PER LA CORTE DI CASSAZIONE FARE IL SALUTO ROMANO PER COMMEMORARE I DEFUNTI NON E’ REATO

| 4 marzo 2016 | 0 Comments

(v.m.)______
Nella giornata di ieri, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di “non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato”, per alcuni giovani che avevano fatto il saluto romano, durante la commemorazione del diciassettenne Sergio Ramelli, iscritto al Fronte della Gioventu’, Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Msi, uccisi da extraparlamentari comunisti negli anni Settanta, e di Carlo Borsani aderente alla Repubblica Sociale Italiana medaglia d’oro al valor militare, ucciso con un colpo alla nuca dai partigiani comunisti alla fine della guerra.

Roberta Capotosti, consigliere a Milano per “Sovranità”,  finita tra gli indagati a causa del saluto romano al Presente! per Sergio Ramelli, dichiara:

Oggi giornata storica. Si scrive una pagina eccezionale per tutte le generazioni di camerati e si riconosce, finalmente, la sacralità e la non punibilità del giusto tributo per i nostri Martiri, vittime incolpevoli dell’odio cieco comunista degli anni bui di questo Paese, in cui uccidere un fascista non era reato! Ebbene con oggi si sancisce che è “il Presente” a non essere reato. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile totalmente il ricorso del PM di Milano, Piero Basilone, che si era opposto al non luogo a procedere nei miei, come di altri, confronti dichiarato dal Gip Banci Buonamici nel processo di primo grado. Mi auguro possa fare giurisprudenza per tutti quei processi ancora aperti e per tutte quelle ragazze e quei ragazzi ancora impegnati a difendere le nostre Idee nei Tribunali di tutta Italia”.

L e richieste del Procuratore Generale di Milano Pietro Basilone, che aveva presentato il ricorso chiedendo la condanna per gli imputati per aver fatto il “saluto romano” ed aver partecipato alla “chiamata del Presente!” non sono state accolte.
La Suprema Corte dunque,  ha confermato  la sentenza assolutoria di primo grado emessa dal G.U.P. di Milano il 10 giugno 2015, dichiarando inammissibile il ricorso del Procuratore Generale che insisteva nella condanna, ritenendo che condotte come “la chiamata del presente” e il cosiddetto “saluto romano”, costituissero reato ai sensi della Legge Scelba. Nello specifico, vengono ribadite le modalità rispettose e ordinate del corteo e l’assoluta inoffensività di un fatto che, secondo il Tribunale, non aveva alcun altro obiettivo se non quello di commemorare tre defunti, vittime di una lotta politica assai violenta, nelle fasi storiche nelle quali i delitti devono essere collocati.

Non sono riuscite a convincere i Giudici, le argomentazioni della pubblica accusa e dell’ Anpi, parte civile nel processo, che sostenevano che l’esposizione di striscioni e bandiere raffiguranti la “croce celtica”, fossero una simbologia notoriamente adottata da formazioni di ispirazioni nazi-fascista e per questo espressione di condotte perseguibili penalmente.

Tali tesi non sono passate, sia perché nazismo e fascismo hanno simboli, riferimenti culturali, e miti, completamente diversi, sia perché si legge in sentenza: “le manifestazioni, certamente di carattere fascista e con una indubbia simbologia fascista, erano rivolte ai defunti in segno di omaggio e di umana pietà e non avevano alcuna finalità di restaurazione”.

Si tratta di una pronuncia che costituisce un importante precedente, con buona pace di quella classe politica che teme il confronto democratico e si nasconde dietro a leggi liberticide, e che in nome dell’antifascismo si è riempito le tasche in questi settant’anni, lasciando un debito pubblico che sarà pagato dalle prossime generazioni, ed una nazione che è allo stremo ed è diventata lo zimbello d’Europa.

 

 

 

 

 

Category: Cronaca

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