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ASCOLTI, LETTURE, RIFLESSIONI, DA OKLAHOMA CITY DI J.J.CALE A VIGNACASTRISI DI AGOSTINO CASCIARO

| 7 agosto 2018 | 0 Comments

di Roberto Molle______

Quello che in un parallelo impossibile lega Oklahoma City, una delle città più popolose degli Stati Uniti del sud a Vignacastrisi, uno dei paesini più piccoli del Salento, sono due artisti per molti versi distanti, ma uniti da un sottile filo rosso, tenuto saldo da una purezza d’intenti che non manca di emozionare ad un attento confronto (ascolto-lettura) con una loro opera.

Il primo: John Weldon Cale (meglio conosciuto come J.J. Cale) nato nel 1938 e scomparso nel 2013, è stato uno dei musicisti più importanti e influenti degli ultimi trent’anni (devono molto a Cale e non lo nascondono più di una generazione di musicisti, tra questi, due non hanno bisogno di particolari presentazioni Eric Clapton e Mark Knopfler n.d.r.).

Il secondo: Agostino Casciaro, nato quindici anni dopo e tutt’ora (per fortuna) vivo e vegeto, è scrittore, poeta, scultore, ma soprattutto, uno di quegli operatori culturali che sin dagli anni Ottanta, sganciato da certo mainstream è stato artefice e – insieme a pochi altri – autore di diverse iniziative che, tranquillamente, possono definirsi di controcultura in un territorio (quello salentino) tenuto ostaggio per lungo tempo da ben definite “corti” accademiche, e da nessun altro.

 

Ora, questo preambolo per dire che, in un afoso pomeriggio di agosto, a ridosso di una controra infuocata, si è provato a tirare le somme del rapporto che va a instaurarsi nel tempo, con certe passioni. Per lo scrivente sono in particolare la musica e la poesia, e qui entrano in ballo J.J. Cale e Agostino Casciaro.

Il disco di Cale a cui sono particolarmente legato si chiama “Grasshopper”, pubblicato nel 1982, sicuramente uno dei più conosciuti. Caratterizzato da canzoni cortissime ma contenenti tutte le peculiarità del musicista. Con un sapore blues costante di fondo, un ritmo country tipico delle ballate, una sezione ritmica quasi funky quando serve, il particolarissimo stile basato sul fingerpicking che i fan di Knopfler ben conoscono, la voce calda, tenue eppure coinvolgente come poche, gli intrecci riuscitissimi di piano e organo che arricchiscono certi pezzi.

Spinte rock incisive ad intervallare le classiche ballate, incisi jazz ricercati e raffinati.

Grasshopper è un disco che riascoltato a distanza di trentasei anni mantiene tutto il suo splendore, e porta alla conclusione – fugando ogni dubbio – che i capolavori sono tali proprio per questo.

 

Di Agostino Casciaro è un libro, che apprezzo oltremodo, di poesie e di vita, quella che ordinariamente scorre qui al sud in certi luoghi ancora avulsi da quel turismo di massa che sta fagocitando l’identità stessa di questa parte di paese.

“Lungo i fiumi del profumo dell’origano” è il titolo di questo libro di poesie, e già un respiro lungo trasporta in un’altra dimensione, dove sono cristallizzati mondi ai quali, per accedere non servono codici particolari.

Pubblicato nel 2008, in realtà, il libro ha avuto una gestazione lunghissima (poco più di sette anni). Con un’introduzione scarna, fatta da due prefazioni sforbiciate fino all’osso, ridotte all’essenziale; poche parole, mirate, scelte per presentare un universo sterminato di emozioni, pensieri, memorie recuperate dal sottoscala delle stagioni. In questo: nel minimalismo dell’essenza, nell’aristocrazia del porsi, nell’umanesimo del pensiero, nella capacità affabulatoria, si esplica la personalità trasparente e determinata di Agostino Casciaro, disponibile ad ascoltare tutti ma libero di non scegliere nessuno.

Le poesie che stanno dentro “Lungo i fiumi del profumo dell’origano” sono piccole perle di vissuto, omaggi a persone e luoghi incontrati lungo il cammino, icone che si fanno metafore, volti che trasfigurano in una sacralità che affascina anche chi, è lontano da ogni fede possibile.

 

J.J. Cale e Agostino Casciaro sono così distanti ma anche, sorprendentemente vicini, entrambi refrattari alla notorietà, concentrati sull’essenza, generosi nei confronti dell’arte, semplicemente geniali nell’essere se stessi.

Tra ascolti, letture e riflessioni varie sono passate quasi tre ore. Nel frattempo la controra ha ceduto il passo ad una flebile brezza di scirocco, il terzo gatto arrivato da poco in famiglia si è addormentato sul pc, la voce di J.J. Cale in “City girl” profuma l’aria di suoni e il ramarro messapo di Agostino rimane immobile nella fissità delle parole di una poesia fatta canzone…Ma questa è un’altra storia.

Category: Cultura

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