ISTANTANEE DI UNA LECCE AFFRANTA

di Giuseppe Puppo ________________
Il cane ansima, non regge il guinzaglio del padrone che pure lo porta a spasso, diligentemente, come da doppia abitudine quotidiana, mantenuta non più nemmeno per abitudine, ma per disperazione.
Lecce città, che io ho attraversato a piedi per sposatamenti di lavoro, è pressoché deserta, pure i quartieri residenziali vicino al centro, sia al mattino, sia al pomeriggio.
L’afa è opprimente, come nella poesia distopica di Eugenio Montale
Albe e notti qui variano per pochi segni.
A notte fonda nelle case la temperatura è quasi uguale a quella del pieno giorno, alle sette del mattino, ora legale, poi fa già proprio caldo.
Quando spunta il sole, diffonde una strana inquietudine, colorando il cielo d’un inedito grigio opaco con vaghe sfumature di giallo sporco.
Per chi ce l’ha, per chi può permettersela, per chi la sopporta senza altre complicazioni negative, solo l’aria condizionata offre un momentaneo sollievo.
Come nei supermercati, oasi di refrigerio, alcuni prodighi nello sparare soffioni intensi da brividi, che però non tengono conto degli effetti deleteri possibili che potrebbero causare.
I supermercati, la meta di chi nonostante tutto esce, perché bisogna pur sopravvivere, o perché deve andare a lavorare, oppure per portare il cane a fre i suoi bisogni fisiologici.
Come ai tempi del Covid.
Tristissimi, inquietanti ricordi tornati di attualità in quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo.
“Oggi + di ieri e – di domani”, commenta in fila per pagare un distinto signore, che mantiene la sua eleganza pur in berbuda d’ordinanza e magliettina fina, ma la dotta citazione non è una dichiarazione d’amore per la commessa… Invece è la constatazione di un fenomeno inedito, inspiegabile, che non si ricorda a memoria d’uomo, forse perché non è mai esistito: caldo certo sì, come nei mesi scorsi, come negli anni e nei decenni scorsi, ma un caldo così, maligno, micidiale, che ormai grava come una gigantesca bolla di calore da una settimana, è qualcosa di strano, di terribilmente opprimente.
Un altro dietro di lui bestemmia in dialetto.
Dopo una settimana di gigantesca bolla di calore giorno e notte, qualcuno non ce la fa più.
Fuori, per le strade con poca o proprio niente ombra, perchè Carlo Salvemini prima e ancora con maggiore accanimento poi Adriana Poli Bortone, poi hanno fatto eradicare gli alberi, o li hanno capitozzati in maniera selvaggia, aspettando che muoiano così da sè, sembra di camminare per il deserto, ma senza le strade d’asfalto bollente offrano almeno pure l’illusione un miraggio.
Il silenzio è rotto solo di tanto in tanto, in lontananza, dalle sirene dei Vigili del Fuoco che corrono a spegnere gli incendi boschivi, questa vera e propria emergenza salentina lasciata senza rimedio.
Ad un tratto due che litigano con urla che arrivano nitide dal palazzo di fronte.
Poi altri due coniugi che urlano non si capisce per quale motivo.
Al ritorno, a sera, più o meno allo stesso punto del mio percorso, ritrovo il cane che ansimava al mattino al guinzaglio del padrone pallido in volto, sudato, affranto, che si ostina a portarlo a spasso: ma adesso la povera bestia è sofferente, lo guarda disperato, “Andiamo a casa, per l’anima dei morti!”, sembra che gli dica.
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Che piacere leggerti carissimo Giuseppe.
Ogni volta uno spaccato nel quale intravedere spiragli di bellezza attraverso la tua scrittura.