Dopo gli islandesi, che si sono liberati dei loro governanti asserviti alle banche, tocca ora agli irlandesi?
Dal sito www.controlacrisi.org apprendiamo che in Irlanda è cominciata una vera e propria rivolta fiscale, partita al grido di IL DEBITO NON LO PAGHIAMO.
La corda si è spezzata?
Mentre si assiste al crollo dei prezzi immobiliari, ai fallimenti a catena di aziende e banche, e imperversa disoccupazione e povertà, i cittadini irlandesi hanno deciso di provare a liberarsi dal ricatto dell’economia finanziaria che ha messo sulle loro spalle un prestito di novanta miliardi di dollari di Fmi e Ue.
Centinaia di migliaia di persone ora rischiano di subire delle multe e potenzialmente anche di finire a processo. Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione fiscale che potrebbe smantellare la strategia del governo volta a rimettere in sesto l’economia e rendere ancora più difficile l’implementazione delle nuove misure di austerità.
Tra gli slogan campeggiavano “Non posso pagare, non pagherò!'”. “Quando i banchieri pagano, allora pagheremo anche noi!”. Chi si oppone alla tassa, sostiene che l’aliquota è identica sia per i benestanti sia per i piu’ poveri. L’indignazione è alimentata dalla percezione generale che un gruppo elitario di banchieri, politici e agenti immobiliari ultra ricchi ha distrutto l’economia senza aver ancora pagato un soldo e senza aver ricevuto la punizione che si merita.
L’introduzione della tassa contro le famiglie è stata accolta con una campagna contraria lanciata da attivisti politici e anche piccole comunità, che hanno esortato tutti a boicottare la nuova imposta. Visto il successo riscontrato dalle iniziative, devono aver sicuramente stimolato un nervo scoperto.
Come se non bastasse, tutto ciò sta accadendo mentre il Paese si prepara a recarsi alle urne in occasione di un referendum sul Fiscal Compact. Un’eventuale bocciatura del nuovo patto di bilancio europeo il 31 maggio, quando andrà in scena il voto popolare, porterebbe alla fuga degli investitori stranieri necessari per la ripresa economica dell’isola. Secondo un recente sondaggio, il 49% degli intervistati si è dichiarato a favore del trattato, il 33% contrario mentre il 18% e’ ancora indeciso.
L’obiettivo dell’esecutivo di coalizione tra Fine Gael (nazionalisti centristi aderenti al PPE) e Laburisti è quello di abbassare l’incidenza del debito al 10% del Pil nel 2011 e restituire il debito.
Vale la pena ricordare che gli Italiani non sono mai stati chiamati a pronunciarsi sui trattati europei, né sulle misure economiche e finanziarie varate dall’Unione Europea e imposte senza nessuna scelta prima ai nostri governanti e poi a noi tutti.
E’ ancora questa nostra una democrazia?
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Un articolo di Uriel Fanelli, scritto per un sito specializzato tedesco, ci aiuta a capire che cosa sia la politica economica dell’alta finanza internazionale. Eccone un sunto efficace.
I grandi finanzieri, sono sempre esistiti. Tuttavia, e’ negli ultimi venti anni la loro dimensione è cresciuta a dismisura, e specialmente che essi hanno finito per conquistare il quasi monopolio di quasi tutte le commodities, così come nel mondo della finanza 300 famiglie oggi controllano il 50% della ricchezza globale.
Cosi’, se e’ vero che i giochi economici basati sul libero mercato sono destinati all’oligopolio, questa evidenza non e’ mai stata nota perché in passato molto prima che il gioco finisse si verificava qualche cambiamento (guerre, cambiamenti di padrone delle colonie, nuove scoperte) che faceva ricominciare il gioco daccapo. Senza contare la morte naturale dei giocatori stessi.
Oggi, dal momento che le transazioni avvengono in poche frazioni di secondo laddove prima occorrevano giorni, il gioco riesce a “terminare” in pochi anni, senza timore di essere disturbato dal mutare del mondo. Cosi’, quello che stiamo vedendo NON é affatto strano, se parliamo matematicamente: che si dovesse arrivare all’oligopolio era già noto da decenni. Che si POTESSE farlo, ovvero che il gioco potesse svolgersi in tempi tali da non risentire dei mutamenti storici, e’ la prima volta che si osserva. Comunque, esistevano già le spiegazioni prima di osservare il fenomeno nel mondo fisico.
Il vero boom dei grandi traders avviene solo dopo il 2000, quando la diffusione degli accordi del WTO e la globalizzazione informatica permettono davvero di vendere e comprare “in tempo reale” ovunque, qualsiasi merce, anche usando strumenti finanziari come i futures. Non per nulla a soffrire di oligopolio sono i settori che hanno la possibilità di eseguire la transazione elettronica: i finanzieri hanno una rete di trading molto veloce, e le merci possono essere comprate ancor prima di esistere mediante i futures, che sono scambiati allo stesso modo.
I governi possono fermare queste entità?
La domanda e’ se un governo non possa scioglierle.
Ma c’e’ un problema: guarda caso, sono loro che fanno arrivare l’acciaio alle tue acciaierie, il grano alla tua industria alimentare, il petrolio ai tuoi petrolieri, l’alluminio, e il silicio, e tutte quante le “materie prime”. Se ne chiudi qualcuna in patria, le straniere prenderanno il suo posto.
Dunque, i governi che ne hanno qualcuna in casa se le tengono strette.
Il secondo punto e’: ma i governi non potrebbero minacciarle?
Beh, se siete Putin o siete a Pechino, probabilmente sì. Quando hai un impiegato dello stato che si chiama “boia” ed ha un sacco da fare, generalmente nessuno prova a fare il furbo e il braccio di ferro con lo stato non lo cerca nessuno.
Ma adesso supponete di essere un paese col debito pubblico oltre il 70%. E supponete che avete bisogno di finanza ed affini perché vi sia rinnovato. A quel punto la vera domanda e’: quanto potete fare i grossi con i finanzieri & affini?
E se andiamo verso i grandi trader, la situazione non cambia: un tempo esistevano i consorzi agrari, cioè entità dello stato che si prefiggevano di gestire da sole alcune materie prime, come il grano. Oggi viene fatto dai grandi dealer, ma il problema è: se io come stato abbatto UN dealer, il suo concorrente in un’altra nazione può prendere i suoi clienti, i suoi fornitori, e tagliarmi fuori. Se vengo tagliato fuori, essenzialmente non riesco più a comprare farina. Nessuno ci riesce, neanche Barilla o Nestlè. E il prezzo aumenta.
Così, se si sospetta che esista un cartello riguardante una materia prima, solo uno stato enorme capace di avere una minaccia paragonabile all’embargo (o semplicemente al danno economico forte) può alzare la voce con un simile cartello.
Ma la situazione e’ molto cambiata negli ultimi anni. Prima del 2009, i grandi trader si limitavano a fare affari, ma si comportavano come facilitatori. Più clienti, più business. Più le materie giravano, più soldi si facevano: conveniva a loro e conviene a tutti.
Poi le cose sono cambiate. Intorno al 2009 , alcuni grandi trader (Kock, Vitol e altri) videro che c’erano in consegna futures ad un prezzo basso. In pratica qualcuno aveva comprato, un anno prima, petrolio a 100 dollari per barile. Ma le loro previsioni erano che entro la scadenza il petrolio sarebbe arrivato a 110. Così, quello che fecero fu di di parcheggiare 100 milioni di barili di petrolio nei loro tanker, vendere i loro future, aspettare e fare soldi: 10 dollari in più a barile.
Questa fu la prima grande operazione nella quale essi si comportarono come un cartello capace di agire sui prezzi. In seguito, diversi prezzi iniziarono ad alzarsi senza motivo, primo tra tutti il prezzo del grano, che fu tra le principali cause scatenanti delle rivolte arabe. Nessuno può sapere se i trader intendessero facilitare le rivolte o meno, ma sta di fatto che viste le riserve non c’era alcun motivo di far alzare quei prezzi, neanche la presunta carestia dell’anno prima.
Oggi come oggi, praticamente solo grandi stati come USA, Cina, organizzazioni forti di stati come la UE , o stati ove si rischia una pallottola in testa (Russia) possono tenere testa a questi personaggi. Tutti gli altri non hanno le dimensioni critiche che servono per contrastarli.
Paesi come il Giappone, per esempio, ne sono succubi, avendo bisogno cronico di materie prime ma non avendo massa critica per contrastare i grandi trader. Se , come pensate, l’ Italia uscisse oggi dalla UE, o la UE si rompesse, i cittadini sarebbero contemporaneamente ricchi, privi di risorse di base ed essenzialmente deboli politicamente, le prede ideali: alzare i prezzi di tutto in modo da spellare vive le aziende UE e i cittadini (pensate al cibo) sarebbe facilissimo. E nessuno potrebbe farci praticamente nulla.
Così no, negli ultimi anni la situazione finanziaria e la situazione delle commodities è cambiata radicalmente.
Se un tempo una nazione come l’ Italia poteva pensare di navigare da sola, oggi non c’e’ alcuna speranza di farcela. Se anche un singolo stato reprimesse una di queste aziende in casa, ne risulterebbe che l’azienda si muoverebbe altrove, o i suoi fornitori troverebbero un accordo con altre aziende concorrenti. E si rimarrebbe senza materie prime per ritorsione.
Quindi , lo ripeto: la situazione oggi e’ molto diversa rispetto al 2008, e finché quei mostri non vengono abbattuti, e tutti insieme, difficilmente si vedrà la luce alla fine del tunnel.
Oggi come oggi 300 famiglie hanno il 50% delle risorse finanziarie del mondo, e una cifra simile di grandi trader gestisce quasi il 90% delle risorse mondiali. Il che significa, essenzialmente, che c’e’ un cartello fortissimo cui anche gli stati nazionali possono poco, almeno sino a quando non possono emanare delle direttive che impattino su grandi mercati, causando perdite.
E questo, l’ Italia da sola non lo può fare. Un paese come la Russia può minacciare perché e’ ricco di materie prime, gli stati africani possono minacciare di sospendere le forniture, perché sono ricchi di materie prime, e lo stesso può fare il Brasile. Ma se siete un paese che trasforma, come Italia, Giappone e anche gli altri paesi europei, l’unica forza che avete e’ una direttiva che piazzi una bella tassa, togliendo loro guadagni.
Ma da solo, nessun paese europeo ce la farebbe.
Certo che qualcosa bisognerà pur fare: dobbiamo cominciare a pensarci concretamente, perché comincia a diventare francamente insostenibile la situazione che tratteggia nella sua tragica drammaticità con efficacia un articolo trovato nella cronaca di Repubblica dell’edizione genovese, a firma Marco Preve.
C’è un indicatore che raramente, e nel caso con forte disagio, viene utilizzato da politici e amministratori quando si tratta fare il punto sulla situazione socio economica di una comunità. E’ il tasso dei depressi, da cui deriva anche quello dei suicidi. Quello che non misura lo spread o l’inflazione bensì la precarietà, e quindi la qualità, delle nostre vite. E a Genova questo indicatore fa registrare da alcuni mesi una tragica impennata. Un aumento stimato attorno al 5%, strettamente legato alla crisi economica.
Ad essere colpiti non sono solo quelli che perdono il posto, ma anche chi non ha ancora avuto un contratto, oppure i pensionati. Il dottor Luigi Ferrannini, direttore del Dipartimento Salute Mentale dell’Asl3 genovese fa il punto della situazione sul “mal di crisi”. “E’ indubbio che nell’ultimo anno elementi connessi alla perdita del lavoro hanno determinato un aumento di quelli che noi definiamo disturbi dell’umore, categoria che comprende varie forme di depressione. Si tratta di un fenomeno che può colpire almeno una volta nella vita il 15-20% delle persone”.
Nei giorni scorsi Ferrannini ha discusso del tema con i colleghi del servizio. “Registriamo un aumento di almeno il 5% nel numero di persone che si rivolgono o vengono inviate alle nostre strutture – spiega Ferrannini – . Purtroppo l’incremento si riflette con le stesse percentuali anche nel numero di suicidi. E d’altra parte è significativo il moltiplicarsi di gesti dimostrativi che avvengono in questo periodo,
il barista che minaccia di gettarsi dal ponte Monumentale, l’operaio che sale sulla gru. Ma tutto inizia con l’angoscia, con la perdita del sonno, con un senso di malessere generale”.
La perdita del lavoro può essere affrontata in maniera diversa. “Se può essere condivisa – spiega il dirigente della psichiatria Asl – , se si può contare su un sostegno collettivo come avviene in genere per gli operai delle medie o grandi aziende, allora il trauma può essere meno immediato. I casi più gravi sono quelli dei piccoli imprenditori, degli esercenti e commercianti per i quali il rapporto datore di lavoro dipendente è quasi famigliare. Lì subentra anche una ferita all’orgoglio, il senso del fallimento”.
Ma Ferrannini sottolinea che “c’è anche una fascia poco esplorata, quella dei precari. Notiamo un allargamento dei disturbi depressivi a soggetti sempre più giovani. Per loro il futuro non è più una promessa ma una minaccia, e questo mina la loro identità. Naturalmente in tutti i casi la manifestazione clinica arriva a seconda dei fattori di rischio della persona. Chi è solo, chi non ha una famiglia, chi è più severo con sé stesso è più in pericolo”. E poi ci sono gli ultimi, i pensionati. “Anche qui riscontriamo un aumento di casi. L’anziano sorpreso a rubare per la prima volta al supermercato, quello costretto a rovistare tra le cassette del mercato. Sono umiliazioni che su molti provocano disturbi gravi”. Ma le strutture pubbliche sono in grado di affrontare questa emergenza?”Se mi chiede culturalmente e professionalmente – risponde Ferrannini – le dico di sì. Ma le risorse per la psichiatria sono scarse, il nostro non è un settore come si dice oggi che abbia “appeal” nonostante il peso economico e sociale delle patologie che affrontiamo sia decisamente rilevante”.
Category: Costume e società































