SE PER UNA DONNA CAMMINARE DA SOLA E’ ANCORA UN’AVVENTURA PERICOLOSA

| 18 Gennaio 2026 | 0 Comments

di Emanuela Boccassini __________

Ieri mattina, come tante altre, ho dato un’occhiata alle notizie e, per pochi minuti, ai social.
Errore da principiante: bastano trenta secondi per capire che l’umanità è in ritardo di qualche secolo.

Nel primo video, una studentessa raccontava con rabbia: mentre faceva jogging, qualcuno le ha toccato il sedere. Nel secondo, un uomo denunciava l’esistenza di siti pieni di odio contro le donne. Insomma, in un clic hai la radiografia perfetta del 2025: la cronaca di un déjà-vu.

Sono passati decenni dalle prime battaglie femministe eppure – sorpresa! – la scena è la stessa. Cambiano solo i filtri. Corpi toccati senza consenso, parole d’odio online, paura di uscire.

Secondo l’ISTAT, il 13,5% delle donne ha subito molestie sul lavoro. Il 6,4% altrove. Tradotto: in una classe di venti ragazze, almeno due sanno già cosa significhi avere paura. Ma tranquilli, ci diranno che “non tutti gli uomini sono così”. E meno male, verrebbe da rispondere.

Intanto, i social si riempiono di eroi da tastiera che alternano un post contro la violenza a un meme sessista. Il multitasking dell’ipocrisia.

Il mondo online è solo un prolungamento di quello reale: solo più rumoroso, più veloce e, paradossalmente, più cieco.

Eppure, di tanto in tanto, qualcuno prova a scuotere il letargo emotivo e intellettuale. Rula Jebreal, per esempio, quando a Sanremo (nella foto) ha ricordato che le donne vogliono solo libertà, non approvazione.
Parole che suonano ancora rivoluzionarie – il che è già una condanna della nostra epoca.

C’è poi la voce di Ingela, nel monologo Una lunga attesa: «Odio stare sola. Ho paura». Una frase semplice, che dovrebbe essere superata da decenni e, invece, è ancora attualissima.

Ma guai a dire che bisogna continuare a parlarne: c’è sempre qualcuno pronto a sospirare «Ancora con ’sta storia?» Già, ancora. Finché camminare da sole sarà considerato un atto di coraggio, sì, ne parleremo ancora.

Perché il problema non è il silenzio: è il rumore vuoto. Tutti ne parlano, nessuno ascolta. E quando si arriva in tribunale, la giustizia chiede ancora alle vittime di giustificarsi, non agli aggressori di vergognarsi.

Serve un cambio culturale vero, non un hashtag di tendenza. Un’educazione che insegni rispetto, non paura.
Solo allora potremo dire di vivere in un Paese civile – e non in un reality show travestito da società moderna.

Category: Costume e società, Cronaca

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