SE UN ATTORE FINISCE COL FARE LE MOZZARELLE PER MESTIERE. LO SPETTACOLO TEATRALE “Andrea Fortis” DI ALDO AUGIERI IN SCENA A LECCE IL 17 E IL 18

| 15 luglio 2020 | 0 Comments

di Michela Maffei______

Questo spettacolo è anche un urlo disperato, qualcosa che invoca il coraggio di essere inattuali, cinici, antipatici, pur di restituire allo spettatore qualcosa di inatteso, di non visto, di non sentito.

Il pericolo altrimenti è quello di diventare funzionari della cultura o di ammalarsi di una strana malattia che attanaglia i nostri tempi,  si diventa malati di Carmelo Bene, malati di Vittorio Bodini, malati di Virginia Woolf, malati di Alda Merini, malati di Pablo Picasso, andando avanti così ci si trasforma inesorabilmente in pose, pose letterarie, pose teatrali, destinate solo a compiacere il pubblico, insomma l’attore se non si deciderà a portare in scena la propria pelle, tra breve, diventerà quello che già si mostra di essere, cioè un fenomeno di attrazione per turisti, un prodotto territoriale e non più una minaccia sociale, una minaccia per certi poteri sociali”.

 

Con queste parole Aldo Augieri spiega da dove nasce il prossimo lavoro teatrale dal titolo “Andrea Fortis” che andrà in scena il 17 e 18 luglio alle ore 21 a Lecce presso la sede di Asfalto Teatro, in via Birago 60.

 

Con le sue parole Augieri fa riflettere sullo stato e sul destino non solo del teatro, ma dell’arte in generale e perfino sul concetto di cultura.

I filosofi neo-marxisti Max Horkheimer e Theodor W. Adorno parlavano di “industria culturale” (in origine cultura di massa) per indicare il processo per cui in ogni settore della cultura vengono confezionati dei prodotti destinati apposta al consumo di massa. Essa integra dall’alto i consumatori, specula sullo stato di coscienza e di incoscienza di milioni di persone a cui si rivolge. I prodotti dello spirito diventano le merci culturali dell’industria e sul mercato ad opera che distruggono l’autonomia dell’opera d’arte, alla ricerca del profitto e del controllo sociale totale.

 

Senza entrare nel merito della critica, possiamo chiederci: cos’è la cultura? È senz’altro un prodotto dell’uomo ed uno strumento che si basa sull’azione e la narrazione. La domanda cardine è: in questo sistema l’uomo di cultura e nello specifico l’attore cosa fa? Trasmette un messaggio, offre un prodotto, rappresenta se stesso o la vita dell’Altro, elabora una poetica individuale o universale?

 

La risposta può essere contenuta nella relazione tra tutti questi elementi, il teatro può essere una forma gestaltica, unificata, un’unità in cui tutte le parti sono interdipendenti.

 

Augieri precisa che “questo spettacolo è una riflessione amara sul teatro e su cosa comporta avere e nutrire dentro di sé questa passione. Il protagonista, dopo una lunga carriera teatrale, ormai dimenticato da tutti, sposa una donna, proprietaria di un caseificio e lì lavora facendo mozzarelle e lasciandosi andare a continue digressioni sull’arte dell’attore.  Abbiamo riflettuto su questa condizione nella quale ci troviamo ormai da decenni, noi teatranti, costretti a confrontarci con i maestri, con i giganti del passato, sempre con questo stato di eterna frustrazione che ci accompagna. Il teatrante è una creatura particolare che spesso rimane vittima delle sue fantasie, della sua immaginazione, delle sue letture, identificandosi con i personaggi e i miti del passato, perdendo completamente aderenza con la sua storia personale…

Oggi lo sforzo più vitale da fare secondo me è proprio quello di svincolarsi, smetterla di vivere il confronto solo da un punto di vista emulativo, oggi si ha paura di guardarsi allo specchio, si ha paura di essere criticati, si ha il terrore di non piacere, è diventato impossibile confrontarsi, siamo diventati persone che si auto-promuovono, si auto-esaltano, si auto-incentivano, si auto-proclamano, si auto-pubblicizzano”.

Il regista desidera anche sfatare una certa aura di sacralità, a vantaggio del coraggio dell’inatteso e della crescita, affermando che “questo è anche un lavoro che parla di specchi e di sovrapposizioni… cosa ce ne facciamo di una citazione se con quella citazione non siamo capaci di proseguire il discorso, di andare avanti? Oggi si cita assumendo il tono della citazione, ma non ci si fa contagiare dalla citazione. Studiare, approfondire un autore dovrebbe fornire la forza per poter poi inventare altro”.

 

Entrando nel particolare della scrittura teatrale, Augieri spiega: “Abbiamo scritto il testo in tre, io, Antonia Sansonetti e Giuseppe Vergori, in scena oltre a noi ci sono anche Beatrice Perrone e Silvia Bressan, la scenografia è allestita da Daniele Sciolti, gli oggetti di scena sono stati creati da Fattidicarta Coop-Sociale”.

 

Infine Augieri ci lascia con altre domande e propone una tesi: “Cos’è oggi un attore? Una macchina di intrattenimento? Uno che somiglia? Uno che imita? Uno che fa riflettere? Uno che solleva questioni sociali e ambientali? Quanta responsabilità diamo a questo buffone?

E intanto che fine ha fatto la ricerca? La visione? Quella che un tempo si chiamava la cifra stilistica? La poetica?

Noi siamo convinti che confrontarsi con i maestri sia fondamentale ma è altrettanto necessario osare, spingersi, varcare la soglia, non accontentarsi”.

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Per info e prenotazioni: Cell. 3382433222

Biglietto intero 10 euro

Biglietto ridotto per studenti 8 euro

Category: Cultura, Eventi

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