INTERPRETAZIONE POETICA DELLO SCRITTORE DINO TROPEA

di Cristina Pipoli ____________
«LE STRADE SI APRONO DAVANTI A ME COME PISTE DI GARA E IL VENTO SULLA MIA PELLE MI RICORDA COSTANTEMENTE QUANTO SIA STRAORDINARIO VIVERE LA VITA AL MASSIMO»
Eccolo qui, Dino Tropea. Un uomo che ha deciso di non farsi mangiare dalla nostalgia, quella malattia dei deboli che ti costringe a guardare indietro finché non inciampi nel presente. Lo scrive in questo suo “Lasciato indietro”, un titolo che è quasi un paradosso, perché Dino, nella vita, non ha lasciato indietro la voglia di realizzare i suoi sogni.
Tutto è cominciato con un motorino. Non un mezzo di trasporto, ma un simbolo di potere contro l’immobilità. Era l’età delle sfide, quella stagione feroce in cui senti il bisogno di spaccare il mondo e superare ogni limite. Quel pezzo di ferro lo lasciava a piedi, lo tradiva nel mezzo del nulla. E lui? Lui non imprecava al destino, lo affrontava. Ricorda ancora la fatica di spingerlo lungo la strada, sudore e rabbia. Ma è lì, in quel corpo a corpo che Dino ha conquistato la sua vera libertà. Ha capito che la responsabilità non è un peso, ma un muscolo che si fortifica quando decidi che, se il motore si ferma, tu continui a camminare.
Poi, l’urto con l’Accademia Navale. Un viaggio in un mondo nuovo, un oceano di sfide che hanno nutrito la sua passione per la divisa. Lì Dino ha imparato a distinguere gli uomini dai pesi morti. Parla degli “Ufficiali Bauli”, un termine sputato quasi con disprezzo per indicare chi è inutile, pesante, un ingombro come la zavorra che ruba spazio al coraggio.
Ma ogni nave ha un’anima, un’essenza che le conferisce identità. Quella di Dino era scolpita nel motto “Memento Audere Semper” – o meglio, nel suo spirito di “Memento Gaudere Semper”: l’imperativo di gioire sempre, di affrontare la vita con un atteggiamento positivo, consapevoli di voler azzannare ogni esperienza che il servizio militare potesse offrire. Essere parte di un equipaggio non è un lavoro, è appartenere a una seconda famiglia che condivide il fiato e il sale.
Eppure, in questo mare di vita, Dino non ignora l’ombra che si allunga sul futuro. Ci parla dell’Oro Blu, l’acqua potabile che sta scomparendo. È già un grido di dolore in molte parti del mondo, una scintilla che ha già acceso conflitti e che, ne è convinto, ne scatenerà di nuovi.
Cita la “Diga della Discordia”, monito di una guerra imminente per la sopravvivenza. Perché ogni nave ha la sua missione, e quella dell’uomo, oggi, sembra essere una lotta spietata per l’essenziale.
La sua esistenza è stata un vortice ininterrotto di avventure strampalate, circondato da personaggi eccentrici e matti sublimi. Dino l’ha attraversata con l’ironia feroce di chi sa che la vita è una tragedia che va recitata con il sorriso. Da marinaio vero, sa che il mare non ha memoria, ha solo profondità. A lui è concesso il ricordo, ma non il rimpianto. Lui ci sbatte in faccia la sua regola aurea: guardare sempre a prora. Mai volgere lo sguardo a poppa. Perché quello che è passato è solo scia. Quello che conta è l’orizzonte, anche se promette tempesta. Soprattutto se promette tempesta.
Vivere, dopotutto, non è sopravvivere. È andare avanti senza voltarsi, con la dignità di chi non deve chiedere scusa a nessuno per aver osato troppo.
Perché diciamocelo chiaramente: Dino è stato “lasciato indietro” da chi credeva di essere più veloce, più furbo, più adatto. Ma la vera scomodità di questo racconto è scoprire che mentre gli altri festeggiavano la loro presunta vittoria, lui stava solo prendendo la rincorsa. Oggi Dino ha superato tutti, e la sua vendetta più elegante è il silenzio: non si volta indietro a guardare chi lo ha tradito, perché chi corre in pista non perde tempo a contare i morti lungo la strada.
Bauli: una parola giudicante e dispregiativa. Oggi il disprezzo si fa sempre più forte. Un giudizio che non ammette repliche: o sei parte del motore o sei spazzatura da gettare fuori bordo per alleggerire lo scafo. Dino non cerca il consenso, cerca l’efficacia, e chi non regge il passo finisce inevitabilmente nella lista di quelli che “non servono più”.
Il suo motto sulla nave gli ha portato fortuna. Una scelta che sa di sfida: ridere in faccia a chi sperava di vederlo affondare. Il suo successo non è solo nei gradi o nei risultati, ma in quella risata di chi sa di aver vinto una partita che tutti davano per persa.
E se ci sarà una guerra imminente, il suo è un monito che suona come una sentenza: in un mondo dove mancherà l’essenziale, sopravviveranno solo quelli come lui, quelli che sanno cosa significa restare a piedi e continuare a camminare. Gli altri, i privilegiati della prima ora, saranno i primi a soccombere.
Ma ogni viaggio, per quanto epico, ha una sua linea d’ombra, un inizio che presuppone una fine. Si chiude oggi un anno in cui ho avuto il privilegio di raccontare Dino e la sua Alice. Perché è così che lui chiama il suo dolce amore, con quel misto di protezione e incanto che si riserva a chi sembra uscita direttamente dal Paese delle Meraviglie.
Un’Alice che non insegue bianconigli, ma che cammina al fianco di un uomo che ha fatto del coraggio la sua bussola.
Guardateli in questa foto, l’immagine che ho scelto per suggellare questo racconto. Non sono solo due volti che sorridono a un obiettivo; sono l’incarnazione di una verità che spesso dimentichiamo: ci sono persone, coppie, anime che lasciano il segno non per quello che dicono, ma per come vibrano all’unisono. Il loro legame è la prova che, nel disordine del mondo, esiste ancora una geometria perfetta del sentimento.
Il mio racconto si ferma qui, sulla scia di un anno intenso, ma la loro rotta continua. Spingere quel motorino con il sudore non era un fallimento, era l’allenamento per quando avrebbe dovuto spingere via dalla sua vita chi non credeva in lui.
Dino ha imparato presto che se il motore si ferma, devi avere gambe più forti degli altri per non farti calpestare.
Perché guardare a poppa significherebbe dare importanza a chi lo ha scartato in passato. E Dino, oggi, non ha tempo per regalare nemmeno un pensiero a chi è rimasto bloccato nel fango della propria mediocrità.
Perché se è vero che ogni viaggio giunge al termine, è altrettanto vero che chi ha imparato a “guardare a prora” non smetterà mai di scoprire nuovi orizzonti.
Dino e la sua Alice ci lasciano con una lezione silenziosa: la vita non è solo una sfida da vincere, ma un brindisi da onorare, un passo dopo l’altro, senza mai voltarsi indietro. Sono l’incarnazione di una verità che brucia a molti: si può essere lasciati indietro e finire comunque per primi al traguardo.





























