IO, NICK DRAKE E GIANLUCA PACINI

| 28 Ottobre 2019 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Tra le tante cose, quest’anno è il cinquantesimo dalla pubblicazione di “Five leaves left”, il primo album di Nick Drake. Un po’ ovunque nel mondo lo si è ricordato con diverse iniziative; in Italia, in primavera ha visto la luce “Il delicato mondo di Nick Drake”, un progetto che ho curato personalmente e ha coinvolto una quarantina tra musicisti, scrittori, poeti e critici musicali. Un libro e un disco per omaggiare il musicista inglese scomparso quarantaquattro anni fa e ancora nel cuore di molti con la sua musica senza tempo.

Un altro importante omaggio a Nick Drake lo hanno tributato i due musicisti Roberto Angelini e Rodrigo d’Erasmo protagonisti – insieme ad altri musicisti – del film-documentario “Songs in a conversation”, presentato giorni fa alla festa del cinema di Roma (sarà mandato in onda da Sky arte il 25 novembre 2019).

In questo contesto si inserisce il fatto che, per il sottoscritto, ottobre è il mese di Nick Drake. Ascolti, letture, ricerche, si rincorrono ogni anno in una sorta di rito mnemonico che mi permette di entrare in contatto con quello che succede nel mondo intorno alla figura di Drake.

È di questi giorni la scoperta di un giovane songwriter che ha grandi affinità con Nick Drake. Di solito diffido un po’ “dalle imitazioni”, per questo ho voluto approfondire e conoscere un po’ della storia di questo musicista e soprattutto, la sua musica.

Quello che segue è un breve resoconto dell’ascolto di un disco e dello stupore che ne è conseguito.

Il musicista in questione si chiama Gianluca Pacini (nella foto), ha 22 anni e vive a Trani.

Inizia a suonare la chitarra a nove anni, intorno ai tredici viene fulminato sulla via di Damasco dalla musica di due musicisti che in un mondo normale avrebbero bisogno di ben poche presentazioni: Nick Drake ed Elliot Smith. Drake morto a 26 anni, Smith a 34, entrambi icone rock romantiche e malinconiche, entrambi morti – probabilmente – suicidi; la depressione è stata un tratto comune per loro.

Nel febbraio di quest’anno Gianluca ha dato alle stampe il suo primo album: Abitudine. Sei brani e una dichiarazione d’intenti molto chiara su quali siano le coordinate entro cui si muove: una miscela di alt-folk e dream-poetry, che porta a conferire al giovane musicista un’aura da menestrello alla ricerca di una collocazione in un’epoca in cui si corre troppo per accorgersi di tesori agli angoli delle strade.

 

Pc, cuffie, block-notes, buio nella stanza.

Adoro chi sei. Una intro arpeggiato come sfondo a immagini tremule in movimento. Percezioni sbiadite che lentamente si definiscono. Dopo due minuti attacca, sussurrante e dolente, una voce liberata dalle caverne dell’esistenza. Il pensiero corre veloce ai suoni di un altro musicista nell’ombra e a un suo disco che ho molto amato: Marco Parente che duetta con Carmen Consoli nel delicato “Oio” in “Eppur non basta”.

Risvegli. Nasce con un preludio che si nutre di note interlacciate tra il suono di una chitarra in crescendo sullo sfondo di un tracciato di synth, per poi, lentamente spegnersi sul finale trascinandosi dietro le brume di uno sguardo severo, introspettivo.

Troppo distanti. Ogni musicista ha la sua Mary Jane: musa scostante, misteriosa, evanescente. La voce delicata e soffusa di Gianluca si stende ad evocarla tra le pieghe di una melodia sorretta da afflati poetici che rimandano inequivocabilmente al Nick Drake di “Bryter Layter”.

Luci del nord. È il brano che mi ha creato più trasporto. La musica si carica di una gravità stemperata da esili rintocchi di piano, riuscendo ad evocare sagome che si muovono lente nel buio; flash di memoria in bianco e nero; squarci di campagna allo stremo verso il tramonto; treni ingoiati dalla nebbia; un volto amico – o amato – che svanisce dal sogno al risveglio in un’alba livida. Capolavoro.

Terapia intensiva. Un crescendo di venature melodiche liberate dal canto di Gianluca si insinuano come brividi leggeri che scendono lungo la schiena. Un violoncello scandisce tempi sincopati alle parole che s’infrangono nell’aria, malinconiche come perle senza valore. E sale uno spleen a conferma della bellezza di una ballata che può fare tanto bene al cuore.

Abitudine. È in questo brano che l’empatia col bardo di Tanworth-in-Arden tocca l’apice. Un testo che si nutre da suggestioni esistenziali e romantiche che non temono confini, barriere culturali o di linguaggio.

Sento l’odore del tempo / che penetra acre fra i miei giorni / cammino fra la gente che passa e mi osserva / mi perdo negli sguardi e sfido i palazzi / la fretta che incalza mi toglie il respiro…”

Se ci si pensa, queste parole di Gianluca Pacini non hanno lo stesso mood di cui si nutrono quelle di Nick Drake?:

“Tu puoi dire che il sole splende / io riesco a vedere la luna e sembra così chiara / tu puoi prender la strada che ti porta verso le stelle ora / io posso prendere una strada che mi porterà fino in fondo…”

 

 

a questi link alcuni brani di Gianluca Pacini:

 

 

 

 

 

 

 

Category: Cultura

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