ALLA RISCOPERTA DI UN TESTO ‘SCOMODO’, “Natura, animali ed uomini sul piano religioso e morale”: LA LEZIONE SEMPRE PIU’ ATTUALE E NECESSARIA DI MONSIGNOR ERMENEGILDO FUSARO

di Cristina Pipoli ________________
C’è qualcosa di insopportabile nell’arroganza con cui l’uomo calpesta la vita: altrettanta prepotenza uguale e contraria adopera Monsignor Ermenegildo Fusaro (1914-2002, sacerdote veneziano, teologo, considerato protettore degli animali, nella foto, ndr) nel suo opuscolo intitolato “Natura, animali ed uomini sul piano religioso e morale”.
Stampato per volontà della Lega Nazionale contro la distruzione degli uccelli e dell’Associazione Italiana Sessuologia Psicologia Applicata, questo testo non è una carezza devozionale: è un grido di battaglia.
Monsignor Fusaro era un uomo carismatico, uno di quelli che sapevano parlare agli animali perché ne riconoscevano l’anima, e ci ha lasciato un messaggio ascetico che oggi, in questo tempo di viltà e di oblio, suona come una condanna. In questa sua guerra solitaria contro l’indifferenza, non era solo: a sostenerlo, a fargli da scudo, c’era un uomo come Papa Luciani, che lo spalleggiò sempre in queste sfide necessarie.
Monsignor Fusaro non usa mezzi termini per descrivere lo sfacelo che abbiamo costruito. Attacca la presunzione di chi ha provocato il disastro del Vajont, quegli uomini incoscienti che hanno preteso di cambiare i connotati alla natura per sete di potere.
La sua profezia è una lama: la natura violentata si vendica sempre venendoti addosso. E poi c’è Venezia, torturata dall’avidità industriale, privata delle sue barene e della sua linfa vitale, mentre l’uomo si ostina a ignorare il segnale universale dei ghiacci che si sciolgono.
La sua è poi una denuncia contro il suicidio chimico che stiamo compiendo.
Denuncia, infatti, l’assurdità degli anticrittogamici, veleni che spargiamo per salvare un frutto, finendo per avvelenare noi stessi e ogni creatura che respira. È un circolo vizioso di morte dove l’essere umano finisce per nutrirsi della propria distruzione. Per Fusaro, l’eliminazione di duecento specie animali non è una statistica, è un crimine contro l’equilibrio biologico e contro Dio.
Il 19 ottobre 1969, al Congresso Nazionale Pro Avibus, il Monsignore ringraziò chi combatteva per una natura ormai dissacrata. Non accettava l’idea di una Chiesa indifferente. Citava San Francesco e i nostri fratelli più piccoli, invocava San Tommaso d’Aquino per ricordare l’ordine del creato, e poi scagliava la sua accusa più amara contro quei cristiani che dicono di amare solo gli esseri umani: diceva che chi sceglie di ignorare il dolore degli animali finirà, inevitabilmente, per amare solo se stesso.
C’è una storia che Fusaro raccontava per spiegarci quanto siamo diventati ciechi: quella di Philip Blaiberg, primo uomo a ricevere un trapianto di cuore nel 1968.
Solo dopo l’operazione, uscendo dall’ospedale, Blaiberg si accorse per la prima volta del profumo di un fiore e del canto degli uccelli.
Forse è proprio questo che ci serve. Se abbiamo usato un cuore di pietra verso le creature di Dio, se siamo stati complici della devastazione, allora è necessaria un’operazione d’urgenza. Ci serve un trapianto morale, una trasformazione dello spirito per tornare a essere uomini degni di questo nome.
Riflessioni finali sul dovere di verità
Pubblicare queste righe non è un atto di cortesia editoriale, è un rischio che mette chiunque in una posizione scomoda. Rispolverare questo vecchio opuscolo significa togliere l’alibi dell’imprevisto a chi comanda oggi: sapevamo tutto già cinquant’anni fa e abbiamo scelto il profitto. Mettere il naso in queste pagine significa denunciare il tempismo della memoria contro chi vorrebbe solo oblio.
Il giornalismo necessario non deve cercare il consenso, deve cercare la ferita. Deve mordere perché il silenzio è complice. Diventa pericoloso agli occhi di una certa Chiesa quando ricorda che la morale non finisce sulla porta della sagrestia, ma prosegue nel rispetto di ogni essere senziente. È una minaccia per le industrie che fatturano sullo scempio del territorio, perché il progresso non può essere scritto col sangue della terra. È il nemico dei prepotenti che trasformano lagune in cloache e montagne in cimiteri, perché la verità non si negozia nei salotti.
Usare la fede non come un anestetico, ma come un’arma di critica sociale significa dare del prepotente a chi devasta il territorio e puntare il dito contro il legame sporco tra veleni agricoli e guadagno, toccando il portafoglio di chi finanzia il silenzio. Se questo pezzo disturba, è perché costringe a scegliere tra la comodità dell’indifferenza e il dovere della verità. Un giornalismo che non abbaia e non morde non fa la guardia a nulla: bisogna avere il coraggio di mordere la mano che distrugge il creato.
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