NEL RICORDO DI VIERA: L’8 IN ITALIANO, UN’ARMA CONTRO IL SILENZIO

| 17 Marzo 2026 | 0 Comments

di Cristina Pipoli ______________

Io non vi parlo di nostalgia. La nostalgia è una ruffiana, una bugia per chi non ha mai avuto le unghie nere di terra e l’anima stanca di ubbidire. Vi parlo di Viera, classe 1923. Vi parlo di un’Italia che oggi guardate con la lente deformante del romanticismo, ma che era, in verità, una dittatura del bisogno.

Dicono che i bambini “si divertivano” a portare le bestie all’abbeveratoio a quattro anni. Balle. A quattro anni non ti diverti, impari a servire. Impari che la tua vita vale quanto quella di una mucca, forse meno, perché la mucca dà il latte e tu dai solo braccia. Quello che chiamate “gioco” era l’arruolamento precoce in un esercito senza divisa, condannato ai lavori forzati dal primo vagito. Nell’aia non c’erano profumi di lavanda. C’era lo sterco. Accumulato, calpestato, onnipresente. Era lì che si batteva il grano con i “corteggiatori”, quei bastoni legati dal cuoio che frustavano le spighe come se dovessero espiare una colpa.

Perché vedete, il vero crimine non era solo lo sterco o la fame. Era l’accettazione. Era quel silenzio bovino di chi china la testa perché “così è sempre stato”. Viera no. Viera non voleva “integrarsi” in quella miseria; lei voleva smontarla, pezzo per pezzo, come si smonta un ordigno pronto a esplodere. Voi parlate di “resilienza” – questa parola oscena, moderna, che usate per dare un nome pulito alla rassegnazione. Viera non era resiliente. Era ribelle. Era la prova vivente che l’ignoranza non è una scelta, ma una catena forgiata da chi ha interesse a tenerti analfabeta.

E in quel grigiore, c’era la Maestra. Un’anomalia genetica. Il rossetto rosso: un grido di sfida in un deserto di facce grigie, arse dal sole e spente dalla fatica. In quell’Italia dove il trucco era un peccato mortale e le donne che osavano curarsi venivano bollate come poco di buono, quella donna portava il colore della colpa sulle labbra. E Viera la spiava. La studiava con la ferocia di chi vuole scassinare una cassaforte. Quei capelli fermi, immobili sotto una forcina d’acciaio, dovevano essere un inganno. Viera ne era convinta: sotto quel castello di capelli scuri doveva esserci una parrucca. Una calotta di finzione. Perché non era possibile che la vita vera fosse così ordinata, così pulita, così diversa dalla sua.

Voleva infilare le dita in quella massa scura, Viera. Voleva strappare l’illusione per vedere cosa ci fosse sotto. Voleva capire se la libertà di essere belle fosse un trucco magico o una conquista possibile. Perché se la maestra portava una parrucca, allora tutto il mondo era una messa in scena, e se era una messa in scena, allora Viera poteva imparare a recitare un’altra parte. Poteva smettere di essere la figlia della terra e diventare la padrona del proprio volto. Quel rossetto non era vanità, era un confine. Da una parte chi subisce la vita, dall’altra chi se la dipinge addosso. E Viera aveva già scelto da che parte stare.

Mentre le altre donne tacevano e si spaccavano la schiena, lei impugnava la penna come un pugnale. Quel “otto” in Italiano, in quinta elementare, non è un voto scolastico. È un grido di guerra. È la dimostrazione che puoi anche nascere tra lo sterco, ma se possiedi la parola, se possiedi la lingua, non sarai mai schiava di nessuno. È l’arma impropria puntata contro un destino che la voleva muta. Viera ha imparato a scrivere per spaccare il mondo, per smontare l’ingranaggio che la voleva schiacciare.

Smettetela di sospirare sulle foto color seppia. La storia di Viera non è un invito a tornare indietro. È uno schiaffo in faccia a chi oggi, nel benessere più pigro, ignora di aver costruito la propria libertà sulle ossa di chi ha dovuto lottare per un semplice aggettivo, mentre il mondo intorno le chiedeva solo di tacere. Abbiate almeno il pudore del silenzio. 

Guardatela questa foto in bianco e nero, si signori guardatela bene. Il libro di Viera appoggiato a terra, tra i fiori, nel giardino. È la stessa terra da cui lei è venuta, la stessa che ha cercato di inghiottirla, restituita oggi sotto forma di parola scritta.

Non è un caso che a raccogliere questo grido sia stata sua figlia, Paola Mattioli. È un passaggio di testimone che sa di vendetta. Paola non ha scritto solo una biografia; ha estratto la madre da quel passato, ha pulito le sue unghie con l’inchiostro. Mettere quel volume nel giardino significa sfidare la natura: vedi? il duro lavoro nella terra oggi è memoria! Siamo il fiore che è nato nonostante lo sterco, perché qualcuno ha avuto il coraggio di impugnare la penna e dire ‘io c’ero’.

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PAOLA MATTIOLI, “Viera, un’italiana del ’23”, casa editrice Pendragon

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Category: Cultura, Libri

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