto. E invece è diventata una prima ballerina.

Però, in definitiva, la cosa brutta è questa: sento che molte famiglie – non nella mia scuola, grazie a Dio, perché tra simili ci si attrae – insinuano nel pensiero dei figli l’idea che debbano diventare famosi. La danza non si fa per questo, ma perché fa bene. Poi, come in tutte le cose, se uno possiede delle qualità, troverà la sua strada”.

Mentre prendo dal forno il secondo, rifletto sulle parole di Anna Maria. Al di là di quanto mi trovi d’accordo con lei, ciò che mi colpisce di più è la calma con cui parla. Nei suoi profondi occhi scuri si vedono la passione e la dedizione, la sua forza non ha bisogno di alzare la voce: sta proprio in quel tono netto, a tratti quasi battagliero, con cui difende le proprie idee. Non ha mai scelto la strada più facile e, di fronte alle difficoltà, non ha gettato la spugna.

Servo la pollo con patate, rosmarino e un accenno di menta. È un piatto, nella sua semplicità, autentico, senza artifici. Solo sostanza. Qui non c’è la rapidità di una percezione estetica: c’è tempo, cottura lenta, attesa. Perché questo è un piatto che si attraversa. La cultura della cura, come il nutrimento vero, non serve a decorare, ma a sostenere. Non a rendere visibili, ma a rendere pieni.

Il corpo torna a essere esperienza: qualcosa che vive, che lavora, che sente anche quando lo sguardo degli altri si sposta altrove. Nel lavoro di Anna Maria c’è la ricerca costante della sostanza prima ancora dell’immagine. Perché insegnare ad accettare le proprie forme significa imparare a riconoscere ciò che resta da ciò che passa, ciò che nutre davvero da ciò che dura solo lo spazio di un applauso.

Ci sono fragilità che non si vedono allo specchio, ma emergono durante una lezione: nello sguardo di chi si mette sempre in fondo, nella paura di sbagliare, nel bisogno continuo di confrontarsi con le altre. Come riconosci queste insicurezze e, soprattutto, come cerchi di restituire fiducia a chi non riesce ancora a vedere il proprio valore?

Questa è una domanda difficilissima, perché entra proprio nel concetto di terapia. Intanto, la maggior parte delle persone vive una forma di imbarazzo corporeo. Lo vedo negli adulti, con cui lavoro, ma anche nei bambini e nei ragazzi: molte persone pensano di non essere mai all’altezza di fare qualcosa.

In una classe, però, vedo spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Ci sono quelli che si mettono in fondo, nell’ultima fila, e pensano: “Se sono trasparente, forse è meglio, così nessuno mi giudica”. E poi ci sono quelli che fanno esattamente il contrario, che vogliono stare davanti, essere visti. Io penso che siano due atteggiamenti diversi, ma che abbiano la stessa radice: una forma di insicurezza, il bisogno e la paura di essere giudicati. Da una parte c’è “non guardatemi”, dall’altra “guardami perché io esisto”. Molto probabilmente, chi chiede di essere vista è proprio quella persona che, in qualche modo, non è stata guardata abbastanza.

La mia esperienza di quarant’anni di insegnamento, di trent’anni in ASL e di tanti anni di lavoro sulla bioenergetica e sulla terapia corporea, anche con persone con disabilità, mi porta sempre a pensare che noi siamo cresciuti all’interno di una famiglia. E viene tutto da lì. I nostri genitori sono cresciuti in una famiglia, i nostri nonni in un’altra famiglia ancora. Così come tramandiamo gli aspetti fisici, tramandiamo anche le paure, per generazioni e generazioni.

A volte qualcuno riesce a fermarsi e a rompere questa catena, dicendo: “Io non voglio più sentirmi fuori dal mio corpo. Vorrei piacermi, vorrei accettarmi”. Ma è un percorso lunghissimo, molto legato, per quello che mi riguarda, anche al femminile. Il piacersi e l’accettarsi passano dalla memoria della propria educazione, dagli esempi che abbiamo ricevuto.

Noi siamo quello che abbiamo mangiato, anche emotivamente. Se abbiamo avuto un padre o una madre con una buona autostima, probabilmente abbiamo imparato ad averla. Se questo non è successo, dobbiamo cominciare da lì. E non è facile intervenire su questi aspetti.

Quello che cerco di fare a lezione è, prima di tutto, aiutare le ragazze a costruire un percorso. Ma c’è anche una possibilità culturale: un giovane di sedici o diciassette anni dovrebbe capire che cosa succede nel mondo, che cos’è la politica sociale, non quella legata ai partiti, ma il funzionamento della società in cui vive. Dovrebbe capire che cos’è il nostro sistema consumistico.

Io ne parlo tantissimo con i ragazzi. Il sistema ci vuole insicuri, perché così vende più creme per la pelle, prodotti per dimagrire, prodotti per i capelli. Ci mostra modelle bellissime e giovanissime e ci induce a pensare che dovremmo essere tutti così. Noi adulti già ci caschiamo: figuriamoci i bambini. Una ragazzina di dodici o tredici anni vede quel modello e naturalmente cerca di raggiungerlo. Non sa, per esempio, che a quell’età il corpo ha bisogno di crescere e di prendere peso anche per svilupparsi e può entrare in una crisi profonda.

Questa fragilità è poi sostenuta, o al contrario tamponata, dalla famiglia. Se una famiglia ha una certa stabilità, se la madre ha una buona stima di sé e il padre ha un suo equilibrio, può aiutare a proteggere il figlio. Se invece, come purtroppo accade in molte famiglie, non c’è tempo da dedicare ai figli, si corre continuamente, si trascura il dialogo, non si trova lo spazio per ascoltare e per evitare di trasmettere le proprie paure, allora tutto diventa molto più complesso.

Noi adulti dobbiamo smettere di pensare di dover semplicemente “fare i genitori” o “fare gli insegnanti”. Dobbiamo prima di tutto modificare noi stessi e cercare di essere un esempio. Invece spesso ci investiamo di ruoli giudicanti, con il dito puntato, chiedendo ai nostri figli di fare quello che noi non siamo riusciti a realizzare.

Io, come insegnante, posso fare la mia parte, continuando a studiare e a mettermi in discussione. Continuo infatti a studiare tantissimo. In questo periodo, per esempio, seguo una psicologa che adoro, Gabriella Tupini. Ha 86 anni e ha creato un canale YouTube, anche se adesso probabilmente non lo porta più avanti. Mi aiuta moltissimo sul piano psicologico e mi dà altri strumenti per capire come posso fare al meglio il mio lavoro.

Io penso che un insegnante non debba mai sentirsi come un genitore e, soprattutto, non debba mai sentirsi arrivato. Un educatore deve avere sempre la curiosità di capire, di apprendere, di migliorarsi. Se ha scelto questo lavoro, che è anche un lavoro di sostegno verso i più piccoli, si assume una responsabilità: quella di lavorare continuamente su se stesso per poter fare meglio il proprio mestiere”.

Anna Maria fa un’analisi disincantata e realistica della società in cui viviamo. Non tutti, forse, saranno d’accordo con lei, ma mentre la ascolto mi rendo conto di quanto ci sia del vero nelle sue parole. Corriamo continuamente, spesso senza una vera meta, e finiamo per trascurare ciò che conta davvero: i figli, la trasmissione dei valori, la salute, gli affetti sinceri e disinteressati.

E forse ha ragione anche quando ci invita, indirettamente, a smettere di assumere l’atteggiamento di chi pensa di sapere tutto e di avere una risposta per ogni cosa. Non è così. Siamo tutti, in qualche misura, ancora in cammino. E forse riconoscerlo sarebbe già un buon punto di partenza.

Prima del dolce, arriva il sorbetto al limone. Freddo, netto, senza ambiguità. È il momento in cui la conversazione si interrompe per un istante, come se anche il pensiero avesse bisogno di fare spazio. Non aggiunge, toglie. Pulisce il palato come si vorrebbe pulire lo sguardo dai pregiudizi. È in questo passaggio che tutto si alleggerisce. Resta l’essenziale: ciò che non ha bisogno di essere decorato per essere riconosciuto.

Il dolce arriva per ultimo: pasticciotti leccesi, caldi, con la superficie dorata. All’esterno sono composti, ma è solo al primo taglio che si rivela la fragilità interna della crema, che non coincide mai del tutto con la “crosta” esterna.

Dopo tanti anni trascorsi a osservare corpi che crescono, cambiano, si allenano e imparano ad esprimersi, secondo te che cosa significa, oggi, sentirsi davvero belle?

Oggi sentirsi davvero belli è quasi impossibile. Bisognerebbe cambiare tutto il sistema.

Questa domanda si lega molto a tutto quello che abbiamo già detto. Per sentirsi davvero belli ci vorrebbe quasi un’azione magica, una fata che arrivasse e dicesse: “Ecco, adesso ti senti bene”. In realtà, sentirsi belli significa cominciare a capire che non dobbiamo dimostrare niente agli altri. Ed è una cosa difficilissima, perché i bambini crescono cercando di dimostrare ai genitori di essere all’altezza, di essere degni del loro amore.

Questo è un problema, perché anche noi genitori siamo fragili, siamo umani e sbagliamo. Io non uso mai la parola “colpa”. Non è colpa di nessuno, perché ognuno di noi ha ricevuto un’educazione e, sicuramente, in quella educazione ci sono stati insegnamenti molto utili e altri più discutibili. Ed è proprio su questi ultimi che bisognerebbe lavorare.

Per imparare ad accettarsi bisogna fare un lavoro di decostruzione di tutta l’educazione e di tutto quello che ci è stato insegnato. Molte delle mie allieve mi raccontano della “prima della classe”, succedeva anche ai miei tempi. Ma chi è la prima della classe? È un elemento inventato dal nostro sistema, per cui tutti i bambini vedono che la maestra guarda la prima della classe con gli occhi dell’amore e gli altri si sentono sbagliati.

Il mio maestro della Scala di Milano, Carlo Farabone, che non c’è più, un giorno mi disse: “Annamaria, tu lavora sui più deboli, che i più bravi fanno da soli”. È stato un grande insegnamento.

Noto invece che molte maestre si affezionano ai più bravi perché, in qualche modo, le fanno faticare di meno. Nella mia vita io mi sono caricata sempre i più deboli: nella danza, così come nel lavoro in ASL con le persone con disabilità. Sono attratta dalle persone più fragili perché sono quelle che vibrano di più e spesso hanno anche tantissimo da dire.

L’idea di poter far uscire la bellezza che c’è dentro ognuno di noi mi piace moltissimo. Mi fa bene, perché aiuta anche me a far uscire sempre la mia.

È un lavoro difficile e bisogna farlo anche sul piano culturale e politico: educare i ragazzi a capire che cosa vuole il sistema da noi, quali modelli ci propone e perché. Il sistema ci vuole insicuri e ci induce a sentirci inadeguati, perché dall’insicurezza nascono anche consumi, bisogni e dipendenze. I ragazzi devono imparare a capire questi meccanismi.

Bisognerebbe fare educazione emotiva nelle scuole, altroché. I bambini devono capire che non esiste soltanto la famiglia d’origine. Esistono anche altre famiglie, altre realtà, altre persone con attitudini diverse, magari più giocose. Il confronto è importante: significa scoprire che cosa vuol dire guardare negli occhi una persona, ascoltarla, stare con gli altri.

Anche tutto il lavoro che faccio sul corpo è importante, è terapeutico proprio perché aiuta a portare fuori lo sguardo: a guardare una persona negli occhi, a toccarla, a entrare in relazione con lei. Oggi anche le neuroscienze stanno dimostrando quanto siano importanti le esperienze corporee e relazionali.

Dobbiamo far vivere ai ragazzi questa esperienza del corpo, perché i cellulari ci hanno rinchiuso, oltre che nell’inerzia di cui parlavo prima, anche in una solitudine tremenda. I bambini, i ragazzi, devono stare con gli altri, guardarsi, ascoltarsi, sentire un adulto che racconti loro che cosa significa voler bene a un’altra persona, ammirarla senza invidiarla.

C’è tanto da fare per sentirsi bene. È difficile, ma dobbiamo farlo”.

Questa risposta raccoglie quasi tutti i temi emersi durante la serata: il corpo, l’educazione, il giudizio, la famiglia, la scuola, la fragilità, il confronto con gli altri e, infine, la possibilità di ritrovare una relazione più autentica con se stessi.

Ed è proprio in quella discrepanza tra apparire ed essere che, secondo me, si apre la riflessione più profonda: quanto spesso ciò che mostriamo all’esterno corrisponde davvero a ciò che siamo dentro? Una domanda che vale per la danza, per la vita e per tutte quelle ragazze che crescono cercando un’armonia che non dovrebbe mai diventare una gabbia, ma la possibilità di sentirsi finalmente libere nel proprio corpo.

La serata volge al termine.

Dopo l’ultimo brindisi analcolico, saluto Anna Maria e la ringrazio per la passione, l’energia e il cuore che mette in tutto ciò che fa. Come spesso accade alla fine di queste cene, mi rimane la sensazione che la conversazione non sia davvero finita. I miei ospiti mi lasciano sempre con qualche domanda in più, con la curiosità di incontrarli ancora e di continuare quelle chiacchiere che, anche quando si spengono le luci e si sparecchia la tavola, continuano a fare spazio a un pensiero, a una domanda, a un desiderio di capire e di migliorare.

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( 17 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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