ALLA SCOPERTA DELLA “Shakespeare &Co”, LA MITICA LIBRERIA DI PARIGI CHE FU L’OMBELICO DEL MONDO CULTURALE. ADESSO, CENTO ANNI DOPO, LOTTA PER SOPRAVVIVERE, E CHIEDE AIUTO: “Temps difficiles”

| 8 novembre 2020 | 3 Comments

di Mariangela Rosato______

Sono arrivata a Parigi da due giorni o tre, non ricordo più, e già girovago per le vie del centro a trovare un posto dove andare e in preda ad un sentimento di onnipotenza. Un semplice abbruciamento che ha contaminato la vista e si esaspera con le voci degli altri che mi ruotano intorno.

Avanzo girando la testa in tutte le direzioni in maniera a tratti convulsa – tralasciare anche solo il minimo dettaglio recherebbe disagio ai ricordi – e non mi preoccupo dei minuti che scorrono e della pioggia che inizia a cadere a piccole gocce.

Neanche gli altri sembrano prestarci troppa attenzione. Continuo a camminare e gli occhi si dilatano, restano immobili.

Gli altri attraversano la strada tutti in branco anche se qualcuno si ferma ai tavoli dei bar, guarda l’orologio e sbuffa. L’ora di pranzo è ben che andata. Qualcuno si avvicina alle bancarelle dei bouquinistes, prende un libro pieno di polvere e lo sfoglia una pagina dopo l’altra come con la testa mangiata dalle parole all’interno.

“Venez, venez, on va par ici”. Un gruppo di ragazzi mi grida alla destra come un suono di eccitazione e si intrufola in una via quasi deserta.

Mi dico: “chissà cosa ci sarà al di là della strada.” La curiosità inizia a montarmi nel petto. Aspetto che si incamminino e poi- non pensando a nulla – li seguo. Non so dove i miei passi mi porteranno, ma non importa. Il mio passo é deciso. “Brrrrrr” I denti mi tremolano, metto le mani nella tasca del cappotto. Il freddo è tagliente e anche le labbra iniziano a sentirne le conseguenze spaccandosi ai lati. “Brrrrr”. Il mio passo é ancora deciso. I ragazzi che mi avevano aperto la via non li vedo più, si saranno dispersi di nuovo nel branco della gente. “Ah no, eccoli lì. Ma dove vanno?”.

La gente è tutta ammucchiata, ha nelle mani bicchieri di vino, sorride. Sono arrivata alla fine della strada e voglio vedere cosa sia questo fracasso. Di fronte a me c’é Notre Dame pullulante di bandierine sventolate da guide turistiche e di cartine aperte per capirci qualcosa di tutte quelle viuzze. Io non uso cartine, preferisco perdermi. Mi avvicino al branco di gente, anche i ragazzi di prima sono lì.

Riesco a vedere un’insegna “Shakespeare &Co” tutta di color giallo ocra con le lettere maiuscole marcate in nero e con la “S” di Shakespeare impregnata di rosso vivo ben visibile. E’ una piccola casetta verde, con due finestrelle aperte verso la piazza e con centinaia di libri attaccati uno accanto all’altro, da poter farmi cadere in un’overdose letteraria.

“Pardon”, tutti sono con i libri in mano. “Désolée, pardon”, mischiano l’inglese al francese in un gioco continuo e divertente di allusioni scabrose.

“Sorry, sorry”, mi faccio piccola e prendo spazio tra la calca. “Finalmente” penso e varco il confine. I libri sono ovunque, di tutti i colori, di tutte le taglie.

 

I corridoi stretti, le poltrone colorate mi fanno ritornare bambina con gli occhi che si spalancano tutti e due soli e non riescono a chiudersi. Mi muovo a piccoli passi, con fare lento. E vorrei quasi prendere tra le braccia tutti quei libri che mi circondano e divorarli uno ad uno. Metto avanti prima un passo e poi l’altro, il capo levato, lo sguardo fisso: non posso permettermi di perdermi niente di quello che vedo.

“Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise”. La frase che leggo scritta su un  di foglio di carta attaccato al muro, sopra un ritratto dell’epoca di Ezra Pound, mi prende il petto: sembra parlare di me.

Continuo a camminare un passo dopo l’altro e poi l’altro con la testa dispersa ed è lì che il piede ferma il suo andare. Abbasso gli occhi, c’è un materasso steso per terra con quattro ragazzi seduti, le scarpe ai lati del letto, fogli di carta sparsi sulla coperta. Hanno tutti un libro, un quaderno accanto, una penna o una matita tra i denti. Uno di loro mi rivolge lo sguardo e poi si rigetta nelle pagine. Mi volto, eppure quello che fanno mi incuriosisce. Lascio il libro di Shakespeare che avevo tra le mani e mi dirigo verso l’altra pièce. Prendo un libro a caso.

Le stanze della libreria si riempiono ed un coro forte si leva all’improvviso. “Let’s go with us”, una ragazza mi dice mentre lascia il libro sul tavolino e si avvia verso la calca a cantare. Annuisco e continuo a camminare con fare lento cercando di leggere quanti più titoli possibile. Scaffali e scaffali di libri circondano me e tutti quelli che nella stanza continuano a sfogliare le pagine.

Non è il coro a tratti stonato a distrarmi, ma piuttosto un foglio “About becoming a Tumbleweeds” e una lavagnetta con una grande scritta di gesso rosso e bianco “Sylvia Beach 1887-1962, founder of the first Shakespeare &Co 1919-1941. Half bookstore and half lending library”

In basso si legge che tra i clienti del posto ci sono stati Ezra Pound, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Jannet Flanner, F.Scott Fitzgerald, T.S Eliot, autori per i quali la libreria  è stata una banca, un ufficio postale, un ritrovo di amici.

Continua ancora dicendo che Silvia Beach è stata la prima a pubblicare nel 1922 l’Ulisse di James Joyce, scoperto da Ezra Pound, quando nessun altro avevo osato farlo. E ancora che Sylvia Beach, riunendo scrittori francesi, inglesi, americani, irlandesi è riuscita a fare più di quattro ambassadors messi insieme.

Non riesco a staccarmi da quella lavagnetta e contemplo con occhi spalancati la scritta “Tumbleweeds” di cui voglio saperne di più. “Do you want some information?” Sono troppo assorta tra i pensieri per rispondere su due piedi, avevo così tante cose in mente mischiate una sull’altra che sembrava non ne avessi nessuna.

Il signore era alto e anziano, una giacca con ghirigori colorati ed un libro di Shakespeare in mano- avrei voluto tanto sapere cosa fosse. Prende lui per primo la parola e mi racconta che i Tumbleweeds sono scrittori ospitati dal proprietario della libreria e che passano giornate intere oppure anche solo una nottata tra gli scaffali dei libri, stesi sui letti sparsi a sfogliare le pagine e a scrivere le loro biografie.

Mi sembra così surreale che le domande escono fuori una dopo l’altra. Mi racconta che quella è l’erede della libreria di Sylvia Beach costretta a chiudere nel 1941, anno dell’occupazione nazista di Parigi. Mi dice poi, che nel 1951 un certo George Whitman, all’età di 37 anni, aprì la sua libreria proprio lì, di fronte a Notre Dame al 37 Rue de la Bucherie. Quel George era chiamato il “Don Quixote of the Latin Quarter” e aveva scelto per la sua libreria un vecchio edificio, prima un monastero: da qui il nome Le Ministral, diverso da tutti quei grandi palazzi stile Hausmann che si trovavano al centro di Parigi. E l’aveva scelto per la sua natura minuta e i soffitti alti come un tempo in città.

“Perché la libreria ha cambiato nome?”- il suo modo di fare era buffo, il suo stile così eccentrico. Mi racconta che Sylvia Beach frequentava spesso quella libreria e che invitò, nel giorno del quattrocentesimo anniversario di Shakespeare, quel George bizzarro, che così pazzo accettò, a riprendere il nome di Shakespeare & Co. E da allora gli scrittori anglofoni continuano a frequentare la libreria, le biografie dei Tumbleweeds a scriversi, i libri ad occupare gli scaffali.

 

Due giovani vengono nella stanza e interrompono il suo racconto: “Oh George, you are here! Come to sing with us”. L’uomo inclina la testa, fa un sorriso buffo, mi tende la mano porgendomi il libro di Romeo e Giulietta di Shakespeare e mi dice: “Hi, I’m George Whitman, nice to meet you new Tumbleweed! Benvenuta nella tua nuova casa!” .

 
Ripasso ora dal 37 rue de la Bucherie, ma non c’è nessuno che fa la fila per entrare. La porta è chiusa e i libri restano impolverati sui loro scaffali perché nessuno li apre più. Non si sente la musica del pianoforte. Le persone che mischiano il francese con l’inglese sono sparite. La piazza di Notre Dame è deserta.

Il ricordo ritorna a quelle giornate quando conobbi George, al mio soggiorno tra i libri e a quando la libreria era un luogo di ritrovo per molti. Ma la malattia ha colpito anche loro e quello che rimane in questi giorni è solo un biglietto attaccato alla porta per chiedere aiuto intitolato “Temps difficiles” e con su scritto:

“Grazie mille a tutti voi che vi siete fatti avanti chiedendoci come potete aiutare la libreria. Stiamo cercando di trovare un modo per andare avanti nonostante le nostre perdite siano dell’80% da marzo. Shakespeare &Co è una comunità (una comune) di cui tutti voi fate parte. Siamo qui oggi, quasi settant’anni dopo grazie a te. Con gratitudine, Shakesepare &co.” 

Category: Costume e società, Cronaca, Cultura, Eventi, Libri, reportage

Comments (3)

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  1. laura ha detto:

    Complimenti per il pezzo scritto interessante
    Salviamo la cultura

  2. Elena Vada ha detto:

    È l’incanto del libro e della scrittura, il desiderio del leggere e della cultura. È la magia dell’habitat. Libreria. Quasi Paradiso per me, dopo il palcoscenico. Racconta ancora… Mariangela…

  3. Mariangela Rosato ha detto:

    Grazie mille Elena e Laura per i complimenti, continuerò senz’altro. A breve usciranno nuovi testi…

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