LA RIFLESSIONE / UN LUNGO DIBATTITO ANCORA IN SOSPESO: CHE NE FACCIAMO DI QUESTA EUROPA?

| 24 Maggio 2026 | 0 Comments

di Mario Bozzi Sentieri __________________

Incalzati – come siamo – dagli eventi (tra guerre, crisi energetica, trasformazioni tecnologiche, sfide geopolitiche, debolezza di una leadership europea) spesso ci sfugge la portata della sfida in atto, a livello globale e rispetto alle singole realtà nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea. L’incertezza pare regnare sovrana, con  il vecchio continente che, mai come oggi, paga  le contraddizioni del processo d’integrazione e soprattutto la chiara identificazione di un  proprio ruolo internazionale.

In questo contesto –  segnato oggettivamente da una sorta di disillusione di massa –   paradossale è considerare  le  diverse economie europee sull’orlo del baratro. Sia chiaro: l’incertezza esiste, le previsioni sono al ribasso, ma ciò non può volere dire perdere di vista il quadro oggettivo di un’Unione che rappresenta comunque, a livello globale, un concentrato di risorse, di competenze, di culture condivise, su cui fare affidamento.

Il vero tema non è perciò gestire il “tramonto”, alludendo  alle note “visioni”  spengleriane, ma rispondere concretamente alle emergenze in atto, mobilitando le energie presenti.

Al primo livello, quello più immediato, le risposte vanno date rispetto alla questione energetica e alla cooperazione geopolitica e militare.

Sul  tema del nucleare (un vero tabù per il nostro Paese) si può finalmente aprire un dibattito non ideologico in grado di rispondere  all’attuale emergenza e a quelle che, visto il contesto internazionale, potrebbero emergere ?

E sulla difesa comune che dire ?

Ipotizzare un esercito europeo significa  essere guerrafondai ? A noi pare il contrario, nella misura in cui realizzare una difesa integrata a livello continentale, ben salda nella tutela dei contesti geopolitici su cui l’Europa è incardinata, significa iniziare a realizzare l’auspicata politica di autonomia continentale, difendere i nostri interessi, affermarsi come forza equilibratrice rispetto ai contesti internazionali.

Di questo, anche di questo, vorremmo che si discutesse, coinvolgendo ed aggiornando le opinioni pubbliche europee. Senza timori reverenziali verso un pacifismo di facciata, sterile e – alla prova dei fatti – improduttivo. Ma anche – sia ben chiaro – senza alcuna fuga estetizzante.

Basterebbe, anche qui, andare oltre gli auspici e fare parlare gli atti e i fatti.

Cenni ad una difesa comune sono contenuti nel Trattato di Maastricht, il trattato costitutivo dell’Unione europea, sottoscritto il 7 febbraio 1992 dai dodici paesi membri dell’allora Comunità Europea.

L’articolo 42 del Trattato di Maastricht recita: “La politica estera e di sicurezza comune deve includere la progressiva formazione di una politica di sicurezza comune. Questo condurrà a una difesa comune, quando il Consiglio europeo, agendo unanimemente, deciderà così”. Che cosa impedisce una seria discussione ed iniziativa sul tema? Siamo consapevoli dei contesti internazionali con cui, volenti o nolenti, siamo costretti a convivere ?

I numeri parlano chiaro. Anche quest’anno, la nuova edizione del Conflict Index 2025elaborato da ACLED,  ci consegna un quadro aggiornato e preoccupante sull’evoluzione dei conflitti armati a livello globale, mentre  la qualità della violenza – in termini di intensità, diffusione territoriale e impatto sui civili – continua a deteriorarsi, confermando che livelli elevati di conflitto rappresentano ormai la “nuova normalità” del sistema internazionale.

Sul numero delle guerre il Global Peace IndexGeopop, e Valori calcolano che ci sono in atto 56 conflitti principali, cioè il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale: ne sono coinvolti almeno 92 Paesi. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo  parla di 31 guerre e 23 crisi, per oltre 50 emergenze. Si dirà: sono guerre che si concentrano in particolare in Africa, Medio Oriente e Asia. Certamente, ma non dimentichiamoci delle “ricadute” globali, del tutto evidenti rispetto all’aumento delle materie prime, ai contraccolpi commerciali e – last but not Least –  ai milioni di sfollati e centinaia di migliaia di vittime, con una forte crescita negli ultimi anni.

In questo contesto,  essenziale  è perciò costruire un’autonomia strategica europea concreta: migliore coordinamento tra Stati membri, rafforzamento degli strumenti europei (di difesa, economici, infrastrutturali), meno dipendenza da potenze esterne.

Per farlo occorrono certamente norme, risorse, ma anche una volontà condivisa, che deve nascere da una nuova, organica consapevolezza culturale. Quanta Europa c’è – al di là della retorica d’occasione – nelle nostre scuole, nelle università, sui mass media ? Quanto siamo – a livello di larghe opinioni pubbliche – consapevoli delle sfide in corso e di quelle che verranno ?

Molto – come si vede – c’è da discutere e da analizzare, a livello europeo e non solo, abbandonando finalmente vecchi schematismi ed inadeguate affermazioni di principio. E’ doveroso farlo, evitando di venire strozzati dalle frustranti logiche relative al  Pil, allo spread, all’inflazione, alla sostenibilità dei conti pubblici. Tutte questioni – sia chiaro – importanti, ma che rischiano di soffocare le nostre capacità d’intervento.

Se non cambierà, l’Europa rischia veramente di assomigliare a una “potenza in declino”: forte per dimensioni, ricca per storia, ma lenta nella trasformazione, vulnerabile nelle catene energetiche e produttive, e con scarso peso geopolitico rispetto a Stati Uniti, Cina e alle altre potenze emergenti.

Al contrario se  riuscirà a trasformarsi — migliorando la competitività industriale, costruendo un nuovo modello energetico, rafforzando la coesione interna e l’autonomia strategica — potrà diventare nuovamente protagonista della scena globale. Avendo  – alla base – ben presenti i “contesti” e le “ragioni” politiche e strategiche di un nuovo europeismo.

“L’importante – notava Jean Thiriart, un apostolo dell’Europa unita, armata e protagonista del proprio destino – è fare l’Europa, il resto verrà da sé”. Ma “fare l’Europa” significa andare oltre le mere contingenze.  Fissare priorità ben più stringenti rispetto al passato. Fare “sentire” alle opinioni pubbliche il senso delle sfide attuali.

Non rendersene conto vuole dire perdere in partenza la sfida principale che ci sta di fronte:  quella di un destino comune, condannandoci, ancora una volta, in quanto europei, all’irrilevanza.

Category: Cultura, Politica

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