MI RITORNI IN MENTE

| 8 Settembre 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Vent’anni fa come domani, domenica 9 settembre, se ne andava Lucio Battisti.

Se ne andava, per la verità, dopo aver interrotto il dialogo diretto con tutti, da più o meno altri vent’anni prima; da lì in poi, unico tramite con la sua immagine da eterno ragazzo “irrequieto” restava il suo songbooks, riempito da una voce poco catalogabile, di poesia, pulsioni giovanili e algoritmi fatti con frasi d’amore elaborate e semplici fraseggi sonori che via via, nel tempo, si sono fatti complessi, sperimentali, innovativi.

È questo un ricordo di Lucio Battisti attraverso una breve riflessione e alcuni flash-back richiamati al solo pensiero del titolo di una delle sue tante canzoni.

Chi non ha mai amato Lucio Battisti? E chi, pur amandolo, qualche volta lo ha ascoltato di nascosto? Perché farlo pubblicamente in un determinato periodo storico poteva voler dire non essere politicamente schierato, fuori moda.

Chi scrive ci è capitato un po’ in mezzo a questa situazione, essendo stato verso la seconda metà degli anni Settanta un adolescente e avendo potuto vivere in diretta ascesa e stato di grazia del nostro, spesso, si faceva complicato lasciarsi andare al pathos che si sprigionava dal quel cantato così poco convenzionale.

Crescendo, poi, ci si rende conto che l’arte spesso viene strumentalizzata da chiunque, a proprio piacimento e tornaconto; a me è successo, e me ne sono liberato di quei pregiudizi che per lungo tempo mi avevano indotto a credere che capolavori come “Il tempo di morire”, “Emozioni”, “La canzone della terra” e altre come “Una donna per amico” ad esempio, fossero state normalmente schedate come canzoni con temi a sfondo sessista, dove la figura femminile diventava mero oggetto del desiderio, delle volte anche con un prezzo, alla stregua di un oggetto da comprare; o ancora destinataria di messaggi dai contenuti maschilisti e sfacciatamente egoistici, messaggi che oggi verrebbero tranquillamente definiti in modo più soft: edonistici.

Altra storia la questione se Lucio sia stato o meno di destra. Su questo fatto si sono alimentate diverse leggende, col risultato che canzoni bellissime come “La collina dei ciliegi”, “La canzone del sole”, “Il mio canto libero” e altre, siano diventate per alcuni movimenti di estrema destra elementi di una mitologia interpretativa che trascinava Battisti (ma non solo lui: si pensi alle saghe di Tolkien così amate dai giovani neofascisti negli anni settanta) nel campo della destra.

Cosa Buffa e paradossale, soprattutto se si considera che i testi li scriveva Mogol e poi Pasquale Panella, e che Battisti, come lui stesso ammise, si limitava ad aggiustamenti piuttosto trascurabili.

Non aiutava certo il fatto che all’epoca chi non si schierava apertamente a sinistra, chi non traduceva in qualche modo l’impegno politico nella musica o nelle sue attività, veniva considerato dal pensiero dominante: “fascista”, “borghese”, “reazionario”; il tutto, aggravato dal fatto di avere successo, che sempre, costituiva un’aggravante. Battisti, come sanno anche le pietre, affrontava tematiche legate all’amore e alle emozioni personali, sia pure con un linguaggio innovativo e musicalmente assai semplice, soprattutto agli inizi.

 

Qualche tempo fa mentre preparavo un progetto su Nick Drake, pensando alle sue canzoni mi resi conto – come d’altra parte universalmente riconosciuto – di quanto fossero inclassificabili, senza tempo; a distanza di quarant’anni risultano attualissime, per tematiche e trame sonore. Stessa cosa mi vien da pensare per le canzoni di Battisti, si può ascoltarle mille volte e ogni volta ti lasciano qualcosa, buone per tutte le stagioni e ogni stato umorale, eterne, senza soluzione di continuità.

Forse stanco di essere accusato da più parti (restano famosi alcuni passaggi di trasmissioni televisive dell’epoca in cui si assisteva a veri e propri piccoli processi da parte di pubblico e giornalisti) non ultimo il pensiero di alcuni che fosse anche stonato quando cantava dal vivo, Lucio Battisti decise di ritirarsi dalle scene e dai riflettori lasciando tutti con le loro teorie in mano.

 

Lo fece concedendo un’ultima intervista e poi nulla più. Era il 1979 e queste sono le sue ultime dichiarazioni:

“Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale. In breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli professionali: devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte.”______

LA RIFLESSIONE nel nostro articolo del 7 marzo 2016

ECCO QUA, DI NUOVO LA DISCUSSIONE SUL ‘MARE NERO’ (MA PURE SALENTINO) DI LUCIO BATTISTI / RAGAZZI MIEI, FASCISTI E MARXISTI IMMAGINARI

 

Category: Costume e società, Cultura, Eventi

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