IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / FERRAGOSTO A SANT’ISIDORO

di Anna Maria Greco __________________
ll Ferragosto della mia infanzia cominciava prima ancora di vedere il mare: arrivava nelle nostre case già dalla sera precedente, insieme a quei profumi che annunciavano la festa.
Nelle cucine il sugo di pomodoro con il basilico ribolliva lentamente per la pasta al forno, si friggevano le melanzane per la parmigiana, si impastavano le polpette e si preparavano le crostate con la marmellata fatta in casa. Non mancavano la pitta rustica e la pitta di patate, preparate soprattutto per la sera di Ferragosto.
Le mani delle mamme e delle nonne lavoravano senza sosta, mentre da qualche parte della casa cominciavano ad accumularsi stuoie, asciugamani, ombrelloni, borse, tavoli pieghevoli, sgabelli e frigoriferi portatili.
Per noi copertinesi, e per tante famiglie dei paesi vicini, la destinazione era quasi sempre Sant’Isidoro.
Il 15 agosto, giorno della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, era soprattutto una giornata da trascorrere insieme. Si cercava di portare al mare anche i nonni e le persone più anziane della famiglia, perché in un giorno di festa nessuno rimanesse a casa da solo.
La mattina ci si alzava prestissimo. Bisognava partire per tempo per trovare un buon posto sulla spiaggia e già dalle prime ore la strada verso Sant’Isidoro si riempiva di piccole utilitarie cariche quasi all’inverosimile. Dai portapacchi spuntavano ombrelloni, borse e tavolini.
Noi avevamo una Fiat 128 a quattro sportelli e dentro dovevamo starci in sei: mamma, papà, io e i miei tre fratelli.
Stretti nei nostri posti, partivamo con i finestrini aperti e il vento caldo che ci spettinava i capelli. Io aspettavo soprattutto quel momento in cui, avvicinandoci alla costa, avrei riconosciuto nell’aria l’odore del mare prima ancora di vederlo.
Papà guidava allegro, canticchiando Claudio Villa o Massimo Ranieri, i suoi preferiti. Mamma gli sedeva accanto con il suo bel rossetto rosso e uno dei suoi coloratissimi prendisole cuciti con le sue mani. Noi quattro, dietro, diventavamo sempre più impazienti.
Avvicinandoci a Sant’Isidoro, già da lontano, sulla destra, cominciavano a comparire quelle che noi chiamavamo le “pagghiare”.
Erano semplici ripari costruiti con canne, lenzuola e teli impermeabili. Ogni famiglia sembrava aver dato alla propria un colore diverso: c’erano teli a tinta unita, altri a fantasia, lenzuola chiare accostate a colori più accesi. Viste da lontano, tutte insieme, sembravano comporre un grande quadro colorato sulla riva del mare.
Alcune famiglie vi si sistemavano per diversi giorni, soprattutto nella settimana di Ferragosto. Lì mangiavano, riposavano e persino dormivano la notte, a pochi passi dal mare. Tra loro c’erano anche ambulanti che durante il giorno vendevano frutta o altre piccole cose lungo la strada.
Ai miei occhi di bambina sembrava quasi un piccolo villaggio.
Quelle sistemazioni così semplici mi affascinavano. Mi facevano immaginare quanto dovesse essere bello addormentarsi con il rumore del mare e svegliarsi avendolo ancora davanti. Anche lì ci si aiutava e si condivideva quello che si aveva.
Intanto Sant’Isidoro era sempre più vicina e finalmente, davanti ai nostri occhi, si apriva il mare. A quel punto diventavamo incontenibili: avremmo voluto essere già sulla spiaggia.
Appena arrivati cominciava quello che oggi definirei un piccolo trasloco. Si aprivano gli ombrelloni, uno accanto all’altro, e la spiaggia cominciava a riempirsi di colori. Si stendevano le stuoie, si sistemavano tavoli e sgabelli e, tra un ombrellone e l’altro, comparivano tende improvvisate con lenzuola e teli dalle fantasie più diverse.
In poco tempo quella distesa di sabbia cambiava volto: colori, stoffe e ombre si mescolavano sotto il sole e ogni famiglia riusciva a ritagliarsi il proprio piccolo spazio. Con poco si creava un riparo dal sole e quello spazio, per un giorno intero, diventava casa.
Una volta sistemati, c’era quasi sempre una tappa da fare: Lu Pascalinu.
Era una di quelle botteghe di una volta dove si trovava un po’ di tutto: pane fresco, salumi, tabacchi e generi di prima necessità. Esiste ancora oggi, sempre nello stesso posto.
Appena si entrava, si sentiva un odore particolare, difficile da descrivere, che ancora oggi basta a riportarmi indietro.
Lì si comprava anche il ghiaccio. Con poche decine di lire se ne prendeva un grosso pezzo, lo si avvolgeva negli strofinacci bianchi di cotone e lo si sistemava nel frigorifero portatile. Durante la giornata, con un piccolo martelletto, se ne rompeva quanto serviva.
Intanto la spiaggia prendeva vita.
Le nonne entravano in acqua con le loro candide sottane di cotone; le mamme, con cappelli a larghe tese o foulard annodati sulla testa, chiacchieravano. Alcune tiravano fuori l’uncinetto, altre leggevano i fotoromanzi, allora molto seguiti.
Noi bambini ci sentivamo liberi.
Correvamo da una parte all’altra convinti che nessuno ci stesse guardando e invece gli adulti vigilavano sempre su di noi, anche quando non ce ne accorgevamo.
Tra un ombrellone e l’altro, famiglie che al mattino quasi non si conoscevano cominciavano a parlare, a offrirsi qualcosa, a condividere ciò che avevano portato da casa. Lo sguardo di una mamma, di un papà o di un nonno finiva per posarsi anche sul figlio di qualcun altro.
E noi potevamo continuare a sentirci liberi e protetti.
La sabbia diventava il nostro mondo. Costruivamo case e i più ingegnosi raccoglievano piccoli rametti verdi dalla vegetazione ai margini della spiaggia per creare persino un giardino. Altri scavavano finché, sul fondo della buca, compariva l’acqua.
Ricordo ancora lo stupore: ci sembrava incredibile che bastassero le nostre mani per farla affiorare dalla sabbia. Bastava davvero pochissimo per inventare un gioco.
Tra una corsa e un bagno nascevano amicizie che, almeno per quel giorno, sembravano esistere da sempre. Poco importava da quale ombrellone arrivassimo o di chi fossimo figli: finivamo per giocare tutti insieme.
Intorno a noi c’era musica. Qualcuno portava una radio a pile, qualcun altro una chitarra e, qualche volta, comparivano anche una fisarmonica e un tamburello. Partivano gli stornelli e i canti popolari, si aggiungevano altre voci e tutto finiva per mescolarsi alle risate, al rumore del mare e alla felicità di quel momento.
Gli uomini, intanto, si spostavano verso gli scogli dietro la Torre, alla ricerca dei ricci e, se qualcuno riusciva a pescare un polpo, lo riportava indietro con orgoglio.
Di tanto in tanto compariva anche una macchina fotografica a rullino. Le fotografie non si sprecavano: ci si stringeva nell’inquadratura, qualcuno raccomandava di stare fermi, un clic, e quel momento veniva affidato alla pellicola.
Poi arrivava l’ora del pranzo.
Sotto gli ombrelloni si aprivano le tovaglie colorate e le teglie preparate dalla sera precedente. Parmigiana, polpette e pasta al forno, mangiate davanti al mare, sembravano avere un sapore ancora più buono. Seguivano l’anguria, la frutta di stagione, qualche crostata e infine il caffè conservato nel thermos.
Sempre che noi bambini ci fossimo davvero seduti: mangiavamo in fretta e, appena possibile, tornavamo a correre verso il mare.
Dopo pranzo gli adulti rallentavano. Qualcuno cercava di concedersi una pennichella, gli uomini si raccoglievano intorno a un tavolo per giocare a carte e le donne continuavano a chiacchierare e a scambiarsi confidenze.
Nelle ore più calde noi avevamo un altro richiamo: la Rotonda.
Era un piccolo rifugio dal sole, un luogo che esiste ancora oggi e che continuiamo a chiamare semplicemente “la Rotonda”. Allora c’erano qualche tavolino, delle sedie, un piccolo bar, i biliardini, un flipper e il jukebox.
Spesso erano proprio i nonni ad accompagnarci al bar a prendere il gelato.
«Scegli quello che vuoi.»
Per noi era quasi un privilegio.
Poco più in là i più grandi giocavano a biliardino e noi più piccoli ci arrampicavamo ai bordi per vedere. Quando la pallina entrava in porta, qualcuno cercava persino di recuperarla al volo, infilando la mano prima che scendesse nel foro.
Le stecche, spesso unte di grasso, finivano per lasciarci i polsi anneriti. Non importava: la partita continuava.
Gli adolescenti infilavano una moneta nel jukebox e sceglievano il loro disco preferito, mentre noi tornavamo dalla Rotonda alla spiaggia e dalla spiaggia alla Rotonda.
Eravamo bambini e sembrava impossibile stancarci.
Nel tardo pomeriggio, però, anche quella confusione conosceva una piccola pausa: arrivava il momento del rosario.
Era pur sempre il giorno dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e anche sulla spiaggia la festa conservava il suo momento di devozione. Le voci si abbassavano e noi bambini ci sedevamo sulla sabbia, vicino alle nostre mamme.
A guidare la preghiera era quasi sempre la stessa nonna, che tra le mani rugose teneva un vecchio rosario che si diceva avesse cento anni.
Quel rosario aveva una storia, sempre la stessa, eppure noi bambini tornavamo ad ascoltarla.
Insieme alla preghiera circolava anche una credenza popolare che ci metteva un po’ di paura: si raccontava che proprio nel giorno di Ferragosto la Madonna prendesse con sé dal mare tre bambini.
Non so quanto ci fosse di fede, di leggenda o semplicemente del desiderio degli adulti di renderci più prudenti.
Io, però, ci credevo.
E per qualche minuto guardavo con un po’ di timore quel mare nel quale, fino a poco prima, avevo giocato senza alcun pensiero.
Poi bastava che qualcuno ricominciasse a correre. E correvo anch’io.
Intanto il sole cominciava a scendere e Sant’Isidoro cambiava lentamente colore. Ma la giornata non era ancora finita.
La sera si accendevano le lampade a gas e sulla spiaggia comparivano piccoli punti di luce. Si raccoglievano pezzi di legno e si preparava il falò, il cui fumo aiutava anche a tenere lontane le zanzare.
Intorno a quel fuoco ci si ritrovava ancora una volta insieme. Se durante il giorno qualcuno aveva pescato un polpo, quello era il momento di arrostirlo e dividerlo tra i presenti.
Si tirava fuori ciò che era avanzato dal pranzo, insieme alla pitta rustica e alla pitta di patate tenute da parte per la sera. Il cibo veniva sistemato sui tavoli e messo a disposizione di tutti: ognuno prendeva ciò che desiderava e offriva quello che aveva.
Alla fine, quasi senza accorgercene, tante piccole tavolate diventavano una sola.
A un certo punto vedevamo papà tornare da Lu Pascalinu con i panini morbidi al burro per la sera.
Una delle mamme si metteva a prepararli secondo i gusti di ciascuno: con il prosciutto, la mortadella, il formaggino o la Nutella, e poi li distribuiva tra noi bambini.
Il panino arrivava a tutti.
Il fuoco continuava ad ardere e le lampade illuminavano piccoli pezzi di spiaggia. Anche noi cominciavamo a sentire la stanchezza, ma cercavamo di resistere. Non volevamo perdere niente, neppure gli ultimi minuti, perché addormentarsi significava quasi lasciare che Ferragosto finisse senza di noi.
Prima o poi, però, arrivava davvero il momento di andare via.
Con le bottiglie di acqua dolce portate da casa cercavamo di togliere il sale dalla pelle e la sabbia dai piedi. Si piegavano stuoie e teli, si richiudevano i tavoli, si caricavano le ultime cose e tornavamo a essere in sei dentro la nostra Fiat 128.
Avevamo resistito al sonno per tutta la sera, ma bastavano il movimento della macchina e il rumore della strada perché, uno dopo l’altro, ci addormentassimo.
Quando arrivavamo a casa, spesso toccava a papà prenderci in braccio e portarci a letto.
E se il sole aveva lasciato qualche scottatura di troppo — le creme protettive non facevano ancora parte delle nostre abitudini — le mamme avevano già il loro rimedio: qualche fetta di patata sulla schiena arrossata.
Il mattino seguente, forse, saremmo tornati ancora al mare.
Ma Ferragosto era stato un’altra cosa.
Era cominciato la sera prima, con il profumo del sugo nelle nostre cucine, ed era finito così: con quattro bambini addormentati e qualche granello di sabbia che, nonostante tutto, riusciva sempre a tornare a casa con noi.
Sono passati tanti anni.
E se qualcuno di voi, leggendo questo racconto, si è riconosciuto anche solo in uno di questi ricordi di Ferragosto, nella Sant’Isidoro di un tempo, sono felice di averlo ricordato insieme a voi.
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( 5 – continua )
Category: Costume e società, Cultura



























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