LA RIFLESSIONE / HATER: QUANDO L’OPINIONE DIVENTA VELENO

| 6 Febbraio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini ______________

C’è una differenza enorme tra avere un’opinione e usare le parole come clave senza interessarsi dei risvolti emotivi che provocano. Bisognerebbe ricordare sempre che le parole feriscono. Molto.
Oggi questa differenza sembra essersi volatilizzata. Sui social, nei commenti sotto i video, nei post virali l’insulto è diventato sport di squadra. Spesso sembra l’unica forma di comunicazione, l’unico modo per “dire la propria”.

Ma la domanda vera non è “perché esistono gli hater?”, ma perché li abbiamo normalizzati. Perché accettiamo che chiunque parli anche quando dalla bocca-tastiera esce solo veleno.

Criticare è legittimo. Offendere no.


Dire “non mi piace questo cantante/attore ecc.” è un’opinione.
Dire “fa schifo, è ridicolo, dovrebbe sparire” è aggressione gratuita.
E no, non è franchezza. È maleducazione travestita da finta sincerità. Si può essere sinceri senza ferire.

Il punto è che, molto spetto, gli hater non stanno davvero parlando dell’artista, del personaggio o del contenuto. Stanno parlando del proprio malessere. Non cercano dialogo, ma sfogo. I social offrono un palcoscenico perfetto: nessuna conseguenza, applausi sotto forma di like, la sensazione di “contare” per qualche secondo.

Qui abbiamo sbagliato strada. Abbiamo scambiato la libertà di parola con la libertà di ferire e violare la libertà altrui; l’opinione con l’umiliazione; la critica con il linciaggio.

E intanto perdiamo di vista cose semplici ma fondamentali: rispetto, misura, dignità. Orazio parlava di aurea mediocritas, non di mediocrità, ma giusta misura. Qui significa saper stare nel mezzo tra esprimere la propria opinione senza peli sulla lingua o con moderazione.
Non serve amare tutti. Serve non disumanizzare nessuno. Senza calpestare, senza trasformare l’altro in un bersaglio.

C’è poi l’alternativa silenziosa, potentissima e quasi rivoluzionaria: non ti piace? Non guardi, non segui, non compri. È il dissenso più maturo che esista. Fa meno rumore, ma è l’unico che cambia davvero il mercato dell’attenzione.

Se siamo arrivati fin qui è perché abbiamo perso il senso del limite (non tutto quello che penso va detto) e del valore (le parole hanno peso).

Forse non possiamo spegnere il rumore del mondo.
Ma possiamo scegliere di ignorarlo e non amplificarlo.

Category: Costume e società, Cultura

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