LECCE, LA CITTA’ DELLA SOLITUDINE / ANNA

| 9 ottobre 2020 | 4 Comments

(g.p.)______Ho controllato, la canzone uscì nel 1970, quindi presumibilmente parliamo, subito dopo, dei primi anni Settanta. Io avevo più o meno 13 anni, vivevo a Santa Rosa.

Un giorno, all’improvviso, la tranquilla e monotona mattinata di una vita che si consumava senza fretta, in cui qualunque circostanza era buona per inventarsi un’occasione, fra le decorose palazzine Ina casa che si susseguivano per il quartiere, venne ‘movimentata’ da un singolare episodio.

Da uno dei gruppi di costruzioni basse e ben disposte con le zone verdi davanti  si sentì – a distanza – proveniente da una di quelle abitazioni – una canzone ‘sparata’ a tutto volume. e un nome femminile che fra i lamenti musicali e umani collegati rimbalzava tutt’intorno,  per quanto l’eco amplificata e la tecnologia dell’epoca potesse permetterlo. Subito dopo, un bis, e un tris.

Sembrava finita lì, era stato un episodio di chissà chi e di chissà che, pensarono tutti.

Invece no.

La potentissima audizione pubblica andò avanti pure nei giorni seguenti.

Anche di sera.

Anche di notte.

Volume della musica sempre più forte e grida umane sempre più disperate.

Intanto, i vicini avevano ovviamente identificato il singolare disk jockey, e gli avevano parlato. Soprattutto gli avevano parlato gli amici del quartiere: era il loro uno dei gruppi di ventenni e passa, “i grandi”, come li chiamavamo noi, quindi con un decennio e passa d’età in più di me e della mia combriccola. Comunque tutti in breve seppero perché uno dei giovani “grandi” del quartiere a un certo punto del giorno o della notte si barricava in casa, metteva su quella canzone a tutto volume e ci urlava appresso, sotto e sopra.

Sottolineo: gli PARLARONO.

Era successo che quel giovane “grande” si era innamorato e non era stato ricambiato dalla sua prediletta, oppure era stato lasciato di brutto da lei, adesso non so bene come andarono i fatti, e comunque la sostanza non cambia.

Era uscito fuori di testa, era diventato folle per amore, come Orlando aveva perso il senno, e non avendo versi per elaborare il lutto, usava le note musicali.

Era la sua solo una disperata richiesta di aiuto.

Gli esperti però la chiamerebbero depressione, la definirebbero “malattia” e la curerebbero con gli psicofarmaci, quando invece certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che urla per uscire, una reazione alle difficoltà e alle amarezze che la nostra esistenza spesso riserva a tutti.

Non mi ricordo più come si chiamasse lui, mi ricordo solo il soprannome, ma tanto non importa.

Inutile dire poi come si chiamasse lei, con quel nome che portava.

Intervenne il vicinato. Gli PARLARONO, lo curarono così. Lo fecero sfogare, lo consigliarono, nel modo migliore possibile, stettero a sentirlo, cercarono di ripigliarlo, in qualche modo.

Quando quello si richiudeva in casa e intorno si risentivano le prime note, gli amici del quartiere – i giovani “grandi” – andavano a bussare alle finestre di casa sua al pieno terra, si facevano aprire, lo portavano a giocare a pallone nelle vicinanze – una cosa che gli piaceva fare molto, anche con noi più piccoli – lo caricavano in macchina e lo portavano in giro.

Dopo un po’ di tempo, lo vedemmo ritornare a tirare calci al pallone di noi più piccoli, con i quali faceva il gradasso, vantando improbabili meriti calcistici.

In breve cessò pure la diffusione straordinaria di note e urla.

Era “guarito”.

***

Ora, per favore, provi chi mi ha gentilmente fin qui seguito a immaginare cosa sarebbe successo oggi, cinquant’anni dopo, insomma, cosa succederebbe adesso con un caso simile.

Verosimilmente succederebbe – è successo, mutatis mutandis a tanti – una sequenza del genere: telefonate ai Vigili, Polizia, Carabinieri; esposti in Procura; pugni sui muri e botte con le scope sulle pareti da parte dei vicini; isolamento sociale dell’innamorato uscito fuori di testa; qualche messaggio WhatsApp, qualche timido riscontro a distanza da parte degli amici; solitudine acuita e senza controllo con l’alibi dell’impossibilità ad aiutare da parte di tutti, vicini e conoscenti; intervento di psichiatri; probabile Trattamento Sanitario Obbligatorio; emarginazione totale.

***

Ho avuto molte reazioni ieri, sia pubblicamente, sia privatamente, a quello che avevo scritto sul caso del “barbone” trovato morto in centro a Lecce.

Al solito, ringrazio per gli elogi e li archivio; rifletto invece in maniera approfondita sulle critiche.

Forse, non sono riuscito a spiegarmi bene.

“La Patria? E chi ce l’ha?” – è stato uno dei commenti. Appunto: non abbiamo più Patria – il sostantivo nella fattispecie era evocato per una citazione di versi di Giuseppe Ungaretti, che mi parevano adattarsi bene alla situazione –  intesa come Comunità, Identità, Solidarietà, Appartenenza, Partecipazione concreta e non di facciata.

Poi, certo,

“Non riusciamo più ad occuparci del vicino di casa” – ha scritto un altro, che ringrazio particolarmente, anche perché mi ha fatto ricordare in un flash tante cose e, come direbbe Gerry Scotti, mi ha permesso di aprire quel cassettino della memoria, in cui tenevo celato l’aneddoto che ho voluto raccontare qui sopra.

Considero la perdita dell’economia sociale del vicinato la causa della mancanza di Comunità, Identità, Solidarietà, Apparteneza, che ha generato questa lacerante solitudine di una città indifferente, se non ostile, che ci circonda.

Continuerò a riflettere sulle modificazioni epocali nel frattempo sopravvenute, e quando avrò le idee più chiare cercherò di spiegare perché ho scritto ieri, profondamente convinto di ciò, che “tanto i Leccesi tutti stanno scomparendo”.

Infine, certo: ci sono i dormitori, alla Caritas danno da mangiare, è una “scelta” loro, dice.

Non c’è però più la Comunità, non ci sono Identità, Solidarietà, Appartenenza, sostituiti da logiche egoistiche, consumistiche ed affaristiche.

Cinqunt’anni fa, il mio conoscente giovane “grande” superò la crisi esistenziale.

Oggi, sarebbe diventato nel peggiore dei casi un assassino, un emarginato senza rimedio nel migliore.______

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LA RICERCA  nel nostro articolo di ieri

LECCE, LA CITTA’ DELLA SOLITUDINE / IN MEMORIA

 

 

 

 

 

Category: Cronaca

Comments (4)

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  1. Pierluigi Caiulo ha detto:

    Caro Direttore, si è smarrita non solo “l’economia sociale del vicinato” ma la capacità di ascoltare. La “socializzazione” digitale ha acuito questo gap, rendendoci più egoisti e più inclini a criticare che a costruire. Noi nel nostro piccolo, con un gruppo di amici, abbiamo voluto dare un segnale all’interno della nostra comunità, costituendo un’associazione. Forse un piccolo farò nel buio sociale ed istituzionale del nostro quartiere, ma ci crediamo e ci siamo messi in discussione. Prossimamente ci presenteremo alla comunità con i nostri obiettivi e finalità.
    Grazie e buon lavoro!

    Pierluigi Caiulo
    Pres. Rione Santa Rosa APS

  2. Giuseppe Schiraldi - tramite Facebook ha detto:

    Pienamente d’accordo caro Giuseppe…..l’imbruttimento della societa’, dovuto alla classe politica che abbiamo avuto in questi ultimi decenni e’ ormai acclarato. Le tradizioni sono abbandonate, l’educazione e’ un optional…..l’amicizia si e’ ridotta a conoscenza…..la famiglia si e’ disgregata….la solidarieta’ si fa solo per ricevere un compenso…..ci sarebbe tanto da dire……poveri figli nostri!!!!!

  3. Ornella Paiano - tramite Facebook ha detto:

    …basterebbe forse ritornare ad essere gentili anziché rabbiosi. La gentilezza è un modus che si è perso

  4. Anna Maria Miloro - tramite Facebook ha detto:

    Purtroppo la fretta (di fare cosa poi?), il porsi sempre un gradino più su rispetto all’altro, la perdita dell’ Humanitas, o sopratutto la paura dell’altro hanno trasformato la nostra società. La diffidenza, ha tolto molto, mi vengono in mente le tante volte che da piccoli siamo rimasti dalla vicina di casa o viceversa i figli della vicina sono rimasti da noi, le tante volte che al Livio Tempesta si andava in gruppo e non con tutte le mamme, ne bastava una…. E poi tanto altro e altro ancora.
    L’ indifferenza oggi è la nostra unica amica

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