LA RIFLESSIONE / QUANDO LA TERRA RESPIRA, L’ETNA TORNA A PARLARE E L’UOMO RISCOPRE DI ESSERE UN OSPITE

di Maria Antonietta Vacca _________________
Ci sono montagne che si guardano. E poi c’è l’Etna, l’Etna si ascolta.
Si ascolta quando il cielo sopra la Sicilia cambia colore e una colonna di cenere sale lentamente verso l’alto e si adagia su ogni cosa. Si ascolta quando il vulcano comincia a tremare e quel tremore, registrato dagli strumenti degli scienziati, sembra quasi il battito di un cuore enorme nascosto sotto la terra.
In questi giorni il gigante siciliano è tornato a farsi sentire. Dal cratere Voragine è ripresa una intensa attività esplosiva, accompagnata dall’emissione di cenere e da nuove colate laviche. Il vulcano ha modificato ancora una volta il ritmo della vita intorno a sé, fino a condizionare il traffico aereo di Catania.
Ma l’Etna non è soltanto una notizia: è una presenza. Da millenni.
Per gli antichi Greci, dentro quella montagna viveva Efesto, il dio del fuoco e della metallurgia. Sotto l’Etna si immaginavano le sue officine incandescenti, dove i Ciclopi forgiavano le armi degli dèi. E quando la montagna brontolava, quando dalla sua sommità uscivano fuoco e fumo, non esistevano sismografi o satelliti, esisteva solo il mito.
C’è una data che nella storia dell’Etna sembra uscita da un racconto dell’Apocalisse: 1669.
L’eruzione iniziò l’11 marzo e fu la più grande eruzione dell’Etna in epoca storica. La lava arrivò fino a Catania e il 16 aprile raggiunse la città, prima di riversarsi in mare. Otto centri abitati furono cancellati o gravemente devastati. Case, campagne, strade. Vite costruite in anni, in generazioni, inghiottite da una materia incandescente che avanzava lentamente ma inesorabilmente. La cosa straordinaria è che la lava non distrusse soltanto il paesaggio: cambiò la geografia stessa della città. E gli uomini, ancora una volta, dovettero ricominciare.
Quando nel 1669 la lava arrivò verso Catania, la tradizione racconta che il fiume incandescente si fermò o deviò proprio davanti ai luoghi legati a Sant’Agata, patrona della città. La lava arrivò a poche centinaia di metri dal Duomo, risparmiando i luoghi legati alla vita e al martirio della santa, prima di dirigersi verso il mare. Un’altra tradizione racconta persino di un’immagine di Sant’Agata che sarebbe stata trasportata dalla lava senza essere distrutta.
L’eruzione del 1669 modificò persino il percorso della festa di Sant’Agata. La lava aveva reso impraticabili alcune strade. I catanesi chiesero quindi di costruire una nuova strada sopra la lava, per poter ripristinare il percorso della processione. Quella strada venne realizzata e nel 1674 la processione tornò a percorrere il nuovo tracciato. È una delle immagini più potenti che la storia dell’Etna ci abbia lasciato: la vita che torna a camminare sopra ciò che l’aveva distrutta.
Gli uomini che vivono alle sue pendici hanno paura reverenziale del vulcano, ma allo stesso tempo lo amano. Lo osservano. Ci costruiscono intorno le proprie vite. La cenere può diventare un problema, la lava può distruggere, le eruzioni possono fermare gli aeroporti e cambiare improvvisamente la quotidianità di migliaia di persone. Eppure l’Etna è parte dell’identità della Sicilia. Perché la Natura non è soltanto ciò che ci protegge, è anche ciò che ci ricorda quanto siamo piccoli.
Oggi abbiamo gli strumenti. Oggi possiamo sapere quando aumenta il tremore vulcanico, possiamo osservare le variazioni del terreno, possiamo utilizzare satelliti, droni, telecamere termiche e modelli matematici. Possiamo seguire una colata lavica quasi minuto per minuto.
Ma non possiamo ancora ordinare a un vulcano di fermarsi.
E forse è proprio questa la lezione più profonda dell’Etna: sbbiamo imparato a conoscere la Natura, non abbiamo imparato a dominarla.
Ci sono momenti in cui l’uomo contemporaneo, abituato a pensare di poter controllare quasi tutto, viene improvvisamente riportato alla sua dimensione naturale. Basta una nube di cenere per rallentare gli aerei. Basta una colata per cancellare una strada. Basta il boato di una montagna per ricordarci che sotto i nostri piedi la Terra non è ferma. Respira. Si muove. Cambia.
E qualche volta parla. L’Etna lo fa da migliaia di anni. Gli antichi lo chiamavano con i nomi degli dèi.I catanesi hanno invocato Sant’Agata. Gli scienziati oggi leggono il suo tremore attraverso numeri, grafici e strumenti. Ma davanti a quella colonna di fuoco che nella notte illumina il cielo della Sicilia, forse tutti — credenti, scienziati, viaggiatori, abitanti — proviamo ancora la stessa cosa. Meraviglia!
E un po’ di paura. Perché davanti a un vulcano in eruzione, per quanto abbiamo imparato, rimane una verità antichissima: la Natura non ha bisogno dell’uomo per esistere. L’uomo, invece, ha ancora bisogno di imparare ad ascoltarla.
Stanotte l’Etna continuerà a respirare. E noi, molto più piccoli di quanto immaginiamo, continueremo a guardarlo.



























