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STORIA / DA QUEL BALCONE CONTRO LA POVERTA’

| 30 settembre 2018 | 0 Comments

Il giustizialismo peronista    

di Danilo Caruso (fonte InStoria) – e con un approfondimento su Evita Peron di Giuseppe Puppo (da “Ritratti del Novecento”).______

 

Il justicialismo è un sistema di pensiero politico formatosi in Argentina negli anni ’40 ad opera del generale Juan Domingo Perón (1895-1974): quand’era ancora colonnello era stato in Italia ed era rimasto colpito dagli esperimenti e dalla dottrina sociale fascisti.

 

Il golpe militare del 1943 sostenuto da ufficiali progressisti, di cui lui faceva parte, destituì un governo argentino che era controllato dall’oligarchia conservatrice borghese che controllava il paese attraverso i grandi latifondi e le grandi imprese, e che lo aveva posto alla mercé del capitale inglese e americano.

 

Perón (che qualcuno pensò fosse diventato comunista), avendo avuto nel nuovo regime la responsabilità delle politiche del lavoro, avviò una serie di significative misure, in collaborazione con l’altro colonnello Mercante (figura considerevole del primo peronismo), a difesa della classe lavoratrice: creazione dei tribunali del lavoro, stipula di contratti collettivi di lavoro, aumenti salariali, indennità di licenziamento, statuti del bracciante agricolo e del giornalista, regolamentazioni delle associazioni professionali, unificazione del sistema di previdenza sociale, pensioni, creazione dell’ospedale per i ferroviari, scuole tecniche per operai, proibizione di agenzie di collocamento private. Le condizioni della classe operaia e bracciantile argentina cambiarono a tal punto che a causa della sua popolarità il governo allarmato lo fece arrestare nell’ottobre del ’45 (allora era vicepresidente della repubblica, ministro della difesa, segretario al lavoro).

 

La colossale mobilitazione di popolo promossa dai sindacati peronisti costrinse la dittatura a rimettere in libertà Perón ed a garantire libere elezioni. Una marea di Argentini davanti alla Casa rosada in Plaza de mayo a Buenos Aires gridava a ripetizione: «Queremos a Perón!!!». Il quale il 17 ottobre (celebrato nel peronismo come el día de la lealtad) parlò dal balcone del palazzo presidenziale rassicurando tutti. Le elezioni si tennero nel febbraio del ’46 (il sistema amministrativo argentino ricalca quello statunitense): a suffragio maschile vinse Perón, senza brogli e senza raccogliere una maggioranza bulgara, per circa 1.500.000 voti contro 1.200.000. Aveva avuto contro uno schieramento di partiti che andava dalla sinistra alla destra, sostenuto dagli USA e dagli Inglesi che perderanno il controllo economico e politico dell’Argentina.

 

Durante il governo peronista, accanto al quale fu Evita (1919-1952), moglie del presidente ed infaticabile portabandiera degli umili e dei diseredati (abanderada de los humildes), il paese fu modernizzato sotto tutti i punti di vista. Perón attuò un programma che diede tanti risultati: nazionalizzazioni di servizi pubblici (ferrovia, telefonia, servizi del gas, etc.) e gestione statale del commercio estero in modo da liberarsi da condizionamenti stranieri; nazionalizzazione della banca nazionale e divieto di esportare i capitali per difendere lo sviluppo economico interno; case, infrastrutture (reti idriche e fognarie, etc.); politiche sanitarie (assistenza gratuita, aumento dei posti letto, campagne mediche contro malattie); diminuzione della mortalità infantile ed innalzamento del periodo medio di vita; comparsa della televisione (Televisión Radio Belgrano, oggi Canal 7); gratuità dell’istruzione, abolizione delle tasse universitarie, creazione dell’Università operaia, aumento del tasso di scolarizzazione; aumenti salariali, partecipazione agli utili d’impresa da parte dei lavoratori, periodi di vacanza per le loro famiglie a carico dello Stato; riforma agraria; politiche contro la disoccupazione; pensioni; etc.

 

Unitamente, la FUNDACIÓN EVA PERÓN, da Evita stessa diretta, operò meritevolmente su vasta scala per sollevare gli indigenti dal bisogno producendo molto: costruzione di ospedali, asili, scuole, colonie di vacanza, abitazioni, strutture di accoglienza per bambini, donne nubili, impiegate, anziani; promozione della donna, scuole per infermiere; borse di studio, sport per i giovani; aiuti alle famiglie più povere; etc.

 

Alcuni ne parlano come una macchina clientelare: perché aiutare il prossimo deve diventare clientelismo? E poi quale clientelismo nell’aiutare pure popolazioni estere sudamericane colpite da terremoti o persino il neonato Stato d’Israele? Qui, riguardo ad Israele, è opportuno soffermarsi poiché l’Argentina ospitò nell’ultimo dopoguerra criminali nazisti in fuga: il peronismo non era razzista né tanto meno antisemita; l’ospitalità garantita ai criminali di guerra (cosa che costituisce una macchia non ideologica) era un fenomeno precedente l’elezione di Perón alla presidenza.

 

Costoro furono protetti in un contesto che è più ampio, un contesto in cui l’Occidente li riciclava in funzione anticomunista (uno di loro in Usa fu addirittura dirigente della CIA) ed in cui gli storici parlano anche di responsabilità del Vaticano come centrale di smistamento. In Argentina (che già godeva di proprie grandi risorse) i Tedeschi portarono capitali imprenditoriali e non: averli protetti dalla giustizia internazionale dato che i militari argentini erano ammiratori di quelli tedeschi (non in quanto nazisti) è stato un errore di Perón e di tutto l’Occidente. I nazisti non condizionarono il peronismo: sennò perché nel 1951 Golda Meir, allora ministro del lavoro israeliano, si sarebbe recata in Sud America per ringraziare personalmente Eva Perón dei summenzionati aiuti della fondazione? Questa storia dei nazisti, di cui si seppe meglio quando il presidente giustizialista Menem fece aprire gli archivi nel ’92 è a metà strada tra opportunismo ed ammirazione formale.

 

Non ritorna a onore di Perón, ma non gli è interamente addebitabile poiché il regime del 1943-46 non era guidato da lui (lui era emerso nettamente nel ’44). La situazione che successivamente si trovò (e contro cui non intervenne) era condizionata pure dal sostegno che ricercava presso la Chiesa, coinvolta a detta degli storici nella faccenda. Il giustizialismo persegue la tercera posición tra il socialismo ed il capitalismo, si propone di conciliare tutte le classi sociali senza antagonismi e senza presentarsi come ideologia antagonista di altre: sia la dottrina sociale della Chiesa che il fascismo hanno espresso questo concetto di terza via.

 

Nel justicialismo l’economia è strumento del benessere collettivo e perciò deve sottostare al controllo ed alla regolamentazione pubblici pur rimanendo in una condizione di libero mercato.

 

Un’assemblea costituente, presieduta da Domingo Mercante, nel 1949 elaborò una nuova costituzione che incorporava i principi del giustizialismo. In particolare l’articolo 37 costituzionalizzava i diritti dei lavoratori (diritto al lavoro, a una giusta retribuzione, alla formazione, a condizioni di lavoro degne, alla preservazione della salute, al benessere, alla sicurezza sociale, alla protezione della propria famiglia, al miglioramento economico, alla difesa degli interessi professionali), i diritti della famiglia e i diritti degli anziani (elenco provenuto dal Decálogo de la ancianidad proclamato precedentemente da Evita: diritto all’assistenza, alla casa, all’alimentazione, al vestito, alla cura della salute fisica e morale, allo svago, al lavoro, alla tranquillità, al rispetto).

 

Qu

L’evitismo fu nel justicialismo una componente integrante determinante che spinse ancor di più verso il raggiungimento dei frutti raccolti. La figura di Mercante cadde nell’oblio dopo il suo fallito tentativo di succedere a Perón nel novembre del ’51. Il generale sarà rieletto a suffragio universale con circa 4.600.000 voti contro 2.300.000. Nel frattempo le donne, grazie all’instancabile impegno di Evita, avevano ottenuto il riconoscimento dei propri diritti: con una legge del ’47 l’elettorato attivo e passivo (ci furono infatti peroniste: 23 deputate, 6 senatrici, 109 parlamentari nelle province), con l’art. 37 della nuova costituzione (nella parte riguardante la famiglia) l’uguaglianza giuridica tra i coniugi, l’assistenza alle madri e ai bambini.

 

L’uguaglianza di diritti politici tra uomini e donne aveva comportato la nascita del Partido peronista femenino, cui spettava un terzo delle candidature giustizialiste. La prematura scomparsa di Eva Perón segnò un durissimo colpo per il popolo argentino che da allora non l’ha mai dimenticata. Il secondo mandato presidenziale di Perón terminò anticipatamente per via del golpe del ’55: egli se ne andò spontaneamente in esilio per allontanare il pericolo di una guerra civile. In quel periodo 1952-55 erano venuti a galla i contrasti tra Chiesa e peronismo: la prima cercava un proprio braccio di manovra politica in un partito democristiano a danno del Partito giustizialista, il secondo non tollerava l’ingerenza ecclesiastica negli affari pubblici.

 

L’episcopato argentino era contrario all’annullamento della discriminazione tra i figli illegittimi e quelli legittimi. Il Parlamento approvò una legge di equiparazione, l’altra sul divorziò, la legalizzazione delle case di tolleranza e puntualizzò la separazione tra Stato e Chiesa (l’insegnamento religioso nelle scuole fu abolito). Le alte gerarchie ecclesiali argentine erano alleate dell’oligarchia: nonostante tutto ciò la Costituzione del 1949 trattava con moltissimo riguardo il Cattolicesimo (lo sosteneva, e prevedeva che il Presidente dovesse essere di religione cattolica: era stato costituzionalizzato il diritto di patronato nella presentazione dei vescovi, beneficio di cui lo Stato godeva da tempo addietro), e le encicliche sociali erano considerate dal giustizialismo spunto ideologico e movente d’azione pratica (attualmente il Partido justicialista è affiliato all’Internazionale democristiana).

 

In politica estera l’Argentina peronista mirò infruttuosamente alla creazione di un terzo schieramento mondiale che s’incuneasse tra quelli di USA e URSS, un blocco dei Paesi latini d’Europa e d’America di cui divenir leader (nel ’46 aveva ristabilito relazione con l’Unione sovietica e durante la guerra di Corea aveva ignorato la richiesta d’invio di truppe rivoltale dagli Stati Uniti). Perón rientrò in Argentina nel 1973, quando i militari si arresero alla volontà popolare.

 

Le dittature post-peroniste avevano dichiarato fuorilegge il Partito giustizialista, revocata la Costituzione del ’49 e riaperto il carcere di Ushuaia (chiuso nel 1947 a causa delle sue pessime condizioni) per detenervi nemici politici, inoltre (cose non fatte nel 1946-55) messo al bando il Partito comunista e reintrodotta la pena capitale. Gli Argentini vecchi e giovani non avevano abbandonato il ricordo di quella società più giusta costruita con la passione di Evita e con la guida di Perón (per un secolo fino al 1912 era esistito il voto cantado ossia l’elettore al seggio rendeva pubblicamente noto per chi votava, il governo peronista aveva mantenuto il voto segreto; il dato nazionale sulla ripartizione dei guadagni d’impresa aveva assegnato nel 1948 il 53% ai lavoratori, laddove questo si era attestato al 44,4% nel ’43).

 

Negli anni seguiti al movimento del ’68 la terza presidenza di Perón (’73-’74, eletto con il 62% dei voti) fu condizionata dal suo pessimo segretario personale José López Rega, divenuto ministro, un anticomunista che alimentò tensioni sociali e persecuzioni politiche.

 

Un anno dopo la morte del generale fu costretto a scappare mentr’era presidentessa María Estela Martínez (Isabelita, terza moglie di Perón, succedutagli nella carica in quanto vicepresidentessa). Del ’75 era un progetto di legge giustizialista mirante a dare ai lavoratori una forma partecipativa nella gestione delle imprese.

 

Nel ’76 un nuovo golpe depose il governo democratico, l’ultima dittatura cadrà in seguito alla guerra delle Malvine. Iljusticialismo non disprezza il comunismo. Nelle lezioni di Evita alla Scuola superiore peronista si sottolinea come Marx mettesse a fuoco problemi reali, ma anche come la via della risoluzione traumatica non fosse la più adatta e la più congeniale all’instaurazione di un regime di giustizia sociale.

 

Dopo Isabelita i gruppi estremi della sinistra (peronisti e marxisti) furono perseguitati dalla dittatura duramente fino ad essere annientati (il triste fenomeno dei desaparecidos). I Montoneros erano seguaci del peronismo che ambivano al socialismo reale e che per cercare di esercitare pressioni su Perón si spinsero fino ad atti di violenza.

 

L’obiettività richiede che si accenni alla storia dei presunti depositi bancari svizzeri di Evita e Perón per dire che questa si è rivelata una fantastoria dato che nessuno li ha mai trovati: un’ipotesi, a questo punto, più “storica” suggerisce di vedere nella visita in Svizzera di Eva Perón, durante il suo viaggio in Europa nel ’47, lo scopo di effettuare dei controlli medici personali.

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L’APPROFONDIMENTO/  Evita Peron / da “Ritratti del Novecento” di Giuseppe Puppo ( su www.giuseppepuppo.it)

 

 A volte le favole esistono nella realtà.

Questa è stata già raccontata, nell’ordine, da: un musical, di Andrew Webber e Tim Rice; un telefilm; due libri, di Tomas Martinez e Alicia Ortiz; un film di successo, di Alan Parker.

Ma tutti hanno insistito sugli aspetti spettacolari e hanno privilegiato gli elementi di fanatismo e di irrazionalità, che pure non mancano, in una vicenda talmente straordinaria, da sembrare incredibile.

Nessuno ne ha tratto però la morale, che è una morale politica.

A cominciare da quel termine, “peronismo” che, se non rimosso del tutto, è diventato di valenza negativa, mentre, al contrario, fu il modello più concreto di ridistribuzione della ricchezza e il tentativo più reale di giustizia sociale.

Ma cominciamo dalla favole.

C’era una volta un villaggio di poche case di campagna, in Sud America, Los Toldos, che cerchereste invano sulle carte geografiche, abitato da contadini poverissimi e sottoposti alle angherie di un feudatario. Non era il Medioevo, siamo già nel Novecento.

Qui, dalla cuoca della «fazendas» del proprietario terriero, di lui figlia illegittima, nel 1919 nacque quella che sarebbe diventata la personalità politica più carismatica mai apparsa sulle scene del mondo, a incarnare l’immagine della speranza del suo popolo alla redenzione sociale, non nell’ aldilà, ma già su questa terra, se non altro a un’esistenza meno miserabile e meno sofferente.

Eva Maria Duarte era una bambina inquieta e vivace. Un giorno, trafficando in cucina, si rovesciò una pentola di olio bollente sul viso: le rimase così una carnagione pallida.

Andava sempre di fretta, in un vitalità incantata, quasi magica. “Voglio affacciarmi al mondo come chi si affaccia a una collezione di cartoline” spiegò alla madre.

Sensibile e intuitiva, correva incontro al suo destino, convinta che il tempo fosse l’unico suo nemico. A quindici anni, Cenerentola andò via di casa e si stabilì a Buenos Aires, dove cominciò a fare la ballerina nel locali notturni.

Intanto il suo Principe Azzurro aveva fatto l’accademia militare in Italia, dove apprezzò le realizzazioni di carattere sociale del fascismo. Tornato in Argentina, aveva fatto una carriera talmente rapida e brillante da essere nominato ministro del lavoro dalla giunta militare, una delle tante che periodicamente si alternavano al potere.

Si era sul finire del 1944, quando il destino accelerò il suo corso.

Una di quelle notti l’intelligente e ambizioso Juan Domingo Peron andò al night e trovò l’ amore. L’attrazione fu irrefrenabile e l’unione divenne solida quanto proficua.

Evita si tinse i capelli di biondo e cominciò a incidere sui progetti del suo Principe Azzurro, con il quale sarebbe di lì a poco entrato nel castello incantato, la mitica Casa Rosada.

“Quando si rammollisce, lo risveglio io con un calcio!” confessò più volte in seguito, diventata sua moglie.

Aveva già comunque egli intuito che un regime non poteva reggersi sulla forza delle armi, come era sempre successo là, ma che aveva bisogno del consenso popolare, come invece non era successo prima.

Esercitando in maniera innovativa la sua carica istituzionale, aveva fondato un sindacato, che sarebbe diventato successivamente l’omonimo partito.

Promise al lavoratori quella giustizia da sempre a loro negata, e ai disperati quella dignità a loro sempre rifiutata. 

La sua popolarità crebbe rapidamente a tal punto che i colleghi militari, un po’ impauriti, un po’ invidiosi, lo fecero arrestare nell’ estate del 1945.

Quando la notizia si diffuse, trecentomila lavoratori, pronti a tutto pur di liberare il loro leader, si radunarono a Buenos Aires, per ascoltare la parola della moglie, che li aveva prontamente mobilitati.

Faceva molto caldo quel giorno.

Aspettando il comizio, qualcuno cominciò a togliersi la camicia, subito imitato dagli altri. 

Nacque così quel giorno il mito dei “descamisados” e insieme ad esso il mito di Evita.

Il regime militare dovette cedere alle pressioni della piazza e liberare Peron.

Nei pochi anni in cui rimase al potere realizzò buona parte del suo programma “giustizialista”, mutuato dalla politica sociale del fascismo: i lavoratori ebbero una legislazione che li tutelava, le ferie retribuite, l’indennità di malattia, la tredicesima mensilità, l’assistenza continuativa; i disoccupati trovarono lavoro; alle donne furono riconosciuti i diritti sociali, compresi quelli elettorali.

Valorizzò la produzione autarchica di grano e di carne e ridusse la preponderante influenza britannica sull’economia argentina.

Esautorò dai centri di potere decisionale la vecchia oligarchia e favorì l’ascesa della nuova piccola e media borghesia rappresentata dai figli degli immigrati, soprattutto italiani.

Non si scordò della sua patria di adozione, dove era stato educato, né di essere presidente di uno Stato – l’Argentina -che da tantissimi lavoratori italiani era stato fecondato: quando Alcide De Gasperi lanciò una richiesta di aiuto per gli Italiani affamati dell’immediato Dopoguerra, Peron mandò navi cariche di carne e di grano.

Nell’estate del 1949, inoltre, Evita soggiornò a Bordighera: e ancora oggi il lungomare della ridente località della riviera si chiama “degli Argentini”.

Contemporaneamente, in patria “la presidentessa” si incaricava personalmente di far costruire dappertutto case, scuole, ospedali, centri di assistenza per la maternità e l’infanzia.

Spediva in ogni angolo del vasto territorio argentino treni carichi di dolci, giocattoli e vestiti.

Riceveva ogni giorno alla Casa Rosada i bisognosi e nessuno se ne andava a mani vuote: fosse pure una dentiera per gli anziani, un abito da sposa per le signorine.

Poi il destino si compì.

Nel 1954, di fronte a un milione di descamisados che l’ acclamavano e che l’avrebbero voluta vice-presidente, Peron disse alla moglie che non poteva accettare e, alla sua richiesta di spiegazioni, le rivelò il terribile segreto, a lei ancora ignoto, di cui egli era invece già a conoscenza: le era venuta una forma inguaribile di cancro e le restavano oramai pochi mesi di vita.

La malattia ebbe infatti un decorso rapido e maligno, senza che nessuno potesse fermarla, tanto meno i tentativi di esorcismo messi in atto un po’ dappertutto.

Evita fu costretta a letto, fra atroci sofferenze e mori dopo pochi mesi, alla fatidica età di trentatré anni, il 26 luglio 1954.

Nel testamento stabilì che tutti i suoi beni fossero usati per aiutare il, popolo argentino.

“Don’t cry for me, Argentina”, come nel titolo della celebre canzone nel musical di Webber&Rice…Aveva invocato l’Argentina di non piangere per lei.

Ma tutta l’Argentina la pianse a lungo.

Era stata prontamente imbalsamata e da morta sembrava ancora più bella.

Rimase nella camera ardente per tredici giorni: tutti vollero baciarla, o almeno sfiorarla con un dito.

La gente singhiozzava senza ritegno per strada; nelle città e nei villaggi si batteva il petto e si strappava i capelli senza pudore.

Le lunghe esequie furono letteralmente ricoperte di fiori, rose in prevalenza.

 L’imperatore del Giappone fece bombardare di crisantemi i viali di Buenos Aires da aerei appositamente mandati in estremo e grandioso omaggio.

Il cadavere di Evita venne conteso fra gli ammiratori, che avrebbero voluto deificarla e chi invece, certi settori delle forze armate, per sete di potere, lo voleva far sparire, per liberarsi dell’ ingombrante fardello: Peron si era messo contro taluni ufficiali e taluni vescovi.

A Roma, in Vaticano, fra l’ altro, giunsero in due anni quattrocentomila lettere di Argentini che, adducendo prove della santità della loro amatissima venerata, ne chiedevano la rapida beatificazione ufficiale.

Nel 1955 un golpe rovesciò Peron, odiato da militari nemici.

Non si rivolse al popolo, come avrebbe potuto fare con sicuro successo, per rimanere al potere, ma, onde evitare una sanguinosa guerra civile, preferì andare in esilio.

A Madrid gli fu riportata nel 1974 la salma della moglie, sepolta nel frattempo a Milano sotto falso nome ed egli stesso la riportò a Buenos Aires nel 1974, quando ritornò al comando della nazione, sia pure per poco, giusto prima di morire.

Ma la favola bella era già finita.

Il resto è storia recente.

Evita riposa in pace nel cimitero de la Recolata della capitale argentina.

Ancora adesso ogni giorno c’è qualche anziana signora che continua a piangere per lei.

Category: Costume e società

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