INDOVINA CHI VIENE A CENA? / LA CARTAPESTA E’ UNA COMBINAZIONE IN CUI E’ ENTRATA LA LUCE CHE RAGGIUNGE L’IRRAGGIUNGIBILE

di Emanuela Boccassini ______________
Viviamo in un tempo in cui quasi tutto è disponibile immediatamente. Entriamo in un negozio, scegliamo un oggetto, lo acquistiamo e lo portiamo a casa. Oppure lo ordiniamo con un clic e attendiamo soltanto il tempo della consegna. Siamo così abituati all’abbondanza e alla velocità da dimenticare spesso una domanda semplice: chi ha realizzato ciò che utilizziamo ogni giorno?
Dietro ogni oggetto esiste sempre un lavoro. A volte è il risultato di una produzione industriale capace di rendere accessibili beni che un tempo sarebbero stati riservati a pochi. Altre volte nasce dalle mani di un artigiano, dal sapere accumulato negli anni, da gesti ripetuti e affinati nel tempo.
Per secoli questi due mondi hanno convissuto, intrecciandosi, influenzandosi e talvolta contrapponendosi. Da una parte la standardizzazione, la velocità, la possibilità di produrre molto e per molti. Dall’altra l’unicità, la personalizzazione, il valore di un oggetto che porta ancora visibili le tracce di chi lo ha creato.
Stabilire quale dei due sia migliore è probabilmente impossibile. La produzione industriale ha migliorato la vita di milioni di persone e reso accessibili beni prima impensabili. Eppure, insieme a molti vantaggi, ha contribuito alla scomparsa di mestieri, botteghe e conoscenze tramandate per generazioni.
Allora la domanda non è quale prodotto scegliere, le domande sono: che cosa resta del lavoro umano dentro ciò che produciamo? Quanto valore attribuiamo ancora al tempo, all’esperienza e alle mani che trasformano una materia grezza in qualcosa di utile, bello o necessario?
Alcuni lavori producono oggetti. Altri lasciano impronte. Non impronte visibili come quelle sulla sabbia, ma tracce che restano nella materia, nei gesti, nelle storie e nelle tradizioni che attraversano il tempo.
La cena di questa sera nasce da qui. La mia ospite appartiene a un mondo in cui il tempo ha ancora un valore diverso. Un mondo fatto di mani che conoscono la materia, di gesti ripetuti centinaia di volte fino a diventare memoria, di conoscenze che non si apprendono soltanto dai libri, ma osservando, provando, sbagliando e ricominciando.
La persona che siederà a questa tavola conosce bene il linguaggio delle mani, della pazienza e della cura. Lo pratica ogni giorno attraverso un mestiere che richiede tempo, dedizione e rispetto per una tradizione che rischierebbe di scomparire se nessuno decidesse di raccoglierne l’eredità.

Maddalena Gelsomino Baldari è la vedova del maestro Luigi Baldari, figura di riferimento della grande tradizione della cartapesta leccese, le cui origini affondano tra il Seicento e il Settecento. In questo contesto, il cognome Baldari è diventato nel tempo un punto di riferimento artistico e artigianale, legato a una delle espressioni più riconoscibili della cultura locale.
Accanto al maestro Luigi, Maddalena ha condiviso un percorso lungo quasi cinquant’anni. Un cammino fatto di lavoro quotidiano, ricerca artistica e amore. La loro non è stata soltanto una collaborazione professionale, ma una vita costruita insieme, nella quale arte e affetti si sono intrecciati fino a diventare inseparabili. La sua presenza all’interno della tradizione Baldari non è mai stata quella di una semplice osservatrice. È stata parte integrante di un patrimonio fatto di gesti, conoscenze e sensibilità tramandate nel tempo. Custode di una memoria preziosa, continua ancora oggi a preservare quei saperi che rendono ogni opera di cartapesta qualcosa di unico e irripetibile.
La cartapesta, qui nel Salento, non è soltanto una tecnica artigianale. È una storia che attraversa generazioni, un sapere che si trasmette da una persona all’altra e che continua a vivere ogni volta che un foglio di carta prende forma trasformandosi in qualcosa di nuovo. In questo contesto si inserisce la storia recente della famiglia Baldari, che ha più volte chiesto un sostegno da parte delle istituzioni per poter dare maggiore respiro a questo tipo di attività, con l’idea di creare una struttura che possa essere un punto di riferimento per il territorio. Un luogo in cui ospitare non solo giovani apprendisti, ma anche persone con fragilità o semplicemente chi desidera avvicinarsi a questo mestiere.
L’obiettivo è sempre stato quello di trasmettere un’arte antica, ma al tempo stesso garantirne la continuità e l’evoluzione. La cartapesta, infatti, rientra tra le tradizioni più caratteristiche del territorio, ma oggi rischia di scomparire. Lo stesso vale per altre lavorazioni, come la pietra leccese: rispetto a qualche decennio fa, le botteghe sono diminuite in modo evidente. Se si guarda agli anni Ottanta, il cambiamento è lampante: quello che un tempo era un tessuto vivo e diffuso, oggi appare sempre più rarefatto. Per questo motivo, secondo la famiglia Baldari, è necessario un intervento concreto da parte delle istituzioni, siano esse comunali, provinciali o di altro livello, affinché si prenda coscienza di ciò che si sta perdendo. Non si tratta soltanto di preservare una tradizione, ma di riconoscere il valore culturale di un patrimonio che rischia di scomparire. Il paradosso è che “siamo molto attenti a tutelare alcune tradizioni, mentre altre vengono lasciate lentamente svanire”.
La conversazione di questa sera nasce proprio dal valore delle mani, dal tempo necessario per imparare un mestiere e da ciò che resta quando un sapere continua a essere tramandato.
Per questa cena, dedicata al lavoro artigiano, l’accoglienza non poteva che poggiare su un’opera di pura pazienza. Sulla tavola si distende un tessuto nato dal respiro lento e cadenzato del telaio. Proprio come la maestra cartapestaia plasma la carta e la colla un foglio alla volta, così la tessitrice ha incrociato trama e ordito, battito dopo battito, per dare vita a questa struttura. I grandi blocchi geometrici che sfumano dal panna luminoso alle tonalità del tortora e della terra creano una scenografia fiera e materica. Sui bordi delicati arabeschi affiorano nel tessuto come i fregi di un’antica statua sacra. È l’omaggio perfetto a un lavoro antico: una superficie dove ogni filo racconta che la bellezza richiede tempo. Su di essa ho disposto piatti artigianali in ceramica delicata con il bordo argentato. Le posate in acciaio, essenziali e precise nelle loro linee, introducono una nota diversa. Anche i bicchieri in vetro, perfettamente uguali tra loro, raccontano un’altra forma di lavoro: quella della produzione industriale, capace di replicare con esattezza ciò che nasce una sola volta.
Al centro della tavola ho disposto alcune candele avorio adagiate su semplici basi di vetro. La loro luce morbida si riflette sulla ceramica e accompagna la cena senza pretendere attenzione. Davanti ai piatti, piccoli angeli di cartapesta riportano il nome dei convitati. Non sono semplici segnaposto. Sono oggetti unici, modellati uno alla volta. Mi piace pensare che raccontino meglio di qualsiasi spiegazione il tema della serata: la differenza tra ciò che viene prodotto e ciò che viene creato.
Prima dell’arrivo dell’ospite lascio che la terrazza si riempia di una musica discreta. Nessuna voce. Solo corde, legni e melodie che procedono senza fretta. Mi sembrano il sottofondo più adatto per una serata simile. In fondo ogni lavoro fatto a mano possiede un proprio ritmo: quello del telaio, dello scalpello, delle forbici, delle dita che modellano la materia.
È un tempo che non corre. Avanza per piccoli gesti ripetuti fino a trasformarsi in qualcosa di compiuto.
Ecco, il citofono annuncia l’arrivo della mia gradita ospite.
L’accolgo e come sempre sfoggio il mio miglior sorriso, quello accogliente e sincero che mostra il piacere di far entrare nel mio mondo tante persone interessanti e dalle quali ho imparato sempre qualcosa. La faccio accomodare e mentre chiacchieriamo in maniera disinvolta e consueta, porto in tavola l’antipasto: piccoli cestini croccanti di pasta fillo fatti a mano, nessuno è identico all’altro. Uno è più aperto, uno più chiuso, uno più fragile nei bordi. È una differenza minima, quasi impercettibile, ma sufficiente a raccontare tutto. La pasta si piega, resiste, si incrina. E proprio in questa incertezza prende forma ciò che è fatto a mano: qualcosa che non si lascia mai completamente ripetere. La mousse di caprino incontra la dolcezza dei fichi secchi e la resistenza delle noci come tre materiali diversi che imparano a convivere.
Il suo lavoro si muove dentro tempi che non si possono accelerare: l’asciugatura, la stratificazione, l’attesa. In un mondo che chiede velocità, produzione immediata e oggetti replicabili all’infinito, come si difende questa lentezza? E cosa rischiamo di perdere quando tutto viene semplificato in un processo rapido e industriale?
“La lentezza dell’artigianato, in un mondo dominato dalla velocità e dalla produzione in serie, non rappresenta una debolezza, ma un autentico punto di forza. È proprio questa dimensione lenta e attenta che permette di creare oggetti unici, capaci di distinguersi dall’omologazione tipica dei prodotti industriali. L’artigianato dimostra così una straordinaria capacità di resistenza e di adattamento: attraverso l’unicità delle sue creazioni riesce a contrastare la standardizzazione e a restituire valore all’opera umana.
Per spiegare questo concetto mi viene in mente una riflessione di Ungaretti sulla poesia. Il poeta sosteneva che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti nella quale, a un certo punto, entra una luce, e che proprio dal grado di questa luce si riconosce la verità della poesia. Credo che qualcosa di simile accada anche nell’arte e nell’artigianato: quando entra quella luce, fatta di intuizione, sensibilità e creatività, l’opera acquista una propria identità e diventa qualcosa di unico e irripetibile”.
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L’unicità, dunque, non è soltanto un valore estetico, ma il segno più evidente della presenza dell’uomo nel processo creativo. Dove interviene la mano dell’artigiana non esiste una ripetizione perfetta: ogni oggetto conserva piccole differenze che raccontano una storia, un gesto, una scelta. È un principio che vale per le opere d’arte come per le espressioni più semplici della tradizione quotidiana. Anche la scelta del primo ha un suo perché. Le orecchiette fatte in casa non sono mai uguali le une alle altre, e – credo – sia proprio questo il bello e la caratteristica principale del lavoro umano: la sua singolarità. Il condimento è un inno all’estate: pomodorini freschi, rucola e feta.
Nel momento in cui una forma prende vita tra le sue mani, esiste un istante preciso in cui sente che non è più soltanto materia lavorata, ma qualcosa che ha acquisito una presenza propria, quasi un’anima? Come si riconosce quel passaggio invisibile?
“Durante la lavorazione esiste sempre un processo creativo. Come in tutti i processi creativi, c’è quella che potremmo definire una fase di ispirazione, una sorta di luce che consente a un pezzo di diventare qualcosa di unico e raro, anziché un semplice prodotto destinato all’omologazione. Molto dipende dall’idea iniziale, ma anche dall’applicazione della tecnica. La tecnica ha un valore fondamentale e, come ogni forma di conoscenza, è soggetta a un’evoluzione continua. Per questo è importante sperimentare, introdurre nuove soluzioni e nuove modalità operative, senza però spezzare il legame con la tradizione. Credo che l’unicità nasca proprio da questo equilibrio: dalla capacità di innovare senza rinnegare le proprie radici. È così che un manufatto acquista una sua identità e diventa espressione di un percorso creativo autentico, capace di compiere un piccolo passo in avanti pur restando fedele alla propria storia”.
Per la maestra cartapestaia, dunque, non esiste un momento preciso in cui la materia si trasforma improvvisamente in qualcosa di diverso. Quel passaggio invisibile è piuttosto il risultato di un processo creativo nel quale intuizione, esperienza e tecnica si intrecciano costantemente. L’unicità dell’opera nasce proprio da questo dialogo tra innovazione e tradizione, tra la volontà di sperimentare e il rispetto delle proprie radici.
Porto in tavola il secondo. Il filetto alla Wellington con contorno di bouquet di fagiolini legati con un filo di porro. È il trionfo dell’artigianato gastronomico: la precisione della chiusura – che ammetto, stavolta, di non aver del tutto azzeccato –, il decoro intagliato a mano sulla sfoglia, l’attenzione a non far bagnare l’impasto.
Nella produzione industriale l’errore viene eliminato. Nella bottega artigiana, invece, l’imprevisto può diventare parte del processo creativo. Le è mai capitato che un errore, una deformazione o una risposta inattesa dei materiali si trasformasse in qualcosa di inaspettatamente riuscito? E, guardando invece alla produzione seriale, cosa si perde secondo lei quando un oggetto diventa identico a mille altri?
“Sì, è capitato. E parlo proprio di errore, non di semplice imprevisto. In alcune lavorazioni un errore si è trasformato in un punto di forza, in una peculiarità così interessante da spingermi a studiarla e approfondirla fino a farne un percorso produttivo diverso. Del resto, la storia ci insegna che spesso gli errori aprono strade nuove. Anche nell’arte è accaduto molte volte. Penso, ad esempio, al Mosè di Michelangelo: si racconta che un’imperfezione nella realizzazione del ginocchio abbia contribuito a creare quella torsione che dona alla figura una straordinaria sensazione di movimento. Ci sono casi in cui l’errore diventa una caratteristica distintiva, una ramificazione inattesa che vale la pena seguire e sviluppare.
Per quanto riguarda la produzione industriale, credo che esistano oggetti che debbano essere prodotti in serie e altri che non possano esserlo. L’arte, certamente, appartiene a questa seconda categoria. Un’opera d’arte non può nascere da uno stampo ripetuto all’infinito, perché il suo compito è quello di fare da tramite tra la realtà e ciò che ancora non conosciamo, aprendo nuove prospettive e nuovi percorsi. La produzione industriale è fondamentale per molti oggetti di uso quotidiano, ma non dovrebbe oltrepassare quella soglia oltre la quale un manufatto pretende di essere arte. L’arte richiede unicità, ricerca e una componente umana che non può essere replicata meccanicamente”.
L’errore che diventa scoperta, la tradizione che dialoga con l’innovazione, l’unicità che resiste all’omologazione: sono temi che ritornano costantemente nelle parole della maestra e che accompagnano la conversazione fino a una breve pausa. Ecco il momento del sorbetto, la pausa necessaria per riflettere su quanto detto e sentito. È l’occasione per interrompere il ritmo dell’intervista senza spezzare il filo conduttore. E poi ammettiamolo, con questo caldo qualcosa di rinfrescante, anche metaforicamente, era necessario.
Poi, arrivano in tavola i cannoli siciliani. Non è una scelta casuale per chiudere una serata dedicata al valore del fatto a mano. Il cannolo è un oggetto che si ribella per natura alla logica della catena di montaggio e della lunga conservazione. La grande industria non può replicarlo senza tradirlo: se lo assembli in serie, il tempo distrugge l’equilibrio. Esige l’artigianato dell’istante: la cialda deve essere fritta ad arte, con le sue imperfezioni e le sue bolle, e la ricotta deve incontrarla solo un momento prima del morso. C’è una fragilità in questa perfezione che dipende totalmente dal tocco umano e dal rispetto del tempo. E mentre la dolcezza del cannolo si rivela lentamente, con quella fragilità che esiste solo nel momento in cui lo si rompe, viene naturale fermarsi un istante.
In una serata dedicata al lavoro delle mani, al valore dell’imperfezione e alla forza della materia trasformata, resta una domanda che non riguarda più solo il mestiere, ma ciò che lo supera.
Nella sua esperienza, c’è mai stato un momento in cui ha avuto la sensazione che ciò che crea con le sue mani non sia solo un oggetto, ma una forma di memoria? E se sì, cosa pensa che resti davvero di un lavoro artigiano quando le mani non ci sono più a rifarlo?
“Credo che il lavoro artigianale diventi inevitabilmente una forma di memoria. Lo è nelle procedure che vengono tramandate, nei saperi che passano da una persona all’altra e anche nell’oggetto stesso, che continua a raccontare qualcosa di chi lo ha creato. Mi viene in mente un altro esempio. Nella Ginevra de’ Benci di Leonardo è stata individuata un’impronta digitale attribuita all’artista. È un dettaglio straordinario perché ci ricorda che nell’opera non rimane soltanto il risultato finale, ma anche il passaggio concreto di una persona. Rimane una traccia reale, quasi una firma involontaria. Penso che questo valga anche per l’artigianato. In ogni manufatto resta qualcosa di chi lo ha realizzato: non solo la tecnica e l’esperienza, ma anche una parte della sua sensibilità, delle emozioni e dello stato d’animo con cui ha lavorato. Tutto questo viene in qualche modo trasferito nell’opera e continua a vivere anche quando le mani che l’hanno creata non ci sono più“.
Le parole di Maddalena riportano il discorso al punto da cui era partito: il valore dell’unicità. Se la produzione seriale tende a cancellare le tracce individuali, l’artigianato conserva invece la memoria di chi crea. Nei gesti, nelle imperfezioni, nelle scelte tecniche e persino negli errori sopravvive qualcosa che va oltre l’oggetto stesso: la presenza umana. Ed è proprio questa presenza, fragile e irripetibile, a rendere ogni manufatto autenticamente unico.
La serata si scioglie lentamente, come la carta quando incontra l’acqua prima di diventare forma. Sul tavolo restano tracce leggere: briciole, bicchieri velati, segni minimi di passaggio. Nulla di definitivo, tutto ancora in trasformazione. Penso alla cartapesta come a ciò che abbiamo attraversato questa sera: materia che non nasce importante, ma lo diventa con il tempo e con le mani.
Non c’è davvero un finale. Solo oggetti che continuano a esistere anche dopo che nessuno li sta più guardando.
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( 8 – continua )
Category: Costume e società, Cultura



























