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IL POETA DEL VENTUNESIMO SECOLO PUO’ VINCERE L’ESTINZIONE, MA COME?!

| 21 marzo 2017 | 1 Comment

Annibale Gagliani______

Nell’universo accelerato e consumistico dei giorni nostri, si parla di molti pseudo-comunicatori, professionisti mancati della parola, ma di pochi poeti. L’estinzione, quella fottutamente abominevole, dopo aver raggiunto i mammut, i dinosauri e nel pieno di un tallonamento ai panda, ha deciso di inseguire chi di versi si nutre o chi nel simbolo vola.

Dove sono i poeti del ventunesimo secolo?

Innanzitutto chiariamo un cortese e incalcolabile aspetto: sì, esistono ancora. C’è chi ha visto squassante poesia nelle periferie desolate del Barocco. Altri invece hanno goduto di essa sopra i bagliori fulminanti di Scampia. Altri ancora si sono sorpresi nel rintracciarla sotto i ponti autostradali della Brianza aristocratica.

Eh si, la lirica implode dove me te lo aspetti. Ma non basta inebriarsi dei colori lancinanti degli ultimi di Van Gogh, o degli urli contro la solitudine di Poesia in forma di rosa di Pasolini, o perché no delle sofferte leccornie vocali di Nina Simone: per poetare serve di più, molto di più, troppo di più, niente di più.

Il poeta che si diletta nel cuore della tradizione italica tra terzine, sonetti, ottave ed endecasillabi sciolti, o quell’altro – suo collega angusto – che distrugge proiezioni cervellotiche alla Palazzeschi-Prevért maniera, possono salvarsi dall’incomprensione (e perciò dall’emarginata desolazione) a una sola condizione:

egli deve tramutarsi in una spina nel fianco dell’uomo 3.0; deve imporsi come fiore velenoso del giardino sociale, lucente e incantevole, ma letale al tatto; deve ergersi a farfalla noir che sarà inafferrabile per chi non accetta l’anarchia della creatività – sventurato dissidente che non potrà mai aspirare alle fiamme del cielo artistico – .

I tempi ci richiedono una lotta umana valoriale senza precedenti, che solo la narrativa, la poesia e la saggistica (fuse insieme come sciabola inarrestabile) possono vincere contro “il nemico invisibile “.

La cultura leale che parte dagli asili nido fino ai centri anziani, la creatività libera e intellegibile da accarezzare nelle strade, e una voglia di assaporare la scoperta senza confini, possono disintegrare il muro che ogni nazione sta già costruendo al proprio confine. Un muro elastico, che accetta con piacere narcotico le dinamiche del mercato, ma che è pronto a diventare di piombo quando le differenze socio-culturali si surriscaldano.

Ed è qui che il poeta del ventunesimo secolo – folle, presunto tale – deve aprire gli occhi a tutti coloro, che non sono cittadini, politici o vip, ma semplicemente esseri umani:

essi hanno scelto di non interpretare la propria esistenza, e furbescamente, di delegare l’interpretazione di tutto ciò che di scomodo li passa davanti. Hanno deciso, fatalmente, di farsi interpretare la realtà da terzi, “senza nome”, sconosciuti mai visti, gettando nel loro stesso sterco una passione, un buon libro aperto, perlomeno mezzo ideale e la voglia di fare l’amore davvero.

Adesso il poeta eroe, archetipo del fante semplice, deve essere in grado di far reinterpretare la realtà all’individuo, stimolando in esso l’utilizzo degli strumenti migliori – e corroboranti – per poterlo fare. Deve restituirgli la cognizione del dolore, della sofferenza, di ciò che può essere irreversibilmente perduto.

Il brulicare ansimante della primavera, la potenza sconvolgente di un abbraccio, il brivido a basso costo della condivisione.

Se l’operatore sociologico di lirica non farà tutto ciò, evitando di alzarsi le maniche alla Valentino Mazzola e di tingersi la fronte di verde, sarà triste Venezia.

Risulta determinante solcare i campi, sporcarsi della polvere delle piazze o del sangue delle borgate, e solo dopo di che, si potrà puntare con vertiginoso raziocinio al Pirellone di Milano. Se ciò non avverrà, l’atto numero tre, ormai imminente, potrebbe riservare conseguenze disastrose, direi catastrofiche.

Sii ginestra poeta, contro i tempi avversi, contro i venti taglienti. Apri le porte del ginestrismo a questa umanità sopita dinanzi alla dura selva dell’inferno. Solo così sarai degno di un metro d’infinito.

 

7 marzo 2017,

Poveri poeti e ricchi ignoranti

Voilà!

 

Polvere futurista riaffiora

Dove le ali della storica prosa

Videro una doverosa aurora.

 

Orsù!

 

Nessuno celebra l’esistenza scabrosa

Ma la rettitudine da Taylor impiegata

Sul Castello Sforzesco chiesta in sposa.

 

Godiamo delle sofferenze.

Soccombere nel gaudio!

 

Per le tempie mormora la Traviata

Alla Scala imploderanno catarsi plebee:

baciale la mano sul velluto in cascata.

 

Ah, dimenticavo!

Ai piedi del Duomo

sanguinerai d’immenso.

G.A.

Category: Cultura

Comments (1)

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  1. Pierluigi Di Nardo Di Maio ha detto:

    Ma forse non è la condizione del ” poeta” che da secoli scrive in solitudine la sua voce/ e neanche di quelli che scendono nelle piazze o negli slam ad urlare e a confrontarsi con un pubblico ” morente” .
    La poesia ha sbloccato le sue forme è scesa nei locali notturni ma è la sua struttura originaria il suo problema, è corrotta.
    La parola che sia scritta o parlata è un concetto,un riflesso, un segno. questo segno è mediato,distorto.
    Anche la musica è come la scrittura, solo che non ha mediazioni di significato riguardo al linguaggio, o perlomeno il suo linguaggio è più incomprensibile e quindi più diretto.
    Io mi chiedo ancora come si può dar voce ad una cosa morta( seppur bellissima) e non mi sporcherò le mani. Non sono le azioni che rendono i figli liberi,si devono liberare da soli.
    Per il resto,ottima articolo !

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