IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / LE CURE DI UNA VOLTA PER BAMBINI “AMMALATI”

| 6 Settembre 2026 | 0 Comments

di Anna Maria Greco _________________

Quando ero bambina, ammalarsi era già una brutta faccenda. Ma essere curati, certe volte, poteva diventare molto peggio.

Bastavano pochi decimi di febbre perché in casa si aprisse il consulto. La mamma tastava la fronte, la nonna prendeva il polso tra le dita: se batteva forte e correva più del solito, per lei la febbre c’era; se invece era tranquillo e regolare, si poteva tirare un piccolo sospiro di sollievo. La vicina, se capitava a tiro, completava l’indagine osservando il colorito e soprattutto gli occhi: se erano troppo lucidi, anche quello diventava un indizio.

Poi arrivava l’ordine: «Apri la bocca!»

E noi, già rassegnati, spalancavamo la bocca per far controllare gola, tonsille e magari qualche molare che stava spuntando. Ognuna raccoglieva il proprio indizio e noi restavamo lì, sotto una gigantesca lente d’ingrandimento, ad aspettare il verdetto.

Se c’erano tosse, raffreddore o gola arrossata, l’indagine prendeva un’altra strada. Il pericolo vero arrivava quando restavano soltanto quei pochi decimi e nessun sintomo evidente sembrava giustificarli. A quel punto arrivava la domanda: «Di corpo sei andata?»

E lì cominciavano i guai.

Se la risposta era no, la strada sembrava già segnata. Ma anche aver fatto diligentemente il proprio dovere non significava essere fuori pericolo: prima di allertare il medico, liberare comunque l’intestino era considerata una buona pratica. Insomma, potevi rispondere sì oppure no: la pompetta aveva ottime probabilità di arrivare lo stesso.

La chiamavamo proprio così: la pompetta. Oggi diremmo peretta. In casa ce n’erano almeno due misure: quella piccola per noi bambini e quella grande per gli adulti. Almeno su questo, nella disgrazia, potevamo considerarci fortunati.

Per noi si facevano bollire acqua e olio insieme e poi si aspettava che diventassero tiepidi. Quanto olio? Quanta acqua? Domande moderne. Allora esisteva un’unità di misura infallibile: a sentimento.

Per gli adulti ricordo anche il cosiddetto clistere “rinfrescante”, preparato con acqua bollita e bicarbonato. Niente bilance o misurini: esperienza, occhio e sentimento.

I clisteri evacuativi, del resto, hanno una storia molto più antica delle nostre nonne. Insomma, non avevano inventato la pompetta apposta per tormentarci. Anche se noi, all’epoca, qualche dubbio lo avevamo.

Quando arrivava il nostro turno non erano previste trattative: a pancia in giù sul letto.

«Stai fermo.»

Noi provavamo a divincolarci.

«Ti ho detto stai fermo!»

E se la collaborazione tardava, spuntava anche la minaccia di qualche sculacciata. Insomma, il quadro clinico peggiorava rapidamente.

Appena la pompetta veniva sfilata, entravano in azione le grandi mani della mamma. Una, a volte tutte e due, ci tenevano strette le natiche perché bisognava trattenere. E trattenere. Trattenevamo tutto, persino il respiro.

Quanto al pudore, poteva aspettare. La mamma un tentativo lo faceva: accostava la porta della stanza. Ma serviva a poco. Misteriosamente, proprio in quel momento, qualcuno aveva sempre qualcosa da fare lì dentro. Un fratello spuntava sulla porta, una sorella doveva passare e, all’occorrenza, poteva materializzarsi persino la vicina.

Più la porta veniva accostata, più aumentava il pubblico. La privacy sarebbe stata una conquista delle generazioni future.

Finalmente arrivava il permesso di correre verso il bagno o il vasino. Liberi? Macché. Dietro arrivava il piantone, incaricato di verificare che la pompetta avesse fatto il proprio dovere. Persino il risultato veniva valutato, naturalmente a sentimento. E se non era sufficiente, la colpa era nostra: non avevamo trattenuto abbastanza.

«Domani te ne devo fare un’altra.»

Non era una minaccia. Era già una decisione. A quel punto sì che la febbre non la sentivamo più.

L’intestino, del resto, nelle case di allora godeva di una considerazione straordinaria. E se comparivano i vermi intestinali, si apriva un altro capitolo della medicina domestica.

Finché eravamo piccoli, il vasino aiutava le mamme ad accorgersi anche di quello. Qualche volta erano proprio loro a vedere i vermetti; altre volte a far nascere il sospetto erano il mal di pancia, l’irrequietezza o il sonno disturbato.

Ricordo una mia cuginetta che ne soffriva. Sul comodino compariva l’aglio, le collane di spicchi venivano appese alla spalliera del letto e altro aglio finiva sotto il cuscino. Ce n’era talmente tanto che l’odore usciva dalla stanza e arrivava fin sulla strada.

L’aglio appartiene da secoli alla medicina popolare contro i parassiti intestinali e alcuni suoi componenti sono stati studiati per una possibile attività antiparassitaria. Naturalmente, dormire circondati dall’aglio non poteva curare un’infestazione.

Ma noi bambini avevamo un problema molto più urgente della scienza: le caramelle.

Si credeva che lo zucchero alimentasse i vermi e quindi sparivano anche dolci e caramelle. Pensateci: avevi i vermi intestinali, dormivi circondato dall’aglio e ti toglievano pure le caramelle. Certe infanzie richiedevano carattere.

Poi c’erano i malanni che riuscivamo a procurarci da soli. Soprattutto d’estate vivevamo più fuori che dentro casa: pantaloncini corti, biciclette, cortili, campetti di terra, mare e scogli. Cadere faceva quasi parte del gioco.

Se andava bene, lasciavamo sull’asfalto o sulle pietre soltanto un po’ di pelle: ginocchia e palmi sbucciati, qualche goccia di sangue e magari piccoli sassolini rimasti nella ferita. Ed entrava in scena il vino rosso.

Una pezzuola di cotone veniva imbevuta di vino e strofinata sulla sbucciatura perché terra e sassolini dovevano essere eliminati. Ed erano dolori. Il vino bruciava, la pezza strofinava e quei sassolini sembravano essersi improvvisamente affezionati al nostro ginocchio.

«Stai fermo, che devo pulire!»

Naturalmente qualcuno ci teneva.

Io odiavo quell’odore e ancora oggi non sopporto quello del vino. E pensare che il suo impiego sulle ferite ha radici molto antiche. Noi bambini avremmo rinunciato volentieri a qualche secolo di tradizione.

Ma una caduta poteva andare peggio. Una caviglia cominciava a gonfiarsi, un polso faceva male e allora si andava dalla “specialista delle slogature”.

In paese c’era sempre qualche donna conosciuta perché “sapeva fare”. Toccava, guardava, muoveva e poi emetteva il verdetto. Se occorreva immobilizzare la parte, preparava la stuppata: albume d’uovo sbattuto e farina, sistemati sulla parte dolorante e poi avvolti con lunghe fasce. Se non c’erano garze, si strappavano vecchie lenzuola in lunghe strisce.

Le quantità? A sentimento.

Asciugandosi, la stuppata induriva la fasciatura fino a trasformarla, ai nostri occhi, in una specie di gesso fatto in casa. E non si toccava nulla finché non lo decideva lei. La stuppata si toglieva quando lo diceva la specialista. Punto.

Figure simili, conosciute in molti luoghi come conciaossa o aggiustaossa, appartengono realmente alla medicina popolare.

Insomma, dopo una caduta il destino dipendeva dal danno: ginocchio sbucciato, vino; caviglia slogata, stuppata e specialista. A noi restava un’unica forma di prevenzione: imparare a cadere bene.

Ma il vino rosso non serviva soltanto alle ginocchia.

Quando cadeva un dente da latte e la gengiva sanguinava, ricompariva puntualmente il bicchiere.

«Sciacqua.»

Si sciacquava.

«Sputa.»

Si sputava.

«Ancora.»

Per me era una tragedia: quel sapore e soprattutto quell’odore in bocca mi nauseavano. Altri bambini, invece, mostravano un’inspiegabile disponibilità alla terapia: qualche goccetto di vino, anziché essere sputato, prendeva accidentalmente la strada opposta. Curiosamente, erano anche quelli che protestavano meno.

Quando arrivava il mal di testa compariva una bacinella con acqua fresca e aceto. Una pezza di cotone veniva immersa, strizzata e poggiata sulla fronte: erano i bagnoli. Appena si riscaldava, si ricominciava.

Il mal di testa era tuo, ma a curarlo sembrava mobilitarsi tutta la famiglia.

Se la febbre saliva molto, entrava in scena lo spirito, come chiamavamo l’alcol denaturato. Ci scoprivano e cominciavano le frizioni sul corpo, soprattutto su braccia e gambe.

Anche questa era una pratica domestica molto diffusa. Oggi sappiamo che le frizioni con alcol, soprattutto nei bambini, non sono raccomandate: l’alcol può essere assorbito attraverso la pelle e inalato, con il rischio di effetti tossici.

Noi allora non sapevamo nulla di tutto questo. Quando compariva la bottiglia dello spirito, capivamo soltanto che la febbre era diventata una faccenda seria.

Per il mal di pancia compariva invece la borsa dell’acqua calda. Anche d’estate. Fuori potevano esserci quaranta gradi, ma se faceva male il pancino evidentemente mancava ancora un po’ di calore. Le cure non consultavano il calendario.

E quando venivi ufficialmente dichiarato malato, anche la tavola prendeva provvedimenti: minestrina lessa con un filo d’olio, a pranzo e a cena, per due o tre giorni. Altro che convalescenza: il nostro stomaco entrava direttamente in clausura.

Se arrivava la dissenteria, il regime diventava ancora più severo: acqua e limone e, se eri fortunato, perfino una tazza di tè con limone, rigorosamente senza zucchero. Poi arrivava lui: il riso lesso.

A pranzo, a cena, il giorno dopo e quello dopo ancora. Tre giorni. Dopo un po’ non sapevamo più se desiderassimo guarire dalla dissenteria o semplicemente essere liberati dal riso.

Per la tosse c’erano latte e miele; per la digestione difficile, l’alloro in infusione.

Ma sopra molti dei nostri piccoli malanni regnava incontrastata lei: la camomilla.

Mal di pancia? Camomilla. Avevi vomitato? Camomilla. Non riuscivi a dormire? Camomilla.

In primavera se ne raccoglieva tanta nei campi, scegliendo le zone considerate più pulite. I fiori venivano fatti essiccare e conservati nei barattoli. E guai a rimanerne senza: entrava immediatamente in funzione il nostro servizio sanitario territoriale. La vicina di casa.

«Hai un po’ di camomilla?»

Problema risolto.

Ma la camomilla aveva competenze persino in materia di occhi.

Sabbia del mare, polvere sollevata dalle biciclette, terra dei campetti: si preparava la camomilla, si lasciava raffreddare e si imbevevano dei batuffoli di cotone con i quali la mamma puliva delicatamente gli occhi, cercando di rimuovere i granellini raccolti verso l’angolo interno.

E se durante un forte raffreddore ci svegliavamo con gli occhi arrossati o congestionati, il rimedio non cambiava: camomilla fredda e batuffoli di cotone. A pensarci oggi, quella povera pianta aveva più specializzazioni di un intero poliambulatorio.

L’uso della camomilla come calmante e per alcuni disturbi digestivi appartiene a una tradizione antica; anche l’impiego sugli occhi è documentato nella medicina popolare, sebbene oggi sappiamo che proprio sugli occhi occorre prudenza, perché può provocare anche reazioni allergiche.

Per i bambini particolarmente vivaci che sembravano aver dichiarato guerra al sonno, nei ricordi di quegli anni compare perfino il papavero rosso dei nostri campi, tradizionalmente utilizzato come calmante. Altro che favola della buonanotte.

Poi c’erano raffreddori e congestioni. E lì entrava in scena l’olio d’oliva.

La mamma lo scaldava e con il palmo della mano ce lo frizionava sul petto. Dopo arrivavano i fogli di giornale o la carta oleata sulla parte unta, la maglia di lana, il pigiama e via a letto, impacchettati per tutta la notte.

Le frizioni con olio e le coperture del torace appartenevano davvero alla medicina popolare. Noi bambini, naturalmente, non lo sapevamo. Conoscevamo soltanto l’olio caldo e il giornale appiccicato al petto.

Quando invece arrivava una tosse importante — ricordo anche la pertosse — entrava in scena mio padre.

Andava nelle campagne, nella nostra macchia mediterranea, a raccogliere li tumi, il timo selvatico. Tornava con quei rametti profumatissimi e li sistemava nella cameretta. In poco tempo l’aroma riempiva la stanza.

Proprio in quegli anni, però, accanto al sapere tramandato da una generazione all’altra, nelle nostre case cominciavano ad arrivare anche le enciclopedie mediche dedicate alla salute della famiglia.

Ricordo mio padre che consultava spesso i volumi che ancora oggi conserviamo nella casa dei miei genitori. Quel sapere antico cominciava così a confrontarsi con quello scritto nei libri e, qualche volta, un rimedio conosciuto da sempre trovava tra quelle pagine una conferma.

Anche li tumi appartenevano a quel mondo: il timo era tradizionalmente utilizzato per i disturbi delle vie respiratorie. Mio padre raccoglieva i suoi rametti e poi consultava quei libri.

La nostra farmacia aveva ormai anche una biblioteca.

E neppure fuori casa potevamo considerarci al sicuro. Se ci pungeva una vespa, la farmacia era già sotto i nostri piedi: terra bagnata con acqua o, almeno nei miei ricordi, nella versione decisamente meno elegante, con la nostra stessa pipì.

Potevi protestare, scappare o nasconderti. Non serviva. Quando una mamma o una nonna stabiliva che una cosa “si doveva fare”, prima o poi ti acchiappava.

Persino per un mancamento la dispensa aveva già la risposta: aceto o limone da far annusare.

A pensarci oggi, nelle nostre case esisteva un piccolo pronto soccorso diffuso: olio, bicarbonato, aglio, vino, aceto, spirito, limone, miele, alloro, albume e farina. E appena fuori, nei campi, crescevano camomilla, timo e papaveri. Mancava soltanto il camice bianco.

Oggi, dopo tanti anni trascorsi anche nel mondo della cura, guardo quelle scene con occhi diversi. Da bambina mi sembravano piccole torture domestiche; oggi riconosco, invece, il loro sapere: quello maturato dall’esperienza, tramandato per generazioni e custodito nei gesti quotidiani. Accanto a pratiche che la medicina ha poi superato, ce n’erano altre le cui radici affondavano in conoscenze molto antiche.

Le nostre mamme e le nostre nonne avevano ciò che avevano imparato dalle donne venute prima di loro, quello che la terra offriva e una rete di consigli che passava da una porta all’altra. E, poco alla volta, a quel sapere si affiancò anche quello dei libri.

Ma soprattutto c’erano delle mani: mani che tastavano una fronte, cercavano un polso, strofinavano, frizionavano, fasciavano, preparavano una minestrina o raccoglievano la camomilla. Mani che cercavano di farci stare bene con quello che conoscevano e con quello che avevano.

Sono nata nel 1969 e chissà quanti altri rimedi di quegli anni sono rimasti nascosti nella mia memoria. Oggi ho voluto condividere con voi quelli rimasti più vivi.

I particolari saranno stati diversi, ma forse abbiamo avuto tutti la stessa unità di misura: a sentimento.

A sentimento si dosava, a sentimento si decideva. E, soprattutto, a sentimento ci si prendeva cura.

Perché una cosa, noi bambini, l’avevamo imparata molto presto: il malanno poteva anche passare. Dalla cura, invece, non c’era scampo.

E se, nel raccontarveli, vi ho strappato un sorriso e fatto riaffiorare qualche vostro ricordo, sono felice di averli condivisi con voi.

___________________

( 8 – continua )

Category: Costume e società, Cultura

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