NOVITA’ DISCOGRAFICHE / AFFASCINA E INTRIGA IL PRIMO ALBUM DA SOLISTA DI GEORGEANNE KALWEIT, “Tiny space”

| 3 Maggio 2026 | 0 Comments

di Roberto Molle _______________

Minneapolis è finita recentemente sotto i riflettori per i tristi fatti dell’Ice e l’uccisione dei due attivisti per i diritti civili Renée Good e Jeffrey Pretti. La città del Minnesota è ritenuta una delle più pacifiste degli Stati Uniti, e i suoi cittadini tra i più apertamente schierati contro le politiche federali sull’immigrazione.
Per chi come me cerca riferimenti musicali dappertutto, il fatto che Minneapolis sia la città che ha dato i natali a uno dei musicisti più importanti del ventesimo secolo, tal Prince Rogers Nelson, semplicemente conosciuto come Prince – geniale alchimista di suoni e splendido musicista e cantante capace di districarsi tra funk, soul, pop e rock con la disinvoltura che solo i grandi artisti hanno – me l’ha fatta sentire sempre speciale; di più, recentemente un’altra musicista originaria di Minneapolis è riuscita a toccare le corde della mia curiosità.

Lei si chiama Georgeanne Kalweit e da poco ha pubblicato “Tiny Space”, suo primo album da solista.
Il disco mi piace molto, al punto da portarmi a scavare un po’ nel passato della musicista e scoprire fatti molto interessanti che la riguardano, confermando la bontà di certi assunti tipo: “Se son rose fioriranno” e “La classe non è acqua”, banali ed efficaci più di mille spiegazioni.


Prima di dire di “Tiny Space” mi sembra utile farlo di Georgeanne e della sua storia artistica. Partiamo dalla fine: il nome di Georgeanne Kalweit appare per la prima volta allo scrivente tra i crediti di “Temporalità”, primo album del progetto Ninotchka; la sua voce calda e seducente si palesa tra i solchi di un vinile e nel respiro di un brano meraviglioso che si chiama Mare crudele.


L’inizio racconta di un’artista che arriva per la prima volta in Italia nel 1986 nell’ambito di scambi interculturali tra l’Università del Minnesota e quella di Firenze. Georgeanne, cantautrice, artista visiva e performer, non ci mette molto a inserirsi nel circuito musicale italiano; è lei a prestare la voce nei primi due album dei Delta V (il gruppo elettro-synth pop milanese che ha poi pubblicato l’album “In Fatti Ostili”), usciti tra il 2000 e il 2004.
Ancora altre due esperienze importanti con Kalweit and the Spokes (2009-2015) e The Kalweit Project (2016-2020), progetto realizzato insieme ad alcuni musicisti salentini durante il periodo della sua permanenza nella provincia di Lecce, durata nove anni.

In mezzo, diverse collaborazioni importanti: Vinicio Capossela, Garbo, Calibro 35, Cesare Malfatti (La Crus), L’Aura e Ottodix.


Venendo a “Tiny Space”, le note informative contenute nel press kit dell’ufficio stampa svelano una gestazione un po’ turbolenta dell’album. Quattro anni fa Georgeanne è rientrata a Milano e ha cominciato a lavorare intorno a nuove canzoni, servendosi, per comporre, di un organo Bontempi e all’ispirazione di alcuni scorci di vita appena vissuti.
Dentro un piccolo home studio, attraverso la pandemia, storie personali finite male e un’energia che si accumulava, smaniosa di esplodere alla luce, attraverso ulteriori passaggi di pre e post-produzione è nato un disco strano, capace di disseminare indizi lungo l’ascolto dei suoi dieci brani senza svelarsi al primo impatto. Ci sono voluti un po’ di riavvolgimenti del nastro per mettere insieme i pezzi di un progetto che, alla fine, ha dispiegato in tutta la sua cristallina bellezza, un album prezioso, evocativo, piacevole.


Quello che nel giro di pochi giorni mi ha fatto innamorare di “Tiny Space” è stato il mood, così vicino a certe atmosfere celate tra le pieghe del rock anni Ottanta; canzoni pregne di sentimento, afflati riesumati da dischi che hanno marchiato esistenze, una duttilità vocale capace di adattarsi al dolore e alla sensualità dei suoni.
La nota che accompagna il disco spiega brano per brano con piccole informazioni, permettendo di farsi un’idea del contesto, del sentimento e dell’esigenza della musicista di spiegarsi e raccontarsi attraverso le sue canzoni.

Per la verità ho sorvolato quella parte che permetterebbe di mettere tutto in chiaro e svelare velocemente la trama dell’album; come al solito voglio farmi i miei film nella testa quando ascolto un disco, ed ecco, forse uscendo fuori schema, le mie impressioni sul tutto.


Tiny Space, la title track, inizia delicatamente, planando su chitarre e tastiere dream pop, drenando dolori e paure che trasmutano in respiri che decongestionano al riparo della musica.
Egoverse si raccoglie dentro una filastrocca capace di mettere in ordine entropie metabolizzate troppo a lungo. La voce magnetica di Georgeanne Kalweit gioca a saltare dentro universi che ci sono appartenuti e poi tristemente perduti.
Heavenly Thoughts: essere meravigliosamente fuori moda, catapultati dentro i gironi dannati di un prog ancora a venire, ammaliati da un giro di basso accordato a un Farfisa, dall’ectoplasma di Ray Manzarek e, alla fine, essere risputati un paio di lustri (o più) dopo sul palco di una band in pieno fermento paisley underground. Non voglio dire che Heavenly Thoughts debba per forza essere un pezzo psichedelico, ma quanti colori ha dentro!
Call An Ambulance è fatta di magica oscurità. Un grido disperato che si perde nell’antro di una caverna che riverbera le parole all’infinito. Georgeanne cambia personaggio con la disinvoltura di un attore che ha calcato mille palchi, facendosi plastico volto tra gioie, magie e tragedie infinite.
Ten Pins si nutre di sfide accettate e conflitti nati sulle macerie dell’amore. Un brano che stempera il dolore di una fine con la bellezza di un groove trascinante.
Soft Shoulder entra eterea, ballata che riesce a calmare i tremori, illuminando scenari all’orizzonte oscurati da troppa, lunga attesa.
Crystal Clear è un tuffo al cuore spiazzante. Roland Orzabal e Curt Smith, in piena era new wave, ci regalarono un album dentro cui ritrovarci tra oscurità accecanti e fulgide illuminazioni. Crystal Clear è appendice sincera e ideale di “The Hurting”, che a più di quarant’anni possiede ancora tutto il carisma di un album miliare. I collegamenti contano.
Fumbling Through February: “dance” sarebbe stato l’aggettivo per questo brano se fosse nato sul crinale dei Settanta; oggi possiede un andamento leggermente retrò, ma quanto fascino…
International Intrigue Time Zone parte misteriosa, poi si scioglie dentro un flip-flop ipnotico e trascinante; spruzzate di techno libertina in tempi di complessi intrecci elettronici.
Bullet Holes chiude solenne come un inno all’oscurità. Alla fine del viaggio niente si è definitivamente chiarito. Tutto continua in perenne assetto di combattimento; unica speranza rimane il poter rifuggire ogni scontro, ogni battaglia.

Il brano più inquieto di “Tiny Space” lascia sospesi, attoniti, con la sensazione che molto debba ancora accadere. Georgeanne ce lo farà sapere? Ci sarà un sequel a questo disco bello e necessario? Come per Breaking Bad o Shameless, dove tutta la storia affascina e intriga fino a far stare male, e comunque se ne continua ad avere bisogno, allo stesso modo, “Tiny Space” crea dipendenza. Vedremo.


Tra elettronica soffusa, post punk e songwriting sperimentale, Georgeanne Kalweit ha pubblicato un album maturo, punto d’arrivo di congiunture precise e ispirazione trasversale che affonda le radici nella sonorità della seconda metà del secolo scorso. Lode anche a Nos Records, giovane e illuminata etichetta pugliese (premiata recentemente al MEI per i suoi cinque anni di attività e cinquanta dischi pubblicati), per aver scelto di ospitare Georgeanne nel suo prestigioso roster.

Category: Cultura

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