IL MIO LESSICO FAMIGLIARE / SOTTO ATTACCO DEI PIDOCCHI

di Anna Maria Greco _______________
Qualche giorno fa il mio sguardo è caduto su un bambino che continuava a grattarsi la testa. Non una volta soltanto: lo faceva con una certa insistenza.
L’ho osservato per qualche secondo, poi mi sono distratta e ho rivolto l’attenzione altrove. Poco dopo, quasi per caso, il mio sguardo è tornato su di lui.
Si grattava ancora.
Ed è stato allora che nella mia mente si è riacceso un ricordo lontano, rimasto lì da qualche parte per tanti anni: una penna Bic rossa.
Sì, proprio una di quelle semplicissime penne rosse che le maestre usano ancora oggi per correggere i compiti. Eppure, per noi bambini degli anni Settanta, in certi momenti quella penna poteva trasformarsi in uno strumento d’indagine temutissimo.
È bastato quel gesto per riportarmi nelle aule della scuola materna e delle elementari, quando un bambino che si grattava un po’ troppo poteva mettere in allerta un’intera classe. Perché bastava una parola: pidocchi.
E improvvisamente sembrava prudere la testa a tutti.
La maestra non perdeva tempo. Penna Bic rossa alla mano, iniziava l’ispezione. E non so come facessero, ma le maestre di allora sembravano avere una vera specializzazione nella ricerca dei pidocchi: occhiali ben sistemati sul naso, sguardo concentrato e una precisione che non lasciava scampo a nessuno.
A guardarle all’opera, noi bambini eravamo quasi convinti che avessero conseguito una laurea apposta, con il massimo dei voti e pure con la lode.
Uno alla volta ci facevano abbassare leggermente il capo, spostavano il colletto del grembiule e con la penna Bic sollevavano i capelli all’attaccatura della nuca. Poi, con due dita, scostavano un orecchio, poi l’altro, e scrutavano attentamente dietro le orecchie.
Non sfuggiva loro quasi nulla.
Cercavano soprattutto le lendini, le minuscole uova del pidocchio: puntini chiari, tenacemente attaccati ai capelli. Oggi so che quell’insistenza sulla nuca e dietro le orecchie non era affatto casuale: sono proprio alcuni dei punti nei quali è più facile trovarle.
Noi, naturalmente, di tutto questo sapevamo ben poco. Sapevamo soltanto che, quando la penna Bic cominciava il suo giro tra i banchi, c’era poco da stare tranquilli. Se la maestra indugiava qualche secondo più del previsto su qualcuno, gli occhi degli altri erano già tutti puntati lì.
Quando trovava quelle minuscole presenze, per il malcapitato cominciava una giornata difficile. Veniva tenuto lontano dagli altri e, attraverso il bidello, si cercava di avvisare la famiglia perché qualcuno venisse a prenderlo.
Ma non era necessariamente a scuola che i pidocchi venivano scoperti, né era detto che fosse proprio lì che si prendessero. Poteva succedere ovunque.
A quei tempi, almeno nei miei ricordi, i pidocchi non avevano una stagione precisa. C’erano periodi tranquilli e poi, all’improvviso, cominciava a circolare la voce:
«Sono tornati i pidocchi.»
Per alcune settimane l’argomento diventava comune nelle case, a scuola e nel vicinato. Bastava qualche caso tra bambini che si frequentavano perché aumentasse l’allerta. E in una casa come la mia, con quattro figli, era sufficiente il sospetto che fossero comparsi su una testa perché partisse l’operazione di controllo generale.
A favorirne il passaggio era soprattutto la vicinanza. E noi bambini, di vicinanza, ne avevamo davvero tanta.
Vivevamo molto per strada, soprattutto durante la bella stagione. Le automobili erano poche, gli usci delle case rimanevano aperti e le voci delle donne passavano da una porta all’altra, qualche volta persino da un giardino all’altro.
Noi giocavamo tutti insieme.
Bastava una biglia per terra o persino una fila di formiche che entrava e usciva da un piccolo buco perché, in pochi secondi, fossimo tutti accovacciati intorno allo stesso punto, con le teste chine e sempre più vicine.
Ma non serviva neppure stare per strada. Noi femminucce potevamo trascorrere interi pomeriggi sedute una accanto all’altra a colorare un disegno, ritagliare, incollare o giocare con le bambole. Ci si chinava sullo stesso foglio per guardare meglio ciò che stava facendo l’altra e, senza accorgercene, i capelli finivano per sfiorarsi.
Era quella la nostra normalità: stavamo vicini. Molto vicini.
E nei periodi in cui si sentiva parlare di pidocchi, le raccomandazioni delle mamme diventavano più insistenti:
«Attenti alle teste! Non mettetele troppo vicine!»
Noi cercavamo di ricordarcelo. Almeno fino a quando una biglia, un disegno o qualche altra curiosità non ce lo facevano dimenticare.
Oggi sappiamo che la principale modalità di trasmissione è proprio il contatto diretto testa-testa. Le nostre mamme, però, ci raccomandavano anche di non scambiarci cappellini, pettini, asciugamani e cuscini.
Io, invece, da bambina avevo elaborato una teoria decisamente più fantasiosa.
Nella mia immaginazione quei minuscoli insetti erano degli acrobati formidabili. Con le loro sei zampette munite di piccoli artigli, me li figuravo mentre trasformavano i nostri capelli in corde da scalare e il cuoio capelluto in una grande palestra. Salivano, scendevano, si allenavano e aspettavano soltanto il momento giusto per usare un capello come trampolino e raggiungere il bambino più vicino.
Arrivavo persino a immaginare che, visto che si nutrivano del nostro sangue proprio sulla testa, riuscissero a portarci via anche un pochino della nostra intelligenza.
Erano fantasie di bambina. Solo molti anni dopo avrei scoperto che i miei temutissimi acrobati non sapevano né volare né saltare.
Camminavano.
E, a pensarci oggi, forse questo li rende ancora meno simpatici.
Il prurito era un altro tormento. A noi sembrava quasi di sentirli muovere tra i capelli; solo molto più tardi avrei scoperto che quel prurito dipendeva soprattutto dalla reazione della pelle alla loro saliva mentre si nutrivano del nostro sangue.
Insomma, passeggiavano, banchettavano e lasciavano pure il conto a noi.
Ed era proprio questa la parte che mi faceva più schifo. Lo confesso: me ne fa ancora oggi. E mentre scrivo queste righe, ogni tanto una mano tra i capelli mi scappa.
Quando uno di quegli indesiderati ospiti riusciva comunque a stabilirsi sulla testa di un bambino, a casa cominciava una vera operazione di famiglia: lo spidocchiamento.
Le nostre mamme erano in prima linea, ma non sempre erano sole. A volte intervenivano le nonne, altre volte qualche vicina si prestava a dare una mano. E nei casi più impegnativi poteva capitare persino di lavorare a quattro mani: una cercava, l’altra pettinava.
Il povero malcapitato, nel mezzo, aveva ben poche possibilità di fuga.
Spesso veniva sistemato su uno sgabello, stretto tra le gambe della mamma, quasi a scongiurare qualsiasi tentativo di evasione. Tra le donne non c’era particolare vergogna: era una di quelle incombenze che si affrontavano insieme, con quella naturale solidarietà che apparteneva alla vita del vicinato di allora.
Eravamo noi bambini, semmai, a vergognarci.
Poteva capitare che lo spidocchiamento avvenisse proprio sull’uscio di casa, all’aperto. La luce naturale aiutava a vedere meglio e sulle spalle del malcapitato veniva sistemato un panno scuro, perché su quel fondo fosse più facile individuare ciò che cadeva dai capelli.
Poi cominciava il lavoro vero.
Ciocca dopo ciocca, il cuoio capelluto veniva perlustrato con una precisione che non aveva nulla da invidiare a quella della maestra.
Il pettinino dai denti fittissimi partiva dalla radice e scendeva lungo i capelli.
E faceva male.
Eccome se faceva male.
Se poi avevi i capelli lunghi, folti o, peggio ancora, ricci ricci, quella che per gli adulti era una necessità per noi assumeva i contorni di una piccola tortura. Il pettine tirava, si impigliava, noi protestavamo e le mamme continuavano.
E lo sgabello rimaneva saldamente al suo posto.
Le lendini erano ancora più ostinate. Bisognava eliminarle una per una, perché lasciarle significava rischiare che si schiudessero e che tutto ricominciasse da capo. Quando gli occhi allenatissimi di una mamma, di una nonna o della vicina ne individuavano una, entravano in azione le unghie.
Tic. Una. Tic. Un’altra.
Quel piccolo rumore lo ricordo ancora. E quando le lendini erano tante, quel tic tic sembrava non finire mai, quasi fosse un piccolo metronomo che scandiva il tempo.
Tic. Tic. Tic.
Solo che quella, per noi bambini, non era affatto musica.
Tra un passaggio e l’altro arrivava anche uno dei momenti più sgradevoli: l’acqua e aceto.
Allora si usava anche questo rimedio per cercare di liberare i capelli da quelle lendini così tenaci. A noi, naturalmente, delle spiegazioni importava ben poco.
Ricordavamo soprattutto l’odore: acre, pungente, quasi insopportabile. Sembrava entrare nel naso e arrivare fin dentro la gola. E se a quell’odore aggiungiamo il prurito, il cuoio capelluto già irritato e il pettinino che tirava i capelli, si può capire perché per noi fosse un autentico dramma.
Piangevamo, protestavamo, qualcuno cercava di scappare. Ma con la mamma alle spalle e quello sgabello ben piazzato tra le sue gambe, le probabilità di successo erano piuttosto scarse.
Oggi possiamo persino sorriderne.
Allora eravamo davvero inconsolabili.
Ricordo poi perfettamente una polvere bianca. Anche quella, come lo shampoo antipidocchi che sarebbe servito per il lavaggio, veniva comprata in farmacia. Non voglio darle oggi un nome che la memoria non mi restituisce con certezza; ricordo però benissimo il suo odore, forte e sgradevole.
Veniva sparsa sui capelli asciutti e poi la testa veniva avvolta in un fazzoletto bianco. E così si andava a dormire, come se, dopo averci tormentato per tutta la giornata, quei minuscoli ospiti avessero deciso di accompagnarci anche durante la notte.
La mattina seguente arrivava il momento della verità. La mamma scioglieva il fazzoletto e lo apriva con attenzione, quasi con la curiosità di chi aspetta il risultato di un esperimento.
E naturalmente guardavamo anche noi.
Sul tessuto bianco potevano essere rimasti alcuni di quei minuscoli intrusi che durante la notte avevano avuto decisamente la peggio.
Erano lì, immobili.
Finalmente innocui.
Per le nostre mamme era quasi la prova del nove: quella polvere dall’odore terribile aveva fatto il suo lavoro. E confesso che, dopo tutto il prurito, il pettinino, l’aceto e una notte trascorsa con la testa avvolta in un fazzoletto, davanti a quella piccola disfatta nemica un certo senso di soddisfazione lo provavamo anche noi.
Poi arrivava il lavaggio con lo shampoo antipidocchi.
E non finiva lì. Federe, asciugamani, cappellini, cappucci, pettini: in casa aumentavano controlli, lavaggi e precauzioni. In una famiglia numerosa tenere tutto sotto controllo richiedeva tempo e fatica.
Ma per noi bambine esisteva una minaccia ancora peggiore dell’aceto, della polvere e persino del pettinino: le forbici.
Quando l’infestazione era importante, spesso entravano in azione direttamente le nostre mamme. Nel mondo che ricordo io era impensabile presentarsi dal parrucchiere con i pidocchi ancora tra i capelli. Nessuno avrebbe accolto volentieri quella testa tra pettini, spazzole e forbici che poco dopo sarebbero serviti ad altri.
Così il taglio si faceva in casa.
E non sempre c’era molto spazio per discutere.
Per una bambina abituata ai capelli lunghi, vedere la mamma arrivare con le forbici poteva essere quasi peggio del pettinino. I capelli cadevano, sempre più corti, fino a quel famoso taglio “a maschietto” che per noi era una vera tragedia.
E mentre piangevamo inconsolabili arrivava puntuale il tentativo di consolazione:
«Ma non piangere, che il taglio a maschietto va pure di moda!»
Non so quanto riuscissero a convincerci.
A giudicare dalle lacrime, direi piuttosto poco.
Non piangevamo soltanto per i capelli sacrificati. Quel taglio sembrava raccontare agli altri ciò che avremmo voluto nascondere.
Il problema, infatti, non finiva tra le mura di casa. Bisognava tornare a scuola, andare al catechismo, ritrovare gli amici per strada. E quando una bambina che fino a pochi giorni prima aveva portato i capelli lunghi arrivava improvvisamente con un taglio cortissimo, qualche risatina partiva.
Qualche battuta anche.
Allora non parlavamo di bullismo. Sapevamo soltanto quanto facesse male sentirsi osservati, indicati o, peggio ancora, guardati con disgusto.
Come se avere i pidocchi significasse essere sporchi.
Non era così. E non lo è neppure oggi.
La pediculosi non faceva distinzione tra famiglie ricche e povere, né tra bambini più o meno puliti. Bastava la vicinanza e, soprattutto nei periodi in cui circolavano più casi, non era affatto semplice scamparla.
Forse la sorte, però, possedeva già un sottile senso dell’ironia. Perché poteva accadere che proprio il bambino che aveva riso più forte fosse quello che, qualche giorno dopo, cominciava a grattarsi la testa.
E allora ripartiva la penna Bic.
Qualche volta non venivano risparmiati neppure gli adulti. Persino qualche insegnante poteva ritrovarsi alle prese con gli stessi indesiderati ospiti che aveva cercato con tanta abilità sulle nostre teste.
Una piccola rivincita?
Forse noi bambini, sotto sotto, un pochino lo pensavamo.
Col passare degli anni cambiarono anche i prodotti. Comparvero shampoo, lozioni e spray diversi, alcuni proposti persino come preventivi.
E penso che, se noi bambini di allora avessimo potuto scegliere tra qualche precauzione in più e quella lunga trafila fatta di pettinino, aceto, polvere bianca, fazzoletto in testa e, nei casi peggiori, persino forbici, avremmo votato tutti per la prevenzione.
All’unanimità e senza neppure chiedere il riconteggio dei voti.
Perché oggi ci sorridiamo, ma provate a immaginare tutto questo addosso a un bambino di cinque, sei o sette anni.
Altro che fastidio.
Per noi era una vera tortura.
Ma quando torno con la memoria a quegli anni, più dei pidocchi ricordo le mani.
Le mani delle nostre mamme, quelle delle nonne e qualche volta persino quelle di una vicina che si sedeva accanto e, semplicemente, dava una mano. Mani che dividevano i capelli, cercavano, pettinavano, lavavano, controllavano e poi ricontrollavano.
Noi potevamo piangere, protestare, tentare la fuga. Loro continuavano, con quella pazienza che allora ci sembrava quasi una persecuzione e che oggi riconosco per quello che era: cura.
Alla fine anche quei minuscoli, insopportabili ospiti se ne andavano. Il prurito passava, i capelli ricrescevano e, piano piano, passava persino la vergogna.
Ma certi ricordi no.
Quelli rimangono attaccati alla memoria quasi quanto le lendini rimanevano attaccate ai nostri capelli.
E adesso ditemi la verità: siete riusciti ad arrivare fin qui senza grattarvi almeno una volta la testa?
Io no.
Non vi nascondo che, arrivata alla fine di questo racconto, sono tutta un prurito anch’io.
Se leggendo queste righe vi ho sbloccato un ricordo, se anche voi avete conosciuto la penna Bic della maestra, il pettinino, l’aceto o qualcuna di quelle interminabili sedute sull’uscio di casa, allora i vostri ricordi assomigliano un po’ ai miei.
E mi fa piacere averli riportati alla luce e, questa volta, poterci sorridere insieme.
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( 7 – continua )
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